C.U.G. - Benessere Lavorativo

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GIUGNO  2016

 

Punti salienti dal Comunicato Stampa  sull'ultimo Rapporto Osservasalute

Dors maggio Gilardi

Invecchiamento senza freni, oltre un italiano su 5 ha più di 65 anni I valori regionali variano da un minimo della Campania (17.6% di persone con più di 65 anni ) a un massimo della Liguria (28%).

L’aumento della speranza di vita segna una battuta d’arresto – Nel 2015 la speranza di vita per gli uomini è 80,1 anni e di 84,7 anni per le donne. Nel 2014, la speranza di vita alla nascita era pari a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne.

Nella PA di Trento si riscontra, sia per gli uomini sia per le donne, la maggiore longevità (rispettivamente, 81,3 anni e 86,1 anni). La Campania, invece, è la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa, 78,5 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne.

Si conferma elevata la quota di italiani sovrappeso e obesi, problema in crescita anche al Nord. Nel 2014, più di un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su 10 è obesa; complessivamente, il 46,4% delle persone che hanno 18 anni e più è in eccesso ponderale. In Italia, nel periodo 2001-2014, è aumentata la percentuale delle persone in sovrappeso (33,9% vs 36,2%), soprattutto è aumentata la quota degli obesi (8,5% vs 10,2%)[1]. Le regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone obese e in sovrappeso rispetto alle regioni settentrionali, che mostrano i dati più bassi di prevalenza. Il problema dell’eccesso di peso è cresciuto molto nelle regioni settentrionali, nonostante valgano ancora le differenze appena descritte.

Aumentano gli sportivi, calo significativo dei sedentari. Nel 2014 è il 23% della popolazione di 3 anni e più  che si dedica allo sport in modo continuativo. Aumentano nell’ultimo biennio anche coloro che, pur non praticando uno sport, svolgono un’attività fisica (passeggiare per almeno 2 km, nuotare, andare in bicicletta etc). 

Alcolici, diminuiscono i consumatori – Aumenta nel 2014 la percentuale dei non consumatori (astemi e astinenti negli ultimi 12 mesi), pari al 35,6% degli individui di età >11 anni rispetto al 2013 (34,9%).

Continuano a calare i fumatori – Sono poco più di 10 milioni i fumatori in Italia nel 2014, poco meno di 6 milioni e 200 mila uomini e poco più di 4 milioni di donne. Si tratta del 19,5% della popolazione di 14 anni e oltre.  Continua dunque il trend in lenta discesa dei fumatori, infatti, nel 2010 fumava il 22,8% degli over-14, nel 2011 il 22,3%, nel 2012 il 21,9% e nel 2013 il 20,9%.

Persiste il trend in aumento del consumo di antidepressivi – I consumi sono pari a 39,30 Dosi Definite Giornaliere-DDD/1.000 ab die nel 2014.  L’ aumento è stato costante dal 2001 fino al 2014.

Il trend in aumento può essere attribuibile a diversi fattori tra i quali, ad esempio, l’arricchimento della classe farmacologica di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (come i disturbi di ansia), la riduzione della stigmatizzazione delle problematiche depressive e l’aumento dell’attenzione del Medico di Medicina Generale nei confronti della patologia.

Suicidi in aumento, resta un dramma maschile che si consuma soprattutto in età avanzata – Nel biennio 2011-2012, il tasso annuo di mortalità per suicidio è stato pari a 7,99 (per 100.000) residenti di 15 anni e oltre. Si riscontra un leggero aumento rispetto agli anni precedenti. Nel 78,4% dei casi il suicida è un uomo. Il tasso di mortalità è pari a 13,61 (per 100.000) per gli uomini e a 3,25 (per 100.000) per le donne.

Per entrambi i generi la mortalità per suicidio cresce all’aumentare dell’età. Per gli uomini vi è un aumento esponenziale dopo i 65 anni di età e il tasso raggiunge il suo massimo nelle classi di età più anziane. Per le donne, invece, la mortalità per suicidio raggiunge il suo massimo nella classe di età 70-74 anni, dopo di che tende a ridursi lievemente nelle classi di età più anziane.

Spesa sanitaria pubblica pro capite stabile, ma resta più bassa che in altri paesi - Nel 2014, la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è di 1.817€, Con tale valore medio, l’OCSE pone l’Italia tra i Paesi che spendono meno, tra i 32 dell’area OCSE, in termini pro capite.

Prevenzione, cenerentola italiana, pochi investimenti e cittadini disattenti – La spesa per la prevenzione (che comprende, oltre alle attività di prevenzione rivolte alla persona come, ad esempio, vaccinazioni e screening, la tutela della collettività e dei singoli dai rischi negli ambienti di vita e di lavoro, la Sanità Pubblica veterinaria e la tutela igienico-sanitaria degli alimenti) ammonta in Italia a circa 4,9 miliardi di euro e rappresenta il 4,2% (dati dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) della spesa sanitaria pubblica. La percentuale di spesa per la prevenzione prevista dal Piano Sanitario Nazionale (livello fissato nel Patto per la Salute 2010-2012) è del 5%. Sono poche le regioni che raggiungono tale livello e a livello nazionale mancano “all’appello” 930 milioni di euro da dedicare alla prevenzione.

MAGGIO  2016

                      L’organizzazione del lavoro e i problemi di cuore

Luisella Gilardi, DoRS

In Europa più della metà dei lavoratori lavora anche durante il week-end e circa uno su cinque fa il turno di notte, soprattutto fra gli uomini. Il lavoro a turni è stato associato ad un aumento di rischio delle malattie cardiovascolari.

Può causare problemi legati alla mancanza di sonno, dinamiche famigliari complesse, assunzione di comportamenti non salutari come l’abitudine al fumo o una dieta irregolare, che può portare ad un aumento di peso e di colesterolo nel sangue, fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

La maggior parte degli studi condotti sino ad ora si sono focalizzati sui turni serali, notturni o sulla rotazione. Tuttavia l’evidenza è scarsa per l’intera gamma dei turni lavorativi. Non è ancora stata stabilita una relazione certa tra il lavoro su turni che non comprenda la sera o la notte e il rischio di eventi cardiovascolari. Un altro fattore importante è quello dell’età, invecchiando i lavoratori sono più vulnerabili all’impatto negativo del lavoro organizzato su turni.

E’ sempre più probabile, inoltre, ed è vero nell’est della Finlandia dove è stato realizzato lo studio che molti lavoratori abbiano avuto nel corso della loro vita problemi cardiovascolari.

L’obiettivo dello studio è dunque quello di analizzare la relazione tra tutti i tipi di turni lavorativi e l’incidenza di infarto acuto del miocardio in una popolazione di uomini tra i 42 e i 60 anni al baseline che avevano avuto e non avevano avuto una cardiopatia ischemica negli anni precedenti.

Risultati dello studio

Lo studio ha coinvolto 1891 uomini che sono stati seguiti per 20 anni,  è iniziato nel 1984. Fra i 1565 uomini che non avevano avuto cardiopatie ischemiche al baseline, si sono verificati 335 casi di infarto acuto del miocardio (incidenza annuale del 1,1%) mentre fra i 326 uomini che avevano avuto in precedenza cardiopatie ischemiche si sono verificati 142 casi di infarto acuto del miocardio (incidenza annuale del 2,6%).

Il 35% di essi svolge un lavoro su turni, incluso il lavoro durante il week end, la sera, la notte, turni che cambiano, due turni, turni irregolari e trasferte di lavoro.  E’ stata osservata una relazione positiva tra il lavoro che comporta trasferte (almeno tre notti a settimana fuori casa) e l’infarto acuto del miocardio (hazard ratio 2,45; 95% CI 1,08 a 5,59) solo tra coloro che avevamo avuto una cardiopatia ischemica.  Non è stata riscontrata alcuna associazione significativa tra altre tipologie di lavoro su turni e l’incidenza di infarto acuto del miocardio.

Indicazioni per Ia pratica

Lo studio ha riscontrato nuove e convincenti evidenze che mostrano come l’associazione tra i turni lavorativi e l’incidenza dell’infarto del miocardio può variare a seconda della popolazione lavorativa. 

E’ il primo studio in cui il lavoro che comporta trasferte frequenti è identificato come singolo fattore di rischio per l’outcome in esame, in particolare  per i lavoratori con un pregresso episodio di cardiopatia ischemica.

E’ quindi necessario proteggere questa fascia di popolazione più fragile anche in considerazione del fatto che la stessa è destinata, a causa delle modifiche dell’età pensionabile, ad invecchiare.

Come è stato realizzato lo studio

1891 uomini di età compresa tra i 42 e i 60 anni al baseline, inclusi nello studio prospettico di coorte “Kuopio Ischemic Heart Disease Risk Factor Study”, sono stati seguiti per 20 anni.

Sono state raccolte informazioni riguardo l’orario e i turni di lavoro,  le loro caratteristiche socio- demografiche, comportamentali e psicologiche.  Inoltre sono stati esaminati alcuni parametri biologici e test per la funzionalità respiratoria. 

E’ stato usato il modello proporzionale di rischio di Cox con l’aggiustamento per le variabili demografiche, biologiche, comportamentali e psicologiche.

Riferimenti bibliografici

Wang A, Arah OA, Kauhanen J, Krause N. Shift work and 20-year incidence of acute myocardial infarction: results from the Kuopio Ischemic Heart Disease Risk Factor Study. Occup Environ Med. 2016 Mar 31.

Vyas MV, Garg AX, Iansavichus AV, et al. Shift work and vascular events: systematic review and meta-analysis. BMJ 2012;345:e4800


MATHEW FORSTATER: PIENO IMPIEGO E SOSTENIBILITÀ ECOLOGICA

In questo testo, intitolato “Pieno impiego e sostenibilità ecologica” e originariamente pubblicato nel 2001 dal CFEPS (“Centro per il Pieno Impiego e la Stabilità dei Prezzi”), si propone che l’approccio macroeconomico descritto da Abba Lerner con la definizione di finanza funzionale venga adottato come strumento utile a realizzare il pieno impiego e a promuovere la sostenibilità ecologica.

L’autore, l’accademico statunitense Mathew Forstater, declina così il concetto di Lavoro Garantito (“Job Guarantee”, già incluso a livello sistemico nella Teoria della Moneta Moderna) in ottica ecosistemica (tipica del modello, elaborato tra gli altri anche da Herman Daly, dell’economia ecologica, che prevede la transizione da un’economia fondata sulla crescita del PIL a un’economia di stato stazionario). Forstater ritiene che sia così possibile superare le obiezioni in merito al rischio ambientale derivante dalla gestione keynesiana della domanda aggregata. Come ricorda l’economista australiano Bill Mitchell:

«Qualora fosse possibile espandere la domanda abbastanza da promuovere una crescita sufficiente a tenere il passo con l’incremento della forza lavoro e della produttività e, in tal modo, assorbire l’enorme bacino costituito dai disoccupati di lunga data, come potrebbero farvi fronte gli ecosistemi naturali, che già oggi sono sottoposti a notevoli livelli di stress? È necessario modificare la composizione della produzione finale mediante l’introduzione di processi ecosostenibili. Non è necessario un aumento della domanda in generale, bensì un aumento della domanda in certi settori di attività.»

In questo contesto è fondamentale superare il quadro microeconomico (e neoliberista) che caratterizza il livello di operatività nel quale le aziende private agiscono, come Forstater evidenzia:

«In un’economia capitalista, le pressioni concorrenziali limitano notevolmente la discrezionalità delle imprese in merito ai fattori produttivi necessari per la realizzazione dei beni, ai prodotti realizzati e ai metodi di produzione impiegati. Le imprese decidono in base a una loro stima, circa la profittabilità delle soluzioni alternative, che implica la minimizzazione dei costi d’impresa. Un’azienda non ha incentivi di mercato diretti che le permettano di farsi carico degli oneri, in termini di costi, che ricadono su terzi o sulla collettività in generale, inclusi i costi derivanti dal danneggiamento dell’ambiente. Ad esempio un’azienda può scegliere un particolare metodo di produzione che, in relazione alla sua efficienza, genera inquinamento e impone costi sociali. Qui, con “efficienza” s’intende la minimizzazione dei costi di produzione sostenuti dal privato. Essa non solo non garantisce una più ampia “efficienza sociale”, ma può anche ridurla.»

All’interno del quadro micro, l’aumento dell’efficienza industriale è un fattore chiave di concorrenza, mentre l’incremento dell’efficienza sociale (obiettivo fondante dell’economia ecologica) è un fine secondario, quando presente (solo il legislatore, rispondendo ad una richiesta della collettività a sua volta determinata da una consapevolezza sociale ambientale, pouò generare un’inversione di tale ordine di priorità – il libero mercato, lasciato a se stesso, semplicemente non può). Ciò richiede l’adozione di un criterio differente rispetto a quello tradizionale dell’analisi costi benefici. Così Forstater osserva:

«Gli approcci tradizionali non sono in grado di affrontare la maggior parte dei problemi ambientali caratteristici delle moderne società industriali (e post industriali). Le condizioni ecologiche impongono dei limiti che sono difficilmente compresi da chi affronta i problemi ambientali nell’ottica di riferimento della teoria economica tradizionale… In un contesto in cui ogni cosa deve essere ridotta a valori monetari, non si considerano le differenze qualitative tra i diversi costi e benefici, in termini di conseguenze ambientali.

In realtà, un buon modo per illustrare il problema è quello di riflettere sulla differenza tra l’analisi costi benefici e l’analisi costi efficacia. Nell’analisi costi benefici… gli obiettivi politici sono individuati dall’analisi economica stessa. La quantità di inquinamento da emettere, il limite massimo di esauribilità di una risorsa o l’estensione delle zone umide da preservare, si ottiene in base ad un equilibrio, espresso da un’uguaglianza matematica. Nell’analisi costi efficacia, invece, gli obiettivi politici sono individuati al di fuori dell’economia, ossia nell’ambito di un processo politico democratico basato su un’informazione scientifica riguardante i limiti biofisici. L’economia viene poi impiegata per cercare di trovare i migliori strumenti, in termini di rapporto costo efficacia, necessari a raggiungere gli obiettivi individuati in modo indipendente, mediante un processo politico democratico. Si tratta di un’enorme differenza.»

L’autore sta, nei fatti, proponendo un mutamento radicale di prospettiva: da una visione preanalitica nella quale le persone e il pianeta sono al servizio dell’economia, a una visione preanalitica nella quale l’economia è al servizio delle persone e del pianeta.

 


APRILE 2016

“Ceto medio in crisi, impiegati e operai sempre più poveri.

Attenti alla logica di mercato nei servizi pubblici”

Il sociologo Arnaldo Bagnasco nel libro La questione del ceto medio racconta perché oggi la middle class si ritrova stretta tra una minoranza di facoltosi e un nuovo proletariato a cui si è aggiunto un esercito di precari. E spiega che potrebbe diventare un "luogo sociale del rischio":​ u​n gruppo radicalizzato, travolto dal panico di arretrare ancora

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Il ceto medio non è in via di estinzione. E la società uscita dalla grande recessione del 2008-2009 e dalla crisi dei debiti sovrani del 2011-2013 non è spaccata in due tra un’elite che ha potere e ricchezza e le classi popolari, senza nulla in mezzo. E’ vero, però, che la classe media si ritrova stretta tra una minoranza di facoltosi e una working class ​a cui si è aggiunto un esercito di precari. Ha sempre più difficoltà a riconoscersi e si sente poco rappresentata dalla politica e poco assistita dallo Stato sociale, proprio nella fase in cui ne avrebbe più bisogno.​ E’ il quadro tracciato da La questione del ceto medio – Un racconto del cambiamento sociale (Il Mulino), excursus del sociologo Arnaldo Bagnasco sull’evoluzione del capitalismo e della regolazione del mercato e i loro effetti sulla stratificazione sociale.

Secondo Bagnasco, se ​queste tendenze dovessero continuare e le condizioni degli strati più bassi della piramide peggiorassero ancora, ​il ceto medio ​potrebbe diventare – insieme al precariato “esplosivo” descritto da Guy Standing – quello che i sociologi definiscono un “luogo sociale del rischio“ ​: u​n gruppo radicalizzato, travolto dal panico di arretrare ancora e finire nel gruppo di chi non ha certezze lavorative e non può contare su ammortizzatori. Gli esiti, nello scenario peggiore, potrebbero essere simili a quello causato dalla reazione delle classi medie europee alla crisi degli anni Trenta del secolo scorso: l’ascesa dei totalitarismi.

​Il racconto dell’accademico dei Lincei intreccia ​storia, politologia e risultati della ricerca empirica. Il punto di partenza è la nascita del “capitalismo organizzato” nella seconda metà del Novecento, quando si sviluppano in parallelo la grande industria e il welfare state e il ceto medio prende la ribalta. Poi arrivano la svolta liberista, la globalizzazione e le delocalizzazioni. La finanza, da strumento, diventa cuore dell’economia. La sicurezza del posto di lavoro viene meno, le famiglie si indebitano, i redditi ristagnano e anche le classi medie iniziano a fare i conti con la “sindrome della quarta settimana“. Uno shock.

Il capitolo finale è dedicato al caso italiano. Bagnasco dà conto di come, secondo diversi studi, nel nostro Paese la disuguaglianza dagli anni Novanta a oggi sia rimasta sostanzialmente stabile. Ma i dati aggregati nascondono cambiamenti significativi: i redditi di autonomi e dirigenti sono aumentati mentre quelli di impiegati e operai hanno perso terreno. Bankitalia calcola che, fatto 100 il reddito medio dei lavoratori indipendenti, nel 2004 quello di un operaio era pari a 82, quello di un impiegato 106, quello di un dirigente 184. Nel 2012 il primo è sceso a 79, gli altri due sono saliti rispettivamente a 107 a 196. Il risultato? “Nel 2006, prima della crisi, il 60,5% degli operai si considerava di classe media, percentuale dimezzata oggi al 31%”.

Così, se nel 2006 il 60% degli italiani dichiarava di far parte del ceto medio, ora vi si identifica solo il 41%, mentre il 51,5% si colloca nelle categoria “classe operaia” o “popolare” e un 7% di happy few si definisce borghesia o classe dirigente. Società più polarizzata e ceto medio “strizzato”, appunto. Ma con un elemento in più che caratterizza l’Italia rispetto agli altri Paesi europei: da noi il divario è aumentato soprattutto per effetto di uno “slittamento verso il basso delle famiglie e delle persone ai gradini inferiori della scala”. Nel frattempo accanto ai lavoratori autonomi, categoria storicamente più ampia in Italia che nel resto d’Europa, è cresciuta una vasta zona grigia di precari per i quali lo status percepito non corrisponde al reddito (basso) e a cui lo Stato impone obblighi contributivi e normativi senza offrire “cittadinanza sociale“, cioè accesso a certi standard di consumo, salute, istruzione.

A questo punto Bagnasco mette sotto la lente il ruolo, nel determinare le difficoltà del ceto medio, delle politiche sociali neoliberiste. L’Inghilterra, che ha avviato riforme di quel segno ben prima della Penisola e ne sta toccando con mano gli effetti, offre secondo il sociologo una pietra di paragone preziosa. Stando a uno studio recente, “l’introduzione della logica di mercato nella produzione di servizi collettivi e in infrastrutture, misure come lo scorporo di attività ministeriali in agenzie definite quasi non governative, la forte delega di autonomia a scuole e ospedali, l’uso di indicatori standard per valutare gli esiti contrattuali e l’uso di agenzie indipendenti per il monitoraggio” hanno prodotto esiti deleteri: “gigantesche procedure burocratiche”, “aziende subappaltatrici che non hanno fornito i servizi stabiliti”, “individui che hanno imparato a ingannare il sistema degli indicatori”, “erosione della fiducia nello spirito del servizio pubblico”. Una “ingegneria sociale”, nota Bagnasco, che “sembra proprio portare in direzione dei tradizionali mali d’Italia“. Italia che però, nel tentativo di recuperare efficienza, sta prendendo esempio proprio da quell’esperienza.


E' così difficile smettere di fumare?

Dors

I ricercatori del Centro per la Ricerca sul Tabacco dell’Università del Wisconsin (US), hanno effettuato uno studio clinico randomizzato e controllato (RCT) su un campione di 1086 fumatori intenzionati a smettere e inclusi nei seguenti criteri: fumare più di 5 sigarette al giorno, avere un’età superiore a 17 anni, essere motivati a smettere di fumare, non utilizzare sigarette elettroniche, non avere malattie in corso, e per le donne, non essere in stato di gravidanza. I partecipanti sono stati suddivisi in 3 gruppi ai quali sono stati somministrati, in aperto, i seguenti trattamenti per 12 settimane:

Gruppo 1: trattamento con cerotti alla nicotina;

Gruppo 2: trattamento con vareniclina;

Gruppo 3: trattamento combinato con pastiglie di nicotina e cerotti.

Risultati

Gli esiti dello studio sono stati misurati a 26 settimane, valutando l’astinenza sia attraverso intervista personale sia mediante misurazione di monossido di carbonio dall’espirazione.

I partecipanti erano 52% donne, 48% uomini, prevalentemente bianchi, di età media di 48 anni, fumatori di circa 17 sigarette al giorno. Di questi, l’84% (917) ha seguito il protocollo per 52 settimane.

L’analisi statistica utilizzata per la comparazione tra i tre gruppi, ha mostrato una differenza molto limitata nei dati relativi all’astinenza che risulta quindi indipendente dal trattamento somministrato.

Importanza dello studio

Lo studio di Baker 2016, tiene conto dei dati pubblicati precedentemente nelle metanalisi di valutazione dei trattamenti con nicotina e vareniclina (Stead LF, 2012, Hartmann-Boyce J, 2013), ma aggiunge il confronto tra i diversi interventi. Si dimostra che i tentativi di disassuefazione vengono supportati dai farmaci in modo limitato. Tali risultati mettono in discussione l’efficacia dei trattamenti farmacologici e aggiungono le basi per una riflessione sull’opportunità di utilizzarli, anche sulla base dell’analisi degli effetti collaterali e dei costi che questi possono comportare.

MARZO  2016

 

La legge sulla Green Economy: molto di più delle cicche per terra!!!

Grazia Bertiglia, DoRS

I primi giorni dell’anno 2016 sulla stampa quotidiana è comparso l’annuncio che non si possono più gettare mozziconi di sigaretta per terra, pena multe salate. Ben venga! In altri Paesi da tempo gettare a terra i mozziconi è un gesto riprovevole…

E’stato dato forse un po’ meno risalto ad altri aspetti di questa corposa legge, approvata il 28 dicembre e entrata in vigore il 2 febbraio. Nei 79 articoli che la compongono la legge affronta molti aspetti di ecologia e gestione ambientale in un ottica di salvaguardia, a beneficio di tutti.

Ecco, per intanto, il titolo completo: Legge 28 dicembre 2015, n.221 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali.”

Si tratta di misure per proteggere la natura e delineare uno sviluppo sostenibile e fra queste ve ne sono alcune particolarmente rivolte a stili di vita più salutari, con incentivi ad azioni che ciascuno può mettere facilmente in atto e che amministrazioni locali, comunità, gruppi di interesse,  esercenti e imprenditori possono concorrere a facilitare senza costi particolari.

Art 5: Disposizioni per la mobilità sostenibile.
Fondi appositi vengono stanziati per i comuni, o le associazioni dei comuni, che incentivano il bike sharing, il piedibus, i percorsi protetti in generale (piste ciclabili) e su percorsi particolari casa-scuola e casa-lavoro, le uscite didattiche a piedi o in bicicletta, i programmi di educazione alla sicurezza stradale, i disincentivi al parcheggio presso scuole e luoghi di lavoro. Ne ha beneficio l’ambiente, con meno inquinamento, ma anche la persona, che recupera uno stile di vita meno sedentario e più sociale.

Altra azione, interessante e già realizzata in altre parti d’Italia, riguarda il riutilizzo di linee ferroviarie dismesse per far ne piste ciclabili, a scopo di mobilità e turistico. Ora tocca alla tratta Bologna Verona, che si inserisce in un percorso ciclabile europeo (Eurovelo 7).

Nelle scuole si istituisce una figura di “mobility manager scolastico” a cui spetta il compito di proporre azioni che incentivino gli spostamenti a piedi, l’uso della bicicletta, la condivisione dell’auto, lì’uso dei mezzi pubblici sia per gli insegnanti che per studenti e famiglie. Tali azioni, concordate con gli enti locali e l’ufficio scolastico regionale sono inserite nei piani di offerta formativa.

L’art 9 introduce la “Valutazione di impatto sanitario” (VIS) per gli impianti di combustione, le centrali termiche o le raffinerie. A partire da adesso quindi nei progetti di questo genere (ad esempio per un termovalorizzatore o per una centrale di teleriscaldamento) si dovrà definire anche l’impatto sulla salute della popolazione limitrofa, secondo linee guida che verranno predisposte dell’Istituto Superiore di Sanità. Il medesimo Istituto interverrà poi nella fase di monitoraggio e controllo successiva.
Va detto che finora per tali impianti si prevedeva solamente la valutazione di impatto ambientale e che questa modalità è stata introdotta unicamente nel caso dell’ILVA di Taranto con apposita legge (legge 231 del 24.12.2012).

Riguardo alla disponibilità di informazioni, l’art 11 prevede che gli Enti Locali possano ottenere i dati ambientali raccolti da soggetti pubblici e da imprese private e riusarli per scopi inerenti l’impiego efficiente di risorse ambientali e la green economy.

Vi sono poi azioni di risparmio energetico, di (es art 20 sui semafori a LED) di incentivazione del riciclo e riuso dei prodotti (art 23).

Una cospicua parte della legge è dedicata alle politiche sui rifiuti: prevenzione della produzione di rifiuti, incentivo all’allungamento della vita dei prodotti, compostaggio, recupero, raccolta differenziata, e all’art. 40, la questione dei piccoli rifiuti: mozziconi, fazzoletti di carta, chewing gum e scontrini e biglietti del bus…E’ vietato abbandonare a terra questi rifiuti, ma anche gettarli negli scarichi: infatti non sono prodotti facilmente biodegradabili e comportano alti costi per la pulizia dei sistemi fognari.Per questo sono previste azioni di sensibilizzazione, campagne di informazione e multe.  

Un ulteriore sforzo viene fatto per completare gli interventi di bonifica dall’amianto, sia negli edifici privati, specialmente quelli industriali, tramite sgravi fiscali e credito d’imposta, sia negli edifici pubblici, con uno stanziamento è di oltre 17,5 Milioni di euro in tre anni.(art. 56)

Altri articoli della legge riguardano poi i bacini idrografici, l’accesso alle risorse idriche, il sostegno e la valorizzazione di territori rurali e montani, sia per il turismo sostenibile sia per l’economia, con un occhio attento alla mobilità sostenibile.

Per chi vuole approfondire, la legge è disponibile in allegato o in versione on line sempre aggiornata, sul portale Normattiva.


 

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La dieta Longo: guarire mangiando (poco)

Dal Venerdì del 5 giugno 2015

LOS ANGELES. Il momento della verità scocca alle otto e mezzo. Cosa mangerà l’ideologo del digiuno? Valter Longo, quarantasette anni, un metro e ottantacinque per settantacinque chili, tanti capelli lunghi e non uno bianco, lascia la Nissan elettrica al parcheggiatore e fa strada verso il diciottesimo piano del Penthouse di Santa Monica, la gemella azzimata della fricchettona Venice. Il cronista osserva in religioso silenzio prima di ordinare. Dopo un’attenta rassegna del menu il direttore del Longevity Institute della University of Southern California delibera: insalata di polpo, una ciotola di songino con mandorle, acqua gasata. Intorno rumoreggiano le nipotine di Baywatch.

Non c’è niente di penitenziale né dentro né fuori dai piatti. Questa è la forza di una dieta ragionevole, che anche la fallimentare disciplina di un essere umano standard può permettersi. Compresi occasionali strappi alle regole, peraltro facilissime da riassumere: poche proteine, pochissimi zuccheri, pesce sì, ma altra carne al minimo, intermittenti astensioni dal cibo. Un regime che promette di dimezzare i tumori, abolire le malattie cardiovascolari e il diabete e ridurre sensibilmente il rischio di Alzheimer. Per un extended play della vita di 12-15 anni che, aggiunti agli 83 medi italiani, ci porterebbero (praticamente sani) alle soglie dei cento. Nella peggiore delle ipotesi, a dar retta a Time. Che qualche mese fa ha schiaffato un rubicondo neonato in copertina avvertendo che potrebbe viverne 142. Tra i guru intervistati c’era anche Longo, che però ci tiene a non fare il passo più lungo della gamba. Wittgensteinianamente tace di ciò di cui non può parlare, con trial clinici effettuati e altre pezze d’appoggio. Ne ha già molti. Altri sono in corso. Di altri ancora conosce i risultati, ma non può violare l’embargo prima della pubblicazione in riviste scientifiche. Tutto sembra convergere verso la sua intuizione. L’elisir di lunga vita esiste e assomiglia terribilmente a ciò che sapevamo e abbiamo dimenticato. Ovvero: mettere nel piatto quel che avrebbero mangiato i nostri nonni per vivere quanto potranno legittimamente aspettarsi i nostri nipoti (anche grazie anche ai progressi della medicina).

L’indomani lo seguo a un convegno alla Davis School of Gerontology («la più antica del mondo») della Usc, meno popolare della Ucla, ma primatista assoluta nell’arte di raccogliere fondi, come dimostrano le decine di cantieri nello sterminato campus o il pacchianotto edificio donato dall’ex allievo George Lucas. Apre il promettentissimo Sean Curran che sdrammatizza confutando Woody Allen («Puoi vivere fino a cento anni, se rinunci a tutte le cose per cui vale la pena vivere») e ricordando che gli antiossidanti funzionano anche da adulti. Evvai! Poi è la volta di Longo che cita il suo maestro Roy Walford che si era ritirato un anno nel deserto dell’Arizona con altri otto volontari praticando una forma estrema di restrizione calorica e finendo pelle e ossa («Una cattiva idea. Morì poco dopo, a 77 anni»). Ma rammenta anche Jeanne Calment, una francese spirata a centoventidue anni, fumando fino a cento. Poi si dilunga su meccanismi cellulari che vedremo meglio tra poco. Quindi arriva il decano Caleb Finch, con barba bianca e pizza-tie, quelle cravatte assurde che si perdonano solo ai prof americani, a ricordare come la longevità dipenda al 35 per cento dall’ereditarietà (che può essere una cattiva notizia se in famiglia se ne sono andati presto), ma per il resto dallo stile di vita (buona notizia per tutti quelli con volontà). Per due terzi, almeno, non siamo condannati. Longo è quello che riceve più domande. Dice cavallerescamente dell’ex-capo di Curran a Harvard che potrebbe vincere il Nobel. Lo stesso vale per lui, ma è un genovese riottoso che non si autoincenserebbe neppure sotto tortura. Riesco a estorcergli un po’ di biografia durante un tragitto in auto, prima di iniziare due giorni di intervista. Figlio di un poliziotto e di una casalinga calabresi trasferitesi in Liguria per lavoro, da ragazzo suona la chitarra e a 16 anni convince il padre, in cambio di ottimi voti a scuola, di mandarlo un’estate dai parenti a Chicago per studiare in una celeberrima scuola di jazz. Gli piace così tanto che chiama a casa e avverte: «Non torno» (l’unico mistero riguarda la rassegnata resa dei suoi). Finisce lì le superiori, vincendo delle borse di studio, ma poi gli chiedono di dirigere la banda dell’università, si rifiuta e archivia la carriera alla Pat Metheny. Al college farà biochimica, un prestito studentesco via l’altro. Si arruola nell’esercito part-time per guadagnare («Nel 1991 un giornale locale pubblica la mia foto con il battaglione che doveva partire per l’Iraq» e che all’ultimo sarà lasciato a casa). Quindi il dottorato, poi il postdottorato in neuroscienze e l’insegnamento universitario. Finanziamenti raccolti per oltre venti milioni di dollari. La creazione di un’azienda nutraceutica tra le nove più influenti del mondo nel campo dell’invecchiamento («Io non prendo nulla: va tutto a sostenere le ricerche»). E siamo a oggi.

L’ufficio di Longo, in un laboratorio che impiega una ventina di persone (più altre cinque all’Ifom di Milano) che gestisce in totale autonomia, ha i mattoncini a vista, un grosso Mac da tavolo e una macchinetta per il caffè che si rivelerà non marginale nel proseguo della storia. Cala le carte. In uno studio su 6000 persone pubblicato l’anno scorso su Cell Metabolism Longo ha dimostrato come chi consumasse più proteine (oltre il 20% delle calorie giornaliere) aveva un rischio di mortalità del 75% superiore di chi ne consumava meno del 10% (sugli over 65 l’aumento di rischio scompare). Facendola semplicissima: l’americano medio, a forza di strafogarsi di hamburger, rischia di morire quasi il doppio di chi si dà una regolata. L’avevano intuito in tanti, ma lui l’ha dimostrato. La scoperta era coerente con un’altra pubblicata su Science Translational Medicine nel 2011. Sulle tracce dei centenari, dopo il sud d’Italia, Okinawa e certe remote aree colombiane, era finito in Ecuador e si era accorto della peculiarità di un gruppo che tendeva a non sviluppare diabete né cancro: avevano una deficienza nel ricettore dell’ormone di crescita, ovvero la principale via di segnalazione delle proteine. Detta altrimenti: o ne mangi poche o ne mangi tante senza che riescano a far danno perché il sentiero cellulare è ostruito, il risultato non cambia. Ovvero sei protetto contro il cancro e contro le altre principali malattie dell’invecchiamento. È la prima gamba del Longo-pensiero.

La seconda riguarda il digiuno. Quello prolungato, diciamo 4-5 giorni, che provocherebbe una formidabile rigenerazione del sistema immunitario («Circa un terzo viene distrutto, e viene ricostituito durante il refeeding, quando ricominci a mangiare»). Immaginate di aver pigiato un grande tasto reset, immensamente benefico per l’organismo. Dei sani e dei malati, dal momento che gli esperimenti pubblicati l’anno scorso su Cell Stem Cell mostrano come chi lo faceva durante la chemioterapia era difeso dalla sua tossicità («Le cellule tumorali sono tali perché si dividono in maniera anomala. Se tu le affami, invece di dar loro una benzina super, non capiscono, cercano di mangiare tutto e muoiono. Sui topi l’effetto è chiarissimo, ora testiamo sugli uomini»). In verità almeno su un uomo l’esperimento ha già funzionato. Parliamo del vostro cronista che, tempo fa, l’aveva provato per abbassare un colesterolo in orbita. Quattro giorni a circa 100 calorie, ovvero un tè a colazione e un brodino vegetale a pranzo e cena (in alternativa una centrifuga). Mi sembrava una prova sovrumana e invece, al netto del mal di testa della prima sera (preventivato: «Il cervello, abituato a cibarsi di zuccheri, va per la prima volta in vita sua a cercare altrove il cibo e lo trova nei corpi chetonici che sintetizza dal grasso in eccesso»), tutto era andato sorprendentemente bene. Avevo perso quattro chili, di lì a poco fatto scendere il colesterolo da critico ad alto e soprattutto avevo ristabilito proporzioni assai più sane tra quello buono e quello cattivo. Fine del coming out.

Non mangiando accadono molte cose. La più importante delle quali, oggetto di uno studio in corso, è il ringiovanimento degli organi: «Da alcune prime indicazioni l’organismo torna a non essere resistente all’insulina, principale causa del diabete. Come a 18 anni. E la cosa migliore è che i benefici durano per almeno tre mesi». A quel punto si può ripetere il digiuno, ma per i molto sani uno all’anno può bastare. Lui lo fa. I suoi ricercatori lo fanno. L’ha fatto Jenni Russell, giornalista del Times di Londra, che poi ne ha scritto sul giornale: «Avevo una malattia autoimmune: dormivo 12 ore al giorno, ero esausta. Quando poi mi hanno curato con la chemio per un cancro è andata anche peggio. Sino a quando ho provato il digiuno che ha costretto il mio midollo spinale a produrre nuove cellule staminali. E dopo quattro giorni mi sono sentita meglio di quanto non mi succedesse da anni». L’articolo si chiude con un appello al ministro della salute britannico a finanziare subito grossi studi, considerato anche che il cortisone costa caro e il digiuno quasi niente. Longo intanto ha creato L-nutra, un’azienda che ha testato e prodotto un kit di cibi giusti per i cinque giorni della Fasting Mimicking Diet. Si tratta di uno scatolone con dentro cinque zuppe liofilizzate, con tutti i nutrienti, altrettante barrette di cereali e noci, bustine di tè e tutto quello che serve a sopravvivere con 750-1000 calorie per diem. Il pacco costa 199 dollari, ovvero meno di 40 dollari al giorno. Ma lui punta ad abbassare ulteriormente i prezzi e poi questa è l’opzione per i pigri, per chi non vuole star troppo a calcolare e preferisce la comodità di aggiungere acqua a una sbobba sanissima. Perché tutti gli altri possono fare da sé. «L’importante è che ci sia sempre la supervisione di un medico» insiste Longo, «che sia in grado di interpretare le reazioni dell’organismo al nuovo regime» che lui consiglia solo agli over 25 anni di peso normale, persone già completamente formate, perché i ragazzi hanno bisogno anche delle bistecche.

Facciamo che una-due volte all’anno ci si astiene, ma per il resto del tempo cosa si mette in tavola? Nella forma più sintetica: la dieta mediterranea. Con alcune correzioni. Longo va a memoria: «Una persona di 75 chili dovrebbe assumere 60 grammi di proteine al giorno (0,8 grammi per kg di peso corporeo). Sostituire ingredienti di origine animale (latte, formaggi, carne) con ingredienti di origine vegetale (legumi, verdure). Il pesce un paio di volte a settimana va bene, ma occhio al mercurio in tonno e pesce spada (1-2 volte al mese). Ridurre al minimo gli zuccheri semplici, senza accanirsi su quello che si mette nel tè o nel caffe. Bene pane e pasta, meglio se integrali, ma con misura: invece di 150 di spaghetti e 50 di pomodoro fatene 40 grammi e 300 di ceci, lenticchie, fagioli, piselli. Olio di oliva in quantità. Un pugno di noci, o mandorle, o nocciole al giorno. Un multivitaminico alla settimana, per compensare il resto». Ora non dite «lo sapevo già». Primo, perché sapevate cose simili, però inframezzate dalle tante leggende che fioriscono intorno alle diete. Secondo, perché la forza di questo approccio è che non vi costringe a vivere con una bilancia da cucina in mano. È super-pragmatico. Per misurare i ceci potete fare anche col barattolo, «perché con acqua e sale non perdono granché qualità». Anche le verifiche sono facili. Spiega: «Per capire come state andando basta un metro, tipo quelli da sarta. Misurate la circonferenza intorno all’addome. Per le donne, ottimo stare sotto ai 71 centimetri (sopra i 90 triplica il rischio di malattie cardiache). Per gli uomini l’ideale sarebbe sotto i 93 centimetri, ma il rischio alto inizia dopo i 100». Perché il peso, come sfugge drammaticamente ai forzati della Dukan o della Zona, è solo l’epifenomeno. Se mangi bene stai bene, ergo non ingrassi. Se tendete a metter su chilli meglio ridurre i pasti: due al giorno bastano, come confermano gli studi di Satchin Panda dell’università della California. Longo come si comporta? «A colazione un misto di tè verde e nero con due fettine di pane abbrustolito e marmellata. A pranzo quasi niente, ovvero un bicchierone di latte di mandorla con una tazzina di caffè, preparato con la macchinetta in ufficio. A cena poca pasta con tanta verdura, pesce e le altre cose già spiegate». I dolci se li è praticamente dimenticati, tranne un po’ di cioccolata fondente («ma se mi invitano a un compleanno posso prenderlo per non fare l’asociale. L’importante è rigar dritto la maggior parte del tempo»). Al più un altro caffè e una barretta con noci in giornata. Non ha la faccia di uno che soffre, a differenza di altri pasdaran del nutrizionismo. Ha la faccia sazia di chi sa di stare facendo la cosa giusta. Ma perché, essendo così facile, non lo fanno tutti?

I motivi sono molti. Hanno a che fare con l’industria e con la psicologia. «Quando la notizia dello studio sulla dieta a basse proteine uscì sul portale di Yahoo! venne assaltato da quasi cinquemila commenti. A guardarli bene si capiva che i mandanti erano le pr di imprese molto preoccupate dalle implicazioni sul loro business. Voglio dire: se questa cultura passa significa la totale riscrittura della dieta americana!». Ogni Paese ha le sue sensibilità. Dice: «In Italia se togli i formaggi ti saltano alla giugulare. Eppure guardate le curve Istat sull’andamento dei consumi di formaggi e carne e confrontatele con l’aumento dei tumori. È spaventoso...». Dunque c’è una disinformatija organizzata. Alla quale si aggiunge il più classico dei meccanismi di difesa freudiani: la negazione. «Che male potrà fare una bella Chianina?». Senza considerare il fattore delega a esterni: se hai il colesterolo alto e puoi buttarlo giù comodamente con una pasticchina, chi te lo fa fare di rivoluzionare tutta la dieta? Che è un po’ l’attitudine di chi minimizza i rischi del riscaldamento globale e propone di continuare a bruciare petrolio e spostarsi in formazioni un Suv-una persona, tanto poi ci sono le tecniche di geoengineering per provare a rimediare ex post ai guasti.

Longo è un fiume in piena. Si inabissa nei meccanismi di processamento dei cibi, dallo stomaco all’intestino, i cui villi separano e assorbono gli amminoacidi, il glucosio e i grassi, sino al filtraggio del sistema immunitario e alla decisioni del cervello su come allocare quelle energie, ritornando al ruolo chiave dell’ormone della crescita come interruttore della proliferazione cellulare. Mi spiega una quantità di cose che meriterebbero un libro. Porto a casa e vi riconsegno tre principi semplici da mandare a memoria. Se cercate un modello, tra le diete già codificate, il migliore è la pescetariana, ovvero no carne tranne il pesce, oltre alle cose già dette. Non innamoratevi di cose strane, orientali, improbabili olii di San Lorenzo alimentari: mangiate cose della vostra terra, le stesse che avrebbero mangiato i vostri avi, perché se anche voi non lo sapete il vostro organismo lo sa, ed è stato allenato dall’evoluzione a rispondere bene a cibi che conosce. In ultimo, non vi fissate su elementi singoli, tipo modaiole bacche vermiglie, presentati come miracolosi: la brutta notizia è che i miracoli non esistono. Rileggetevi Paracelso: «È la dose che fa il veleno». Niente da solo vi salverà né vi condannerà. L’organismo è una macchina complessa che richiede un approccio complesso. Ma se vi impegnate in questa manutenzione ci sono ottime probabilità che arriverete lontano. Poi ci sono i frontali con un camionista stordito dal sonno, autostrade che collassano per incuria criminale e mille altri rischi fuori dal nostro controllo. Almeno prendiamoci cura della nostra parte. Ricordate il prof con la cravatta sbagliata: due terzi della longevità dipende dallo stile di vita. È il momento di prendere la sua lezione, e quella del suo brillante collega italiano, terribilmente sul serio.

 


FEBBRAIO  2016

 

«I SOCIAL MEDIA SONO UNA TRAPPOLA», PAROLA DI ZYGMUNT BAUMAN

Zygmunt Bauman ha appena festeggiato il suo 90° compleanno, ma riesce ancora a esprimere le sue idee con calma e in modo chiaro, prendendosi tempo con ogni risposta perché odia dare risposte semplici a domande complesse. Da quando ha sviluppato  la teoria della modernità liquida alla fine del 1990 – che descrive la nostra epoca come quella in cui «tutti gli accordi sono temporanei, fugaci  e validi solo fino a nuovo avviso» – è diventato una figura di spicco nel campo della sociologia. In un’intervista al quotidiano spagnolo El Paìs ha espresso il suo scetticismo sull’uso dei social media in ambito politico.

Lei è scettico riguardo al modo in cui la gente oggi protesta attraverso i social media, il cosiddetto “attivismo da poltrona”, e sostiene che internet ci riempie la testa con contenuti scadenti. Dunque, secondo lei i social media sono il nuovo oppio dei popoli?

Il fatto è che l’identità è passata dall’essere qualcosa con cui si nasce a qualcosa da costruire: è necessario crearsi la propria comunità di riferimento. Ma le comunità non sono un’invenzione, o appartieni loro o ne sei fuori. Ciò che i social network possono creare è solo un surrogato.
La differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi. Se ne ha il controllo. Si possono aggiungere amici quando lo si desidera ed è possibile eliminarli allo stesso modo. Si tengono sott’occhio le persone con cui ci si vuole relazionare.

Il risultato è che tutto questo fa stare bene la gente, perché la solitudine, l’abbandono, è la paura più grande che affligge la nostra epoca individualistica. Ma è così facile aggiungere o rimuovere gli amici sui social media che le persone dimenticano le regole del comportamento sociale, necessarie quando si va per strada, al lavoro, o quando ci si trova costretti ad instaurare una relazione empatica con le persone che ci stanno attorno. Papa Francesco, che è un grande uomo, ha rilasciato la sua prima intervista dopo essere stato eletto a Eugenio Scalfari, giornalista italiano che è anche un ateo autoproclamato.

Era un segno: il vero dialogo non è parlare con persone che credono nelle tue stesse cose. I social media non ci insegnano a dialogare perché in quel mondo è facile evitare le polemiche, quando lo si desidera. La maggior parte delle persone utilizza i social media non per collegarsi e neppure per ampliare i propri orizzonti, ma, al contrario, per rinchiudere sé stessi in una comfort-zone in cui gli unici suoni sono gli echi della loro voce e  le uniche cose che vedono sono i riflessi del proprio volto. I social media sono molto utili e piacevoli, ma sono una trappola.

Ha descritto la disuguaglianza come una “metastasi”. È la democrazia a essere a rischio?

Potremmo descrivere ciò che sta accadendo in questo momento come una crisi della democrazia, il crollo della fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni: la convinzione che i nostri leader non siano solo corrotti o incompetenti,  ma addirittura inetti. L’azione richiede energia per essere in grado di fare le cose, e noi abbiamo bisogno della politica, che è la capacità di decidere cosa deve essere fatto. Ma l’idillio tra il potere e la politica nelle mani dello Stato nazionale si è rotto.  

Il potere ha assunto dimensioni globali mentre la politica ha mantenuto la sua dimensione locale ed è rimasta fregata. La gente non crede più nel sistema democratico  perché non mantiene le sue promesse . Lo vediamo, ad esempio, con la crisi migratoria: è un fenomeno globale, ma noi ci comportiamo ancora con spirito campanilistico. Le nostre istituzioni democratiche non sono state progettate per affrontare situazioni di interdipendenza  e l’attuale crisi della democrazia è una crisi proprio delle istituzioni democratiche.

Adesso cosa pesa di più sulla bilancia: la libertà o la sicurezza?

Si tratta di due valori tremendamente difficili da conciliare. Per avere più sicurezza, bisogna rinunciare in parte alla libertà; se si vuole più libertà, inevitabilmente si ridurranno le misure di sicurezza. Questo dilemma sarà eterno. Quarant’anni fa eravamo convinti che la libertà avesse trionfato e abbiamo dato il via a un’orgia di consumismo. Tutto sembrava possibile, bastava solo un prestito di denaro: automobili, case… Ogni desiderio era realizzabile senza doverlo pagare subito.  Il campanello d’allarme è scattato nel 2008, un anno amaro, quando i finanziamenti erano finiti e le casse prosciugate. La catastrofe, il collasso sociale che ne è seguito,  ha colpito in particolar modo le classi medie, trascinandole in quella situazione di precarietà in cui versano tuttora: non sanno se la loro azienda stia per essere acquisita o se saranno licenziati, non hanno nemmeno la certezza che ciò che hanno comprato a rate finora gli appartenga davvero. Il conflitto non è più tra le classi sociali, ma tra i singoli individui e la società. Non è solo una questione di mancanza di sicurezza, ma di mancanza di libertà.

Lei dice che ora il progresso è un mito, perché la gente non crede più che il futuro sarà migliore del passato.

Siamo in un periodo di interregno tra un momento in cui abbiamo avuto certezze e un altro in cui i vecchi modi di fare le cose non funzionano più. Non sappiamo cosa ci toccherà prossimamente. Stiamo sperimentando nuovi modi di fare le cose. La Spagna ha cercato di mettere in discussione questo stato di fatto con il movimento 15 Maggio (15M), quando la gente è scesa nelle piazze per discutere e confrontarsi,  nel tentativo di sostituire le procedure parlamentari con una sorta di democrazia diretta. Ma non è durato a lungo. Le politiche di austerità continueranno, nessuno le potrà fermare, ma queste persone potrebbero rivelarsi ancora vincenti nel trovare un nuovo modo di affrontare le questioni politiche.  

Lei sostiene che fenomeni come gli ‘Indignados’ o il movimento internazionale ‘Occupy’ sanno “come spianare la strada, ma non il modo per creare qualcosa di solido”.

Quando scende in piazza, la gente è disposta a mettere da parte le differenze in vista di un obiettivo comune. Se questo obiettivo è negativo, come ad esempio contestare qualcuno, ci sono più possibilità di successo. In un certo senso potrebbe essere vista come un’esplosione di solidarietà, ma la caratteristica di un’esplosione è di essere molto potente ma di breve durata.


 

DICEMBRE  2015

"Senza valori e obblighi morali comunemente condivisi e ampiamente radicati, né la legge, né il governo democratico, nemmeno l'economia di mercato funzioneranno correttamente”.

(Václav Havel)

Adottato dalla nostra Azienda il "Codice di Condotta per la Prevenzione e la Lotta contro le Molestie Sessuali, Morali e il Mobbing".

I codici di condotta sono delle regole di autodisciplina che un determinato settore della società dichiara di impegnarsi a seguire nello svolgimento del proprio ruolo, rispecchiando particolari criteri di adeguatezza e opportunità, in riferimento a un determinato contesto culturale, sociale o professionale.

Fanno parte di quelle iniziative volontarie nate sull’onda delle teorie di alcuni economisti che negli anni ‘80 hanno iniziato a parlare di responsabilità sociale d’impresa, sostenendo che l’obiettivo di un’azienda non doveva essere solo il profitto, ma anche l’attenzione alle persone e all’ambiente. Insomma una visione d’impresa sostenibile che ha prodotto alcuni strumenti che aiutano a realizzare questi obiettivi. L’adozione di codici etici di autoregolazione o codici di condotta sono uno di questi strumenti che mirano a rendere pubblica la responsabilità sociale dell’impresa (Corporate Social Responsibility).

Un codice di condotta rappresenta quindi un contratto sociale tra l'Azienda e i suoi stakeholders e ha la funzione di legittimare l’autonomia dell’impresa annunciando pubblicamente che essa è consapevole dei suoi obblighi di cittadinanza, che ha sviluppato politiche e pratiche aziendali coerenti con questi obblighi e che teoricamente è in grado di attuarle attraverso appropriate strutture organizzative e sanzioni.

Il codice di condotta  può definirsi come la Carta Costituzionale di un’azienda, una carta dei diritti e doveri morali che definisce la responsabilità etico-sociale di ogni partecipante all’organizzazione. E’ un mezzo a disposizione delle imprese per prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome e per conto dell’azienda, perché introduce una definizione chiara ed esplicita delle responsabilità etiche e sociali dei propri dirigenti, quadri, dipendenti e spesso anche fornitori. E’ considerato il principale strumento di implementazione dell’etica all’interno dell’azienda ma anche un mezzo per sostenere la reputazione dell’impresa, in modo da creare fiducia verso l’esterno. (Unimondo.org)".

Torneremo sull'argomento appena verrà pubblicata la delibera di adozione.

Legge salva suicidi, Confconsumatori: ecco come funziona

Si chiama “procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento”, meglio nota come legge cd salva suicidi, ed è il provvedimento n.3 del 2012 che ha permesso ad una cittadina di Busto Arsizio di ridiscutere il suo debito con Equitalia riducendolo a 11 mila euro dagli 86 previsti inizialmente. Una opportunità interessante, ma poco conosciuta come spiega Emilio Graziuso, legale della Confconsumatori.

“Utilizzando la procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento sia per il consumatore che per il piccolo imprenditore, per effetto di un provvedimento giudiziale, scatterà il blocco delle azioni esecutive individuali e di quelle cautelari sul patrimonio del debitore sino al momento dell’omologazione dell’accordo e del piano del consumatore. La finalità del procedimento regolato dalla legge 3/2012 è quello di porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento, attraverso un accordo con i creditori nell’ambito di una procedura di composizione della crisi. Come coordinamento Confconsumatori – Dalla Parte del Consumatore, stiamo cercando, in tutti i modi, di far conoscere al cittadino questo importante strumento che l’ordinamento mette a disposizione – ovviamente qualora ne ricorrano i presupposti – per la soluzione di una crisi economica delle famiglie che in molti casi sembra essere senza via d’uscita”.

La legge del 2012, spiega il legale, si rivolge essenzialmente ai consumatori ed ai piccoli imprenditori che non siano più in grado di far fronte ai debiti contratti.

I consumatori in difficoltà economica, quindi, anche temporanea, grazie alla procedura prevista nella detta normativa, possono riprendere le proprie attività sospendendo le obbligazioni pregresse (mutui, esecuzioni immobiliari, esecuzioni mobiliari e presso terzi, cautelari), anche in una prospettiva di ripresa della domanda interna dei consumi.

Il consumatore diventa il beneficiario di una procedura di composizione della crisi caratterizzata dall’assenza del consenso di una maggioranza, anche semplice, dei crediti e dei creditori.

Tutto è, invece, subordinato ad un giudizio di fattibilità del piano di ristrutturazione del debito ed a una valutazione di meritevolezza che andranno effettuate soltanto dall’Autorità Giudiziaria.

Per il piccolo imprenditore non fallibile, invece, sarà necessario l’accordo con almeno il 60% dei creditori.

I creditori che non aderiscono all’accordo saranno comunque vincolati all’accordo e saranno pagati anche loro in percentuale, a patto del raggiungimento della maggioranza qualificata.

In buona sostanza attraverso la procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, qualora ammessa dal Tribunale, il consumatore ed il piccolo imprenditore potranno pagare una percentuale dei propri debiti e non l’intera esposizione debitoria.

 

 



 

OTTOBRE  2015

La ricerca sul coping effettuata con la collaborazione di un campione di operatori aziendali è pubblicata in calce in formato pdf.


Trasparenza e Trasparentismi 

Massimo Di Rienzo

Abstract 

Trasparenza è una "parola magica" in grado di evocare effetti taumaturgici su molte delle questioni che occupano l'agenda politica degli ultimi anni. Basti osservare la traiettoria che il concetto di trasparenza ha disegnato negli ultimi venti anni in Italia. Ma la complessità del tema richiede un tentativo di analisi e di pulizia concettuale a fronte di un atteggiamento a volte ideologico con il quale il tema viene trattato (in questo senso i "trasparentismi"). L'articolo mette in guardia da una adesione estatica o dogmatica alla trasparenza. in effetti, la trasparenza di per sè non è nè buona nè cattiva, dipende dall'uso che se ne fa e dai rapporti di potere in campo. Il "gioco" della trasparenza è eticamente orientato fino a che il controllante e il controllato possono scambiarsi facilmente i ruoli in uno spirito di piena reciprocità e simmetria.  Questo sistema di reciprocità che regge l'orientamento etico della trasparenza è frutto di una tradizione politica e amministrativa, di una cultura dell'etica pubblica, di un equilibrio istituzionale, di un atteggiamento morale dei governanti, di una capacità di selezione delle classi dirigenti, di una diffusa "capacità civica" dei cittadini che noi ancora non possediamo ma senza i quali la trasparenza, cioè, il controllo sull'operato di governanti, rischia di essere inutile.  Se non saremo in grado di selezionare, rafforzare e valorizzare le persone "migliori" (integrità) a nulla ci servirà controllarne l'operato (trasparenza).   

1. La stagione della trasparenza 

Mai come di questi tempi la trasparenza va di moda. E' in bocca praticamente a tutti, tra 

politici, giornalisti, opinionisti e anche tra la gente si sente sempre più spesso parlare di 

"fare trasparenza", "massima trasparenza".  

L'opinione pubblica invoca maggiore trasparenza sui centri di potere, maggiore 

disponibilità di informazioni, regole più chiare, semplificazione delle procedure, 

maggiore chiarezza nei servizi erogati, più informazioni sui risultati dell'azione 

amministrativa, ecc. 

La componente politica ha cavalcato, nel recente passato, quest'onda, imponendo regole 

di trasparenza per le amministrazioni pubbliche assai strette. Poi ci si è accorti che essa 

stessa non ne applicava alcuna, ad esempio, su come venivano gestiti i soldi dei rimborsi 

elettorali. E allora anche i partiti sono finiti sotto il mirino della "trasparenza" e sono 

corsi a rendicontare con tanto di scontrini e fatture online per dimostrare di essere al di 

sopra di ogni sospetto, nonostante indagini a tappeto sulle "spese pazze" dei Consigli 

regionali.  

Trasparenza è diventata una "parola magica" in grado di evocare effetti taumaturgici su 

molte delle questioni che occupano l'agenda politica degli ultimi anni. Basti osservare la 

traiettoria che il concetto di trasparenza ha disegnato negli ultimi venti anni in Italia.  

Si parte con il diritto di accesso (legge 241/1990), una "trasparenza minor" in quanto 

per accedere alle informazioni in possesso della pubblica amministrazione occorreva 

dimostrare di avere un interesse legittimo nella vicenda (quanta acqua è passata sotto i 

ponti).  

Poi, come un fulmine, la stagione della trasparenza della performance, la 

rendicontazione, cioè, dei risultati raggiunti al fine di un controllo sociale. 

Improvvisamente si sono accesi i riflettori sulle "casa di vetro" che dovevano diventare 

le nostre amministrazioni.  

Poi, ancora, una sterzata a 180 gradi per la stagione della trasparenza come misura anti-

corruzione, la luce del sole che disinfetta le stanze buie e polverose dove colludono 

interessi illeciti e potere pubblico.  

Un polimorfismo (ed una retorica) che persino l'ANAC, Autorità Nazionale 

Anticorruzione ha dovuto subire, perchè prima si chiamava CiVIT e doveva sorvegliare 

l'attuazione della performance e della trasparenza della performance, poi è diventata 

ANAC e la performance l'ha perduta mentre la trasparenza è diventata, a furor di popolo, 

lo strumento di contrasto della corruzione.  

Ma il concetto di trasparenza sfugge ad ogni categorizzazione perchè con il termine 

trasparenza si puó fare riferimento, al tempo stesso, ad un 

atteggiamento/comportamento di un singolo individuo o di una organizzazione, ad un 

set di strumenti procedurali e normativi, ad un set di valori (trasparenza, integrità, 

apertura), ad un diritto umano, ad un dogma "quasi-religioso", ad una dottrina di 

governo.  

La storia delle dottrine politiche, sociali e morali ci illustra come gli individui tendano a 

restringere gli spazi di asimmetria informativa tra autorità e cittadini, mentre questi 

ultimi rivendicano un ruolo di centralità e di partecipazione nelle scelte. 

Una progressiva spinta al riequilibrio tra potere e delega si è consolidata nelle recenti 

profonde trasformazioni della società civile e, conseguentemente, della natura dello 

Stato e delle sue formule attuative. Le tendenze alla globalizzazione ne hanno 

profondamente ridimensionato gli ambiti di influenza, così come il potenziamento degli 

strumenti di informazione e comunicazione hanno fornito, almeno in teoria, incredibili 

strumenti di controllo e di partecipazione nelle mani dei cittadini e degli osservatori 

qualificati.  

La complessità del tema richiede un tentativo di analisi e di pulizia concettuale. 

2. Gli approcci culturali alla base del concetto di trasparenza 

Secondo l'articolo 1 del D.Lgs. 33/2012 "la trasparenza è intesa come accessibilità totale 

delle informazioni concernenti l'organizzazione e l'attività delle pubbliche 

amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle 

funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche". 

Una ipotesi piuttosto semplice ma intuitiva. Una maggiore accessibilità delle 

informazioni imporrà ai decisori pubblici di comportarsi meglio e quindi produrrà 

decisioni qualitativamente migliori. In altre parole, la trasparenza porterebbe ad una 

maggiore affidabilità, che determinerebbe a una maggiore fiducia. Ciò significa che 

l'effetto su coloro che osservano dipende dal (positivo) effetto su coloro che vengono 

osservati. Questo effetto mediato è certamente possibile e non eccessivamente 

controverso. Se la trasparenza realmente produce decisioni migliori, e il pubblico li 

percepisce come tale, il pubblico probabilmente tenderà ad accettare le decisioni e avrà 

maggior fiducia nei decisori (De Fine Licht 2011).  

Il dibattito contemporaneo è unilaterlamente orientato a promuovere un maggiore 

livello di trasparenza. Naturalmente, come Karl Popper (1945) ha sottolineato nel suo 

influente trattato "La società aperta e i suoi nemici", la trasparenza è necessaria per 

consentire il controllo sociale, una critica ragionevole, proteggere le persone, e per 

frenare gli abusi di potere delle élite. Nel libro egli tuona contro filosofi come Platone e 

Hegel che hanno fortemente creduto che qualche tipo di interesse collettivo o superiore 

dovesse essere salvaguardato al costo di andare contro all'interesse degli individui. 

Chris Hood, un autore inglese che si è cimentato nel risalire i difficili passi di un percorso 

storico dell'evoluzione del concetto di trasparenza e al quale si deve la definizione più 

minimalista di trasparenza che io conosca ("la trasparenza è quella dottrina secondo cui 

la condotta generale di un esecutivo dovrebbe essere prevedibile e operare in accordo a 

regole pubblicate e per quanto possibile non discrezionali, piuttosto che in maniera 

arbitraria") riporta la questione lì dove è nata, cioè nell'ambito della secolare 

discussione tra "rule of law vs. rule of man", cioè sulla supremazia della legge sull'uomo o 

viceversa.  

L'idea che il governo debba operare secondo regole prefissate e prevedibili ha radici 

molto profonde nel pensiero occidentale e che si consolidano negli ideali del “governo 

delle leggi e non degli uomini” sia in America che in Germania successivamente.  

Vicenda più nota é la tradizione scandinava concernente la libertà di stampa e di 

informazione, risalente ad una norma introdotta nel 1766 che stabiliva il diritto di 

accesso agli atti del governo. Il fautore di questa iniziativa, Anders Chydenius affermó di 

trarre ispirazione dall'imperatore cinese Tai Zhong (settimo secolo) che stabilí l'obbligo 

di registrare le decisioni ufficiali del governo e la corrispondenza. 

Le dottrine legaliste sono sopravvissute e, anzi, si sono rafforzate nel ventesimo secolo. 

Derivano da questo approccio culturale le idee associate alla libertà di informazione, al 

diritto di accesso (con cui è stata identificata la trasparenza, ad esempio, in Italia e in 

Francia fino ai giorni nostri) e che hanno portato al Freedom of Information Act (FOIA) 

americano del 1966. Da questo momento, nonostante il termine "trasparenza" non sia 

ancora in voga, si registra un esplosione di norme, atti, che si rifanno piú o meno 

direttamente al concetto appena esposto 

La trasparenza dei nostri antenati era la lotta quotidiana contro un sovrano assoluto che 

anteponeva il proprio sigillo alle aspettative di giustizia del popolo suddito. Le regole, 

allora, sotto forma di leggi o super-leggi hanno rappresentato una delle maggiori 

conquiste di civiltà che l'essere umano abbia raggiunto. La progressiva erosione della 

discrezionalità e la lotta contro l'arbitrarietà contraddistinguono i primi impeti pro-

trasparenza che sono giunti ai nostri giorni. Ne troviamo traccia, ad esempio, leggendo il 

disciplinare di gara di un bando, quando ci si accorge che esso non è altro che un 

complesso "libro delle regole" messe a bada dell'arbitrarietà del soggetto chiamato a 

valutare. E ascoltate come suonano tristemente attuali le parole di Adam Smith a 

proposito della trasparenza delle regole che governano le tassazioni: "Le tasse 

dovrebbero essere certe e non arbitrarie. Il tempo del pagamento, la maniera di pagare, la 

quantità. Tutti questi elementi devono essere noti a tutti i contribuenti” Adam Smith, 

1776, The Wealth of Nations

Il concetto di "stato di diritto" presuppone che l'agire di un governo debba essere 

sempre e comunque vincolato alle leggi per prevenire fenomeni di abuso, mentre, la 

posizione contraria sostiene che il buon governo dipende dall’uso intelligente e capace 

della discrezionalità che i governanti moralmente retti sapranno applicare caso per caso. 

E' la visione aristotelica (e Confuciana) per la quale il buon governo deriverebbe dalla 

capacità di alcuni “eletti” di decidere caso per caso le umane vicende. 

Parallelamente, dunque, il pensiero occidentale ha comunque sempre accompagnato 

questa progressiva emersione della regola con un atavico scetticismo per ogni forma di 

risoluzione "magica"attraverso la norma, mettendo in guardia dall'affidare i destini 

umani alla fredda legge.  Samuel Johnson affermava che “Un paese è in cattivo stato, se è 

regolato solo dalle leggi, perché mille accadimenti si verificano che le leggi non possono 

risolvere e in cui un’autorità si deve interporre”.  

Così come le discussioni sulla predominanza della "natura" nei confronti della "cultura" 

(nature vs. nurture) o viceversa hanno impegnato le migliori menti dei secoli scorsi su 

cosa determina le differenze tra individui e popolazioni, le qualità innate che si ricevono 

in eredità dai genitori biologici oppure il contesto in cui si viene allevati, così la 

dicotomia "autorità della regole vs. autorità dell'individuo" ha attraversato ogni epoca e 

si è progressivamente arricchita di sfumature del tutto orginali. 

Un approccio rilevante in materia di centralità dell'individuo è proprio di Jean-Jacques 

Rousseau (1712-1778) secondo cui “L’azione pubblica dovrebbe essere condotta con un 

alto livello di franchezza, apertura, candore”. La trasparenza, dunque, come "qualità" di 

un individuo, come "integrità", come autorevolezza e limpidezza morale.  

Rousseau, nel suo Contratto Sociale, argomentava che i funzionari pubblici dovrebbero 

operare “sotto gli occhi del pubblico”. Questa idea si inseriva nella più ampia corrente di 

pensiero che all'epoca contrastava fortemente l'impostazione dogmatica e le pratiche 

della Chiesa cattolica, ancorate a rigidi rituali di segretezza (il confessionale, il Conclave, 

ecc.). Secondo questa interpretazione della pratica religiosa il fedele doveva mostrare 

apertura, franchezza e candore nei confronti della divinità e, soprattutto, nelle attività di 

governo della comunità religiosa.  

Pertanto, l’idea di un pubblico funzionario aperto e trasparente ha le sue origini culturali 

nell’ambito della Riforma protestante. Qualcosa di profondo e sconvolgente accade nel 

XVI° secolo le cui conseguenze culturali e antropologiche ancora non sono state 

comprese. La tradizione luterana prevedeva che i ministri del culto enfatizzassero 

pratiche come, ad esempio, i “church meeting” incontri con la comunità in cui il pastore 

era aperto alla discussione con i fedeli, ma anche lo “sgabello penitenziale” che era un 

posto in cui i peccatori erano obbligati a sedere e che era particolarmente visibile. In 

alcune Chiese riformate gli adulteri, infatti, erano costretti a sedere di fronte alla 

congregazione durante la funzione domenicale. 

church meeting danno origine alla tradizione, tutta nord-europea, di aprire i processi 

decisionali al contributo di soggetti che tradizionalmente rimanevano esclusi (quella  

che oggi noi chiamiamo "partecipazione" o "processi partecipativi"), così come nasce e si 

sviluppa nell'etica protestante il concetto di "accountability", cioè, il rendere conto alla 

Comunità dell'operato e dei risultati delle scelte di chi ha responsabilità pubblica. 

Lo sgabello penitenziale dà vita alla tradizione culturale secondo cui, se si provoca 

intenzionalmente un danno alla comunità, la questione non si risolverà con una 

conversazione privata con il pastore, ma si sarà costretti ad esibire il pentimento con 

vergogna nel luogo in cui la Comunità si riunisce, cioè la Chiesa, in un posto in ci sarà 

visibilità totale (naming and shaming). In questo senso la trasparenza del 

comportamento e delle implicazioni che esso ha comportato per la Comunità sarà 

massima. 

La stigmatizzazione sociale che ne deriva può essere definita come il processo di 

emarginazione a cui viene condotto un individuo in quanto portatore di uno stigma, 

quindi di una determinata caratteristica che la società di cui fa parte ritiene diversa e 

che quindi rifiuta. La stigmatizzazione sociale è un elemento cruciale nel discorso sulla 

trasparenza come qualità individuale. Potremo dire, eufemisticamente, che la nostra 

società (o una maggioranza significativa) non opera la necessaria stigmatizzazione 

sociale nei confronti di chi si macchia di comportamenti lesivi dell'interesse collettivo. 

Questo fa sì che, seppure una minoranza eticamente orientata rendesse visibile, 

attraverso la trasparenza, dati e informazioni sull'operato di un decisore pubblico 

corrotto, in assenza di stigmatizzazione sociale, non si avrebbe un effetto rilevante sul 

decisore che continuerebbe a fare quello che ha sempre fatto.  

Vi suona familiare? In questo senso, in assenza di stigmatizzazione sociale la trasparenza 

diventa un gigantesco moltiplicatore di frustrazione e impotenza per una parte 

minoritaria della popolazione, oltre ad essere un fenomenale strumento di delega della 

responsabilità di sanzionare ad un presunto "controllore" esterno. 

Inoltre, se si è trasparenti nel rapporto con Dio perchè Egli tutto vede e provvede, non si 

capisce perchè non si debba essere nudi e trasparenti anche di fronte alla propria gente. 

La tradizione culturale della contro-riforma di cui siamo eredi inconsapevoli, invece, 

privilegia un rapporto esclusivo con la divinità escludendo qualsiasi interferenza sia a 

livello di rendere conto dell'operato e delle scelte sia a livello di selezione dell'autorità, 

basti pensare a come, tutt'oggi si elegge un Papa. L'opera dello Spirito Santo, per chi è 

credente, assicura e garantisce che le le penne dei cardinali facciano il loro dovere, ma 

fuori dal Conclave, nelle limitrofe stanze chiuse all'interno di palazzi oscuri, dove si 

decide veramente, si continua ad operare allo stesso modo da almeno duemila anni, 

ahimè in assenza di Spirito Santo.  

E' come se la storia si fosse vendicata. Poco a poco ci tornano addosso tutte le istanze 

che la contro-riforma aveva violentemente rigettato, l'etica del lavoro e la cultura della 

valutazione che premia i migliori e punisce i peggiori (vedi "performance") di stampo 

prettamente calvinista, l'apertura dei processi decisionali (vedi "partecipazione"), il 

rendere conto dei risultati (vedi "accountability"). Questioni che ora come allora 

vennero sollevate dal declino morale delle classi dirigenti che allora si vendevano le 

indulgenze, ora le Esposizioni Universali... 

Ma un altro approccio culturale si fa strada, nelle pieghe del quale noi riconosciamo 

pienamente il modo in cui si parla di trasparenza oggigiorno. Nel diciottesimo secolo il 

concetto di trasparenza puó essere anche associato all'idea emergente di ottenere il 

controllo sulla natura attraverso la sua osservazione, sorveglianza e conoscenza. E' il 

tempo in cui i commercianti, soprattutto inglesi, di ritorno dai loro traffici nel sud est 

asiatico o in America si portano dietro i cosiddetti "selvaggi" con l'aspettativa di renderli 

dei perfetti "gentleman", dimostrando così che la natura può essere ingabbiata, costretta 

e ricondotta ad armonia attraverso una attenta e pervicace azione di "educazione". 

Il concetto che sta alla base di questo approccio culturale afferma che, cosí come la 

natura puó essere domata se la sua rappresentazione ne illustra le regole, cosí la società 

puó essere protetta dai crimini se le persone e gli oggetti del mondo sociale sono 

marchiati ed identificati, sorvegliati e controllati, soggetti, cioé, alla piena visibilità 

pubblica.  E' il tempo anche in cui le strade delle città cominciano ad essere illuminate 

per prevenire atti criminali. 

Il maggior interprete di questa visione fu Jeremy Bentham, architetto e filosofo inglese, 

che nel diciottesimo secolo, sulla base degli elementi culturali sopra esposti, conió la 

famosa espressione: "piú attentamente saremo osservati, meglio ci comporteremo".  

Bentham fu anche l'inventore del celebre "Panopticon", una costruzione carceraria 

congegnata in modo tale che un unico osservatore posto al centro dello stabilimento 

potesse tenere sotto controllo visivo il comportamento di tutti gli ospiti della colonia 

penale. Una forma di architettura che fu definita "ispettiva”. 

Siamo di fronte a quella che io considero "la faccia sporca della trasparenza", cioè, la 

trasparenza come controllo.  

Una volta in un convegno un autorevole ricercatore rivolse la seguente domanda 

all'auditorio: "secondo voi, quale Paese al mondo ha raggiunto i maggiori livelli di 

trasparenza?" L'auditorio prima timidamente, poi con una certa convinzione, propose le 

solite nazioni virtuose del Nord Europa. La risposta fu molto spiazzante. Secondo 

l'oratore il Paese che aveva raggiunto i livelli maggiori di trasparenza era sicuramente 

da considerare l'ex Germania Est, nel senso, che il governo, attraverso una diligentissima 

polizia, aveva accesso a qualsiasi informazione riguardante le azioni e le opinioni dei 

cittadini. Un bellissimo film "Le vite degli altri" avvalora questa ipotesi illustrando 

mirabilmente cosa significasse vivere in quel contesto di "piena trasparenza".  

Quello che l'oratore voleva intendere è che la trasparenza di per sè non è nè buona nè 

cattiva, dipende dall'uso che se ne fa e dai rapporti di potere in campo. Il "gioco" della 

trasparenza è eticamente orientato fino a che il controllante e il controllato possono 

scambiarsi facilmente i ruoli in uno spirito di piena reciprocità e simmetria. Cosa 

significa concretamente? Il Panopticon di Bentham è certamente uno strumento di 

trasparenza (di ispezione) ma non è eticamente orientato perchè il controllato (la 

popolazione carceraria) non si potrà mai trovare al posto del controllante (le guardie 

carcerarie) e viceversa. Se il governo di uno Stato ha accesso a tutte le informazioni sui 

comportamenti dei propri cittadini ma i cittadini non possono accedere alle 

informazioni sui comportamenti dei propri governanti siamo comunque in un regime di 

trasparenza, ma fortemente asimmetrica, in cui non c'è permeabilità dei ruoli. 

Al contrario funziona lo stesso. Ricordate il caso del ministro Visco che mise online i 

redditi di tutti gli italiani? Il popolo è sempre pronto a chiedere trasparenza ai propri 

governanti (e fa bene) ma che succede quando i governanti chiedono trasparenza ai 

propri cittadini?  

Questo sistema di reciprocità che regge l'orientamento etico della trasparenza è frutto di 

una tradizione politica e amministrativa, di una cultura dell'etica pubblica, di un 

equilibrio istituzionale, di un atteggiamento morale dei governanti, di una capacità di 

selezione delle classi dirigenti, di una diffusa "capacità civica" dei cittadini che noi 

ancora non possediamo ma senza il quale la trasparenza, cioè, il controllo sull'operato di 

governanti, rischia di essere inutile.  

Se non saremo in grado di selezionare, rafforzare e valorizzare le persone "migliori" 

(integrità) a nulla ci servirà controllarne l'operato (trasparenza).   

Senza voler fare il facile paragone con i Paesi scandinavi (ricordo che la Svezia è stata la 

prima nazione al mondo a inserire nella propria costituzione il diritto legale di accedere 

ai documenti nel 1776), si può dire che ci troviamo di fronte ad un regime realmente 

trasparente solo quando osserviamo questa reciprocità: i cittadini sono in grado di 

sapere tutto dei propri governanti e viceversa.  

Altrimenti siamo di fronte a qualcosa di diverso, in alcuni casi a veri e propri Stati di 

Polizia, in altri casi, ad una retorica stucchevole e inefficace sulle presunte qualità 

taumaturgiche della trasparenza. 

Quello che voglio dire è che oltre agli strumenti di controllo (trasparenza esterna) non si 

può prescindere dalle qualità che i governanti che debbono possedere, cioè, un 

orientamento all'apertura e all'integrità morale (trasparenza interna). In questo senso 

affermerei con una certa perentorietà che la trasparenza senza l'integrità non va da 

nessuna parte. L'integrità è una sorta di "stabilizzatore etico" della trasparenza.  

Perciò, proprio alla stessa maniera di come è andata a finire la questione tra natura e 

cultura (nessuna dei due elementi è preponderante rispetto all'altro nella 

determinazione del carattere di un individuo), anche la dicotomia "autorità delle regole 

vs. autorità dell'individuo" non ha vincenti o perdenti. Semplicemente, occorre che 

entrambe gli elementi siano presenti.  

Le implicazioni operative le ritroviamo nell'ampia manualistica OCSE sulla promozione 

dell'integrità nel settore pubblico e su come adottare strategie di prevenzione della 

corruzione. 

In particolare, l’OCSE raccomanda di mettere a punto strumenti di promozione 

dell'integrità che combinino:  

• un approccio basato sulle regole, secondo cui per prevenire le violazioni 

dell'integrità si utilizzano strumenti quali, ad esempio, la mappatura dei rischi e 

la conseguente messa in campo di contromisure quali la rotazione del personale, i 

controlli interni, la trasparenza interna (Whistleblowing) ed esterna, ecc.  con  

• un approccio basato sui valori, che mira a promuovere l'integrità stimolando la 

comprensione, l'impegno e la capacità dei dipendenti pubblici di prendere 

decisioni etiche e di gestire i dilemmi etici che si trovano a fronteggiare 

(trasparenza del'individuo). 

Un classico esempio di trasparenza come controllo utilizzata nella prevenzione della 

corruzione è il Whistleblowing, cioè, l'atto del segnalare un comportamento illecito di un 

dipendente pubblico, un atto di manifestazione di senso civico, attraverso cui il 

Whistleblower (colui che segnala) contribuisce all’emersione e alla prevenzione di rischi 

e situazioni pregiudizievoli per l’amministrazione di appartenenza e, di riflesso, per 

l’interesse pubblico collettivo. Con il Whistleblowing si realizza uno dei più potenti 

strumenti di trasparenza come controllo, in piena ottica Benthamiana "più attentamente 

saremo osservati, meglio ci comporteremo". Ma anche in questo caso deve funzionare la 

simmetria e la reciprocità. Il "gioco" della trasparenza funziona fintantoché i dipendenti 

pubblici possono segnalare comportamenti di altri dipendenti pubblici compresa la 

componente dirigenziale. Ove questo fosse precluso, ove cioè, la componente 

dirigenziale risultasse impermeabile alle segnalazioni dei funzionari o viceversa, 

l'istituto si trasformerebbe in qualcosa di molto diverso e pericoloso. E mi spingerei 

anche a dire che il gioco funziona davvero solo se si coinvolge anche la componente 

politica. 

L'approccio basato sui valori, invece, esalta la trasparenza come qualità dell'individuo, la 

sua limpidezza morale, il suo "spazio etico". La necessità di rafforzare lo "spazio etico" 

dei dipendenti pubblici è ormai  una pratica consolidata a livello internazionale e si 

costruisce e si realizza attraverso la cosiddetta "formazione valoriale" (o "formazione 

all'etica, alla legalità, all'integrità"). 

3. Trasparenza vs. apertura 

Un secondo elemento che vorrei portare all'attenzione è una certa ambiguità e 

sovrapposizione di significato che spesso rilevo tra "trasparenza" e "apertura". Sebbene 

i due termini vadano progressivamente sovrapponendosi (la trasparenza ingloberà a 

breve il concetto di apertura) esiste, tuttavia, una notevole differenza che si riscontra poi 

in un "effetto trasparentista". 

Come ha brillantemente notato Larsson "…La trasparenza è un concetto più largo 

dell’apertura e ricomprende la semplicità e la comprensibilità, la tempestività, la rilevanza, 

la qualità, l’accessibilità e, in generale, la “fruibilità” del dato. Ad esempio, è possibile che 

un’organizzazione sia aperta riguardo alla sua documentazione e alle procedure ma che 

non sia trasparente nei confronti dei suoi interlocutori principali se l’informazione è 

percepita come incoerente, complicata, poco comprensibile, irrilevante, intempestiva, ecc.".  

E David Heald parla di trasparenza solo in presenza di "...recettori esterni in grado di 

processare l’informazione resa disponibile". Pertanto, mentre per essere aperti basta 

inserire un'informazione a prescindere dalla "qualità" di tale informazione, al centro 

della trasparenza sta il cosiddetto "recettore esterno" o fruitore del dato o informazione. 

Se egli non è in grado di processare l'informazione tutti gli sforzi saranno spesi invano. 

L'impossibilità di processare le informazioni può derivare da due diverse situazioni: 

• una scarsa attenzione ad elementi qualitativi del dato come la rilevanza, la 

completezza, la tempestività, l'aggiornamento, l'accessibilità, la riusabilità, ecc. 

(quello che gli O.I.V. dovrebbero controllare, per intenderci) 

• una scarsa capacità del recettore esterno in termini di lettura, interpretazione e 

utilizzo delle informazioni allo scopo di esercitare il controllo sociale. 

Sul secondo punto, che io considero cruciale, occorre approfondire perchè mentre il 

primo si potrebbe risolvere con azioni di rafforzamento della capacità del mittente (PA) 

ad esempio attraverso l'innovazione tecnologica, il secondo non si risolve se non con 

una complessiva crescita culturale ed un'azione importante sulle agenzie educative per 

migliorare la "capacità civica" dei cittadini.  

Fenster afferma che le ipotesi di una presunta efficacia della trasparenza tendono a fare 

affidamento su un modello piuttosto semplicistico di comunicazione in cui il pubblico 

(recettore esterno) attende la divulgazione di informazioni (il messaggio) dal governo o 

altri centri decisionali (mittente) e successivamente capisce, impara e agisce in modo 

prevedibile, informato e razionale. Tutte queste ipotesi manifestano gravi debolezze, ma 

la natura dei recettore esterno è probabilmente l'elemento per noi più problematico. 

Fenster sostiene che uno dei problemi fondamentali incorporati nella teoria che assume 

la trasparenza come dogma risolutivo, è che essa presume l'esistenza di un pubblico 

interessato che deve e vuole essere pienamente informato. Come estensione di questo 

ragionamento, la teoria presuppone anche che il pubblico capisca e apprenda dalle 

informazioni in modo prevedibile. La ricerca empirica su come le persone percepiscono 

e interpretano le informazioni, tuttavia, ha dimostrato che le informazioni colpiscono le 

persone in modo diverso a seconda della loro predisposizioni, conoscenze e interessi. 

Troppe informazioni possono anche portare a un sovraccarico di informazioni che 

potrebbe rendere le persone più confuse invece di renderle più consapevole e fiduciose. 

Quindi, si direbbe, la trasparenza non ha effetto di per sè, ma nella relazione che esiste 

tra mittente (pubblica amministrazione) e recettore esterno (pubblico). Se questa 

relazione è, ancora una volta, asimmetrica a scapito del recettore esterno, se non si 

investe in capacità di processare e interpretare le informazioni anche se esse sono state 

rilasciate con la dovuta attenzione alla qualità del dato, probabilmente la trasparenza 

non avrà alcun effetto nell'esercitare il controllo sociale. Saremo, cioè, di nuovo, in un 

regime di "trasparentismo". 

4. Trasparenza come evoluzione 

Ma come sarà la trasparenza del futuro? Su questo possiamo solo fare congetture, ma, a 

vedere come va il mondo si può ipotizzare una via anche per noi. 

Parto proprio dall'elemento della "relazione" tra mittente (PA) e recettore esterno 

(pubblico). Gregory Bateson, notevolissimo pensatore, antropologo e conoscitore 

dell'animo umano, ci ha lasciato in erdedità alcuni concetti fondamentali come, ad 

esempio, "ecologia" e "feedback" che vorrei entrambi utilizzare. 

In epoca recente, a seguito della spinta innovatrice di derivazione anglosassone che 

ruota intorno alla centralità del cittadino nel rapporto con il settore pubblico, si è posta 

maggior attenzione alla modalità attraverso cui il settore pubblico interagisce con i 

propri interlocutori, siano essi cittadini, imprese, utenti dei servizi, opinione pubblica.  

Si è notato come, ad un progressivo riequilibro delle dinamiche di potere, si sia 

progressivamente anche venuto a modificare il paradigma attraverso cui queste due 

entità interagiscono. Secondo questa visione ci si sta spostando da un cosiddetto 

paradigma “informazionale” ad un paradigma “relazionale”. 

Nel paradigma informazionale c’è un soggetto (PA) che informa ed un altro 

(cittadino/utente di un servizio) che viene informato, la trasmissione che avviene ha un 

carattere monologico ed esalta il ruolo dell’emittente, la forma del messaggio che deve 

essere trasmesso è legata al tipo di mezzo che viene utilizzato per la trasmissione, le 

pratiche comunicative (nel gergo giuridico si direbbe “le procedure”) sono univoche e 

standardizzate, con una densità semantica assai povera, i significati della comunicazione 

sono prodotti in un luogo esterno ad essa e da qui trasferiti diffusivamente nello spazio 

circostante per esercitarvi forme di controllo e di influenza; in altre parole, l’emittente 

(la PA) decide la modalità comunicativa, il contenuto del messaggio, il segnale da 

attivare e, in particolare, non apre nessun vero processo comunicativo.  

Nel paradigma relazionale, invece, ci sono due soggetti (PA e cittadini) che dialogano, 

l’emittente pone attenzione agli effetti successivi alla ricezione del messaggio, i 

significati non vengono recepiti nella forma in cui vengono prodotti dalla fonte, ma sono 

il risultato di una costruzione intersoggettiva, il significato nasce dalla interpretazione, o 

meglio dalla sistematica cooperazione interpretativa dovuta alla interazione tra 

emittente e ricevente, in altre parole, l’emittente (la Pubblica Amministrazione) instaura 

un processo dialogico con il ricevente, adottandone i codici comunicativi ed 

interpretandone i bisogni informativi e relazionali man mano che essi si esplicitano 

attraverso la comunicazione dialogica.  

Si inserisce il cittadino al centro della relazione, cittadino che precedentemente era stato 

relegato in una posizione subalterna, destinatario del flusso di comunicazione uni-

direzionale (nel paradigma informazionale). Si viene così a creare un ambiente 

complesso (PA-cittadini) governato da regole che seguono l’andamento di un processo 

evolutivo. La metafora di seguito spiega bene ciò di cui stiamo parlando. 

Oggi in biologia si sa molto sull'evoluzione del cavallo. Il Museo americano di Storia 

naturale possiede centinaia di scheletri fossili di cavallo che segnano il cammino seguito 

dall'evoluzione per giungere dall'EOHIPPUS - un animale con cinque dita nelle zampe 

anteriori e posteriori, probabilmente col piede morbido, e grande più o meno come un cane 

di taglia media - fino al cavallo attuale, che ha un solo dito per piede (quattro dita sono 

scomparse e una è rimasta), munito di una grande unghia alla cui estremità c'è lo zoccolo. 

La dentatura è cambiata moltissimo e ora al centro ha uno spazio vuoto, tanto che ci si può 

infilare una penna, e lì al centro il cavallo non può mordere, e ha una faccia lunga lunga 

proprio da cavallo. Quindi ne sappiamo un bel po' sul suo aspetto e sul cammino che l'ha 

portato sin qui giudicando in base agli scheletri di tutti i cavalli. Orbene, in verità, questa, 

sapete, non è la storia dell'evoluzione del cavallo, e non è il cavallo la cosa che si è evoluta. 

Quella che si è evoluta in effetti è stata una relazione tra cavallo ed erba. Questa è 

ecologia” (Bateson G. “Ecologia della mente”, Ed. Adelphi, 1977). 

Se regge la metafora, parlare di evoluzione della PA è sostanzialmente inutile. Quello che 

si è evoluto è una relazione tra PA e cittadino. Se accettiamo questo punto di vista, ci 

rendiamo conto che un termine non può prescindere dall’altro; così la Pubblica 

Amministrazione non potrà in nessun caso pensare di evolvere autonomamente dal 

cittadino/utente e viceversa.  

La natura della relazione è di dipendenza. Esiste un organismo dominante che possiamo 

identificare nel cittadino/utente che esprime un’istanza ed un organismo servente che 

possiamo identificare nella PA che si organizza sia per essere  in grado di comprendere 

bene l’istanza, sia per essere in grado di rispondere efficacemente. In questo ambiente si 

selezionano delle regole di convivenza che permettono ai due organismi di evolvere con 

reciproca soddisfazione.  

Il nutrimento che fa crescere questo ambiente ecologico e lo tiene in una posizione di 

sostanziale equilibrio è il cosiddetto feedback; la teoria dei sistemi poteva spiegare 

questo equilibrio con la nozione di autogoverno attraverso la retroazione (feedback), per 

cui l’informazione che giunge da una data azione viene ricorsivamente reintrodotta nel 

sistema e gli consente di regolare l’attività successiva modificandola.  

A mio avviso, dunque, quello a cui si dovrebbe tendere è l’instaurarsi di una relazione 

“ecologica” tra pubblica amministrazione e cittadini. Per “evolvere”, cioè, la PA ha 

bisogno di essere trasparente, così come la cellula di un organismo muore se non 

scambia con l'esterno il nutrimento necessario per la sua sopravvivenza. La trasparenza, 

pertanto, è un fattore cruciale per l'adattamento della PA in un ambiente sempre 

diverso, che permette di affermare la centralità del cittadino in una “relazione ecologica” 

con il suo organismo servente (PA). 

Contrariamente, un'azione “opaca”, nel senso di “non trasparente” del settore pubblico 

non garantisce una comunicazione bi-direzionale fondata sul feedback.  

La trasparenza, pertanto, non come opzione etica, ma come strumento di sopravvivenza. 

5. Conclusioni 

Ci credereste? C'è tutta una corrente di pensiero, capitanata da un ricercatore olandese 

dal nome impronunciabile, Stephan Grimmelikhuijsen, dell'univeristà di Utrecht, che 

afferma, in un mirabile saggio dal titolo "La parte in ombra della luce del sole" che a 

seguito della pressione esercitata dalle nuove tecnologie sui governi affinché siano più 

trasparenti, siamo arrivati ad una sostanziale "trasparentizzazione" dell'azione 

governativa. Ciò darebbe vita ad una "de-mistificazione" dei governi che produrrebbe 

una perdita di fiducia da parte dei cittadini. Avete compreso bene. Troppa trasparenza fa 

male. Grimmelikhuijsen lo spiega attraverso un famoso passaggio della favola del Mago 

di Oz in cui il protagonista è intento a interloquire con Dorothy:  

Mago di Oz: “Non suscitare l'ira del grande Mago di Oz" 

Dorothy: “Se tu fossi veramente gande e potente, manterresti le tue promesse.” 

Mago di Oz: “Pretendi di criticare il grande Mago di Oz?! Creature ingrate! Il grande Oz ha 

parlato!” 

A seguito della caduta accidentale della tendina dietro alla quale veniva proiettata 

l'immagine, il Mago si rivela essere un uomo vecchio. Dopo questa manifestazione il Mago 

di Oz grida a Dorothy: "Non prestare attenzione all'uomo dietro la tendina" 

Invece di un potente Mago si prospetta davanti a Dorothy un uomo vecchio e malandato. 

E' così, se il popolo dovesse tirar via la tendina a chi sta dietro alle decisioni pubbliche 

ne rimarrebbe profondamente e negativamente colpito. L'autorità ha bisogno di una 

certa "mistica" per funzionare. 

Beati gli olandesi e beato tutti i popoli che possono permettersi una tale raffinatezza. 

Attualmente, invece, le amministrazioni pubbliche italiane sono soggette a 

numerosissimi obblighi di pubblicazione ex legge 33 del 2012. La legge opera 

soprattutto per creare uniformità e comparabilità, in realtà decide, ex autoritate, che i 

cittadini sono interessati a conoscere (hanno diritto a conoscere) un certo numero di 

informazioni (ne sono state calcolate circa 260). E questo vale per tutte le 

amministrazioni, siano esse ASL, Comuni di due milioni di abitanti o paesini sperduti 

nelle aree interne. Il processo osmotico simil-cellulare che ho prima descritto è stato 

soppiantato da una induzione alla produzione di materiale informativo che ha popolato 

le sezioni "amministrazione trasparente" dei siti delle nostre amministrazioni.  

E' probabile che avessimo bisogno di una legge "caterpillar" che facesse il lavoro sporco 

di imporre alle amministrazioni di rilasciare le informazioni in loro possesso, ma non 

riteniamo che questa operazione abbia prodotto gli effetti auspicati. Ad una maggiore 

apertura di informazione (non trasparenza) abbiamo assistito ad un sovraccarico di 

adempimenti che da un lato hanno appesantito lo svolgimento del ruolo effettivo per cui 

le amministrazioni esistono (che non è pubblicare informazioni ma erogare dei servizi) 

e dall'altro hanno fatto passare il messaggio che la trasparenza coincida con un 

adeguamento formalistico ad un dettato normativo.  

Quello che, invece, mi sentirei di promuovere è una maggiore trasparenza dei processi 

decisionali (con particolare riferimento ai processi che portano alla selezione dei 

decisori pubblici), anche a scapito della trasparenza degli eventi (cioè delle 

informazioni, dati che sono gli esiti dei processi decisionali), perchè ritengo che ci sia 

una eccessiva attenzione sugli eventi e una scarsa attenzione su chi produce e come si 

producono tali eventi.  

La differenza è stata brillantemente colta da David Heald dell'Università di Aberdeen che 

distingue, appunto tra "trasparenza dell'evento" in cui i decisori offrono un qualche tipo 

di spiegazione esplicita per le loro azioni e decisioni. In pratica, ciò dovrebbe 

comportare una spiegazione retrospettiva sulle decisioni prese (eventi), che possono sia 

essere disponibili su richiesta o in modo proattivo offerte al pubblico, tramite 

informazioni sui siti web o altro. Diverso è il caso della "trasparenza del processo" in cui 

il pubblico ha la possibilità di osservare il processo decisionale. Questo accesso al 

processo decisionale implica che le arene decisionali per la scelta dei decisori siano 

aperte al pubblico, in modo che il controllo sociale possa essere effettivamente operato 

di persona o tramite le moderne tecnologie dell'informazione. 

Spesso con il trasparentismo ci si lava la coscienza di non aver saputo o voluto scegliere 

il miglior decisore e le cronache giudiziare quotidianamente ce lo ricordano. Questo vale 

per i politici quando nominano i vertici apicali delle amministrazioni pubbliche, ma vale 

anche per i cittadini quando appongono un voto sulla scheda elettorale. 

Ritengo che sia un approccio profondamente "trasparentista" richiedere la trasparenza 

degli altrui comportamenti senza la disponibiltà a rendere trasparenti i propri. Così 

come è un approccio altrettanto trasparentista porre visibilità sugli eventi (dati e/o 

informazioni) che sono effetto di processi decisionali prodotti da autorità che non 

soddisfano criteri di integrità e attraverso meccanismi decisionali che non garantiscono 

l'apertura o addirittura sono esclusivi. 

 

BIBLIOGRAFIA 

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SETTEMBRE  2015

Non solo Pil:

il benessere degli europei si misura in qualità della vita

Sono nove le misure che indicano il grado di felicità dei cittadini europei al di là di pil e produttività: dalla commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi arriva il primo rapporto che fotografa la vita degli europei dalle relazioni sociali alla professione. E gli italiani? Felici, ma sotto la media.

Sul portale dell’Eurostat a cui si accede per confrontare i dati del rapporto sulla qualità della vita in Europa si staglia un bel sole sorridente, sotto cui riposano un ragazzo e una ragazza: chiedimi se sono felice, sembrano dire con i loro sorrisi. È quello che ha fatto il team di ricercatori dell’Ufficio Statistico dell'Unione Europea, combinando gli indici quantitativi già disponibili nel database alle valutazioni soggettive dei cittadini, per capire come si vive nei 28 paesi dell’Ue. Il rapporto è stato pubblicato dopo una serie di raccomandazioni da parte della Commissione Europea per migliorare il modo in cui si affrontano le politiche e le problematiche della società, attraverso nuovi indicatori sul benessere della popolazione, “oltre il pil”. Il prodotto interno lordo infatti rappresenta un riferimento macroeconomico che indica il valore dei beni e servizi prodotti in un anno in un paese, ma comprende anche fenomeni negativi come l’inquinamento o i disastri ambientali. Nel settembre 2009 sono arrivate indicazioni pratiche dalla commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, chiamata così dai suoi leader, i premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, e l’economista Jean-Paul Fitoussi, con 12 raccomandazioni per misurare la performance economica e il benessere sociale nei paesi europei, con uno sguardo sullo stato dell’ambiente e sulla governance.

Secondo la commissione, il benessere è un concetto multidimensionale che non può essere rappresentato solo dall’accesso ai beni materiali. Nel rapporto, gli indicatori usati per capire quanto i cittadini europei sono “felici” misurano anche il valore dato a fattori diversi da quelli economici, come il tempo libero, la percezione dello stato ambientale, la solitudine. Nove le “misure” che fotografano la situazione complessiva: condizioni di vita materiali, occupazione, salute, educazione, tempo libero e interazioni con gli altri, sicurezza fisica ed economica, governance e diritti civili, ambiente, qualità della vita in generale.

Oltre ai dati ricavati dal database Eurostat, come la disoccupazione, l’affluenza alle urne, i crimini riportati, il reddito annuo, l’esposizione all’inquinamento, i ricercatori hanno usato indagini qualitative in cui alle persone è stato chiesto di indicare la propria soddisfazione in particolari contesti e momenti della vita - dalla realizzazione sul lavoro all’esperienza nei trasporti pubblici come pendolari - con un valore da 0 a 10, su cui è stata costruita la classifica.

Cosa ci raccontano i dati:
Gli italiani in media sono soddisfatti della propria qualità della vita, ma meno degli altri cittadini europei: 6,7 su 10 è il voto complessivo, mentre la media europea è di 7,1. I più felici sono i paesi scandinavi - Danimarca, Finlandia, Svezia - con un punteggio di 8 su 10, mentre la qualità della vita peggiore (percepita) è in Bulgaria, dove i cittadini hanno espresso con un voto di 4,8 su 10 la propria (in)soddisfazione.

Schermata 2015 07 29 Alle 12

Per quanto riguarda la considerazione delle proprie risorse finanziarie, il punteggio per l’Italia è di 5,7 su 10, sotto la sufficienza. Il 66,8 per cento invece è contento delle proprie condizioni di salute, solo il 12 percento le percepisce come “cattive”. Il voto aumenta quando si parla di soddisfazione per la propria soluzione abitativa: 7,2 su 10, che rimane comunque sotto la media europea di 7,5. La Finlandia è prima in classifica con un voto di 8,4.

Appena sotto la media anche la percezione della propria situazione lavorativa, 7,0 (quella europea è 7,1). Ma come si può vedere dal grafico, un basso reddito annuo non sempre indica una cattiva reputazione della propria situazione finanziaria: in Romania in media un cittadino guadagna duemila euro all’anno ma si ritiene soddisfatto quanto il nostro paese - dove la cifra è di 15.733 euro - e poco meno di uno svedese, che guadagna 26414 euro l’anno - per quanto riguarda la percezione del proprio benessere economico.

Schermata 2015 07 29 Alle 12

Interessante l’ambito sulle relazioni sociali: solo l'85,7 per cento degli italiani ha risposto di avere una persona da contattare in caso di bisogno. La percentuale in Slovacchia è del 98 per cento e in Finlandia del 97 per cento. Sotto il 90 per cento, insieme all'Italia anche il Portogallo (87,7 per cento) e la Grecia (86,6 per cento), paesi mediterranei dove secondo il pensiero comune è più facile affidamento sulle reti familiari in caso di necessità.

Per confrontare i dati tra i diversi paesi e accedere alle statistiche complete c’è il portale Eurostat: Rapporto qualità della vita 2015


 

 

Quale futuro per il rapporto medico paziente?

 

Sintesi e riflessioni dal rapporto Censis e Forum per la Ricerca Biomedica

Gaia Gallotta

"Quale futuro per il rapporto medico-paziente nella nuova Sanità", questo il titolo dello studio presentato da Censis e Forum per la Ricerca Biomedica, realizzato sulle opinioni degli italiani rispetto a "disponibilità, reperibilità e attendibilità delle informazioni". Un'analisi approfondita del rapporto tra cittadini ed informazione sanitaria e gli sviluppi nel corso degli ultimi 20 anni. I dati sono interessanti: il 73,2% degli italiani intervistati dichiara di considerare più importante, nel caso di un problema di salute, il capire cosa sta succedendo, contro il 26,8% che ha fatto riferimento al trovare subito il rimedio più efficace.

Si tratta di un dato che mette in luce quanto sia ormai consolidato, nella coscienza degli italiani, il concetto di responsabilizzazione sanitaria individuale, laddove il bisogno di capire in prima persona implica una trasformazione del rapporto con il "sistema delle cure". Un dato in crescita, se si considera che nel 2006 le indicazioni in questo senso si fermavano al 64,9%. Particolarmente significativo risulta per altro la variazione rilevata tra i rispondenti in età più avanzata, che nel 2006 erano quelli che avevano indicato in quota più bassa la necessità di comprendere la patologia (56,4% contro la media del 64,9%), mentre nel 2012 si rileva tra questi rispondenti un dato in linea, se non leggermente superiore, a quello medio (73,6% contro 73,2%).

Il dato che fa riflettere, se confrontato con i dati rilevati nel 2006, è il diffondersi di una sorta di distacco, se non di disinteresse per l'informazione sanitaria diffusa dai mass media tradizionali, o che circola nelle conversazioni tra parenti e conoscenti. Il 55,6% dichiara che la fonte principale delle conoscenze deriva principalmente dal medico di medicina generale, il 10,8% fa poi riferimento ad internet, ed il 10,1% indica familiari, parenti e amici. È invece il 5,9% ad indicare a questo proposito la televisione, mentre il 5,8% indica un medico specialista. Su farmacista, carta stampata, radio e altre fonti (indicate ciascuna da quote inferiori al 5%) confluisce complessivamente l'11,8% dei rispondenti. Va poi tenuto nella debita considerazione il peso che su questo dato esercitano le variabili culturali e generazionali. Per cui se è vero che il Medico di Medicina Generale risulta la fonte principale in tutte le fasce d’età, e per tutte le classi di livello di istruzione, il dato passa però dall'80,4% di chi è privo di titoli di studio al 37,9% di chi ha la laurea o più. Il ruolo dei media tradizionali, la TV, la stampa o la radio, rimane contenuto, a ulteriore dimostrazione del fatto che se è vero che i mass media continuano a fornire, con diversi format, informazioni e notizie sulla salute, si tratta di nozioni che difficilmente finiscono per sedimentarsi nel patrimonio di conoscenze delle persone, e ancor più raramente possono offrire approfondimento su temi di specifico interesse. Si percepisce la sensazione che gli italiani sentano il bisogno sempre maggiore di spazi dedicati all’approfondimento, mentre cresce vistosamente la quota di cittadini che trova eccessivo il risalto dato ai temi più soft come benessere e bellezza. Ultimo ma non per importanza il ruolo che il web ha acquisito nel corso dell’ultimo decennio nel panorama informativo italiano: la ricerca di informazioni rappresenta evidentemente l'attività più frequente tra quelle condotte su internet dagli intervistati che vi ricorrono per questioni sanitarie. Le ricerche su specifiche patologie riguardano infatti il 90,4% di chi utilizza internet per queste questioni, mentre la ricerca di informazioni su medici e strutture cui rivolgersi viene indicata dal 58,6% di coloro che usano internet per la salute. Solo il 15,4% afferma di prenotare visite ed esami attraverso la rete, mentre la frequentazione di luoghi di scambio di informazioni ed esperienze tra utenti (come forum, chat e community dedicate a temi sanitari) viene indicata dal 13,9% del sottocampione considerato, valore che raggiunge il 21,2% tra i 18-29enni che usano la rete per questioni sanitarie. Solo lo 0,9% degli intervistati invece dichiara di acquistare on line farmaci.

 


 

AGOSTO  2015

 

Estensione del congedo parentale per i lavoratori dipendenti

 

L’Inps, con circolare n.139/15, emana le istruzioni applicative del Decreto Legislativo n. 80 del 15.6.2015 unicamente in merito alle modifiche estensive del congedo parentale per i lavoratori dipendenti, riservandosi ulteriori circolari sugli altri punti, quali i nuovi diritti per lavoratori autonomi e liberi professionisti, l’automatismo delle prestazioni per le lavoratrici parasubordinate, il  congedo parentale orario.

Le nuove disposizioni si applicano solo nel periodo dal 25.6.2015 ( entrata in vigore del Decreto n.80) fino al 31.12.2015 (per mancanza di fondi). Saranno, quindi,  necessari appositi Decreti legislativi nei  prossimi anni per garantire adeguata copertura finanziaria. Il Decreto recepisce alcune sentenze della Corte Costituzionale, ma non apporta nessuna novità normativa, aspetto che viene messo in luce anche dall’Inps.

La novità sostanziale del Dlgs  n. 80 è l’elevazione del limite temporale per poter usufruire del congedo parentale dagli 8 anni di età del figlio/a, come precedentemente previsto dal T.U.,  ai 12 anni .
Il periodo massimo di fruizione del congedo parentale non viene modificato. Rimane quindi invariato il limite massimo individuale per ogni genitore di 6 mesi, elevabile a 7 mesi se il padre, lavoratore dipendente, usufruisca di almeno tre mesi di congedo parentale. Un “ bonus” per i padri, per incentivarne la presenza accanto ai figli. Il limite massimo complessivo tra i genitori è sempre di 10 mesi, elevabili ad 11 nel caso che il padre usufruisca appunto del suo mese in più. Per il genitore solo, il limite massimo è di 10 mesi. Dal 25.6.2015 al 31.12.2015 ogni genitore che non abbia utilizzato completamente i propri mesi di congedo parentale può fruirne fino ai 12 anni di età del figlio/a.

Adozioni e affidamenti

Il “nuovo”  limite temporale  è applicabile anche nei casi di adozione, nazionale e internazionale, e affidamento. Il congedo parentale può quindi essere fruito, dai genitori adottivi e affidatari, , ovviamente però non oltre la maggiore età del figlio/a, entro dodici anni dall’ingresso del minore in famiglia. 

Indennizzo da 3 a 6 anni del congedo parentale

Il T.U. prevedeva un’indennità pari al  30% della retribuzione mensile per un periodo massimo complessivo  tra i genitori di sei mesi fino ai 3 anni di età del bambino/a. Il Dlgs n. 80, invece,  eleva  dai 3 ai 6 anni il periodo indennizzabile. Per le adozioni e gli affidamenti, il diritto all’indennità del 30% per il congedo parentale è previsto per i periodi fruiti entro i  6 anni (non più 3)  dall’ingresso in famiglia del bambino/a.

Con il Dlgs 80, ci troviamo di fronte a tre fattispecie di congedo parentale:
1) periodi di congedo parentale indennizzabili senza condizioni di reddito.
Il padre e la madre, lavoratori dipendenti, hanno diritto al 30% della retribuzione media giornaliera per un periodo complessivo massimo tra i genitori di 6 mesi a prescindere dal reddito del genitore richiedente, entro i 6 anni di vita del bambino/a o entro i 6 anni dall’ingresso in famiglia.

2) Periodi di congedo indennizzabili con il limite reddituale.
I periodi di congedo parentale oltre i 6 mesi entro i 6 anni oppure fruiti tra i 6 e gli 8 anni (tra i 6 e gli 8 anni dall’ingresso in famiglia del minore adottato o affidato) sono indennizzati nella misura del 30% della retribuzione media globale giornaliera a condizione che il reddito individuale del genitore richiedente sia inferiore a 2,5 volte l’importo del trattamento minimo di pensione. Il limite di reddito da considerare per l’anno in corso è di € 16.327,68 (6.531,07 X 2,5). La Cgil e l’Inca hanno avanzato questa richiesta , correttamente accolta, in sede di audizione parlamentare, perché la bozza di decreto non prevedeva questa ulteriore possibilità. Certo, meglio sarebbe stato estendere l’indennizzo subordinato ai limiti di reddito fino ai 12 anni, ma questa opportunità non è stata presa in considerazione.

3) Periodi di congedo parentale non indennizzabili.
I periodi di congedo parentale fruibili dagli 8 ai 12 anni del bambino/a, e dagli 8 ai 12 anni dall’ingresso in famiglia per gli adottati e gli affidati,  non sono assolutamente indennizzati.

Contribuzione figurativa dei periodi di congedo parentale.

L’Inps afferma che i  periodi di congedo parentale risultano coperti  comunque da contribuzione figurativa fino al 12 anno di vita del bambino/a, però precisa subito dopo che i periodi di congedo parentale “dal settimo anno di vita in poi” cioè, dopo il compimento del sesto anno di vita del bambino fino al 12°, sono coperti da contribuzione figurativa “ridotta”, calcolata cioè sul doppio dell’assegno sociale, per il 2015  € 5.830,76 x 2= € 11.661,52, integrabile con riscatto o versamenti volontari.

Riscatto dei periodi di congedo fuori dal rapporto di lavoro.

Sempre nel periodo circoscritto precedentemente citato è possibile riscattare i periodi di congedo parentale fino ai 12 anni fuori dal rapporto di lavoro.

L’Inps ribadisce che la richiesta dei “nuovi” periodi fruibili può avvenire solo in modalità telematica. E solo “nel periodo transitorio” (che dovrebbe terminare con la fine di luglio) le domande vanno inviate in cartaceo.

 

 

Oms, attuazione Piano salute mentale 2013-2020,

i dati nell’Atlante 2014

GINEVRA – Una persona su dieci nel Mondo soffre di disturbi mentali, quasi metà della popolazione mondiale vive in Paesi nei quali è presente uno psichiatra ogni 100mila persone.

Questi alcuni dei dati pubblicati dall’Oms nel Mental Health Atlas 2014, l’atlante 2014 sulla salute mentale, che traccia risultati, bilanci e obiettivi sull’attuazione del Piano d’azione per la salute mentale 2013 – 2020.

Salute mentale

Sono i Paesi con reddito più basso a disporre soltanto di uno psichiatra ogni 100mila persone, percentuali che vanno a comporre un condizione media mondiale che si attesta su un medico ogni 10mila persone. I Paesi ad alto reddito dispongono di un addetto alla salute mentale ogni 2mila persone.

Persistono quindi evidenti disuguaglianze, disuguaglianze enormi nell’assistenza e nella prevenzione. Tali divari si evidenziano con il dato relativo alla spesa che i vari Paesi riescono a destinare a tali ambiti. 2 dollari pro capite nei Paesi a basso reddito, più di 50 dollari in quelli ad alto reddito.

Piano salute mentale 2013-2020

Qualcosa dopo il lancio del piano d’azione 2013-2020 sembra si stia muovendo. Il numero globale degli infermieri impiegati nella salute mentale è salito dal 2011 al 2014 del 35% e due terzi dei Paesi dispongono ora di politiche mirate, piani e leggi. Leggi che spesso però si trovano in contrasto con la piena attuazione delle indicazioni internazionali sui diritti umani e con il coinvolgimento marginale degli stessi pazienti.

Il Piano 2013-2020 Oms mira in vista della scadenza, quattro obiettivi primari: rafforzare leadership e governance; fornire servizi e assistenza sociale; strategie di promozione e prevenzione; rafforzare l’informazione e la ricerca.

Rientrano tra i passaggi di questi obiettivi, lo sviluppo di piani entro il 2020 nell’80% dei Paesi mondiali, l’adeguamento del diritto alla salute mentale nel 50% dei Paesi, l’aumento del 20% della copertura dei servizi sanitari, la riduzione del tasso di suicidi del 10%.

 

Ocse, cresce il peso del Fisco in Italia:

al sesto posto per tasse e contributi

Tassazione sempre più pesante sui salari in Italia. Secondo il rapporto Taxing Wages dell'Ocse, il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti è ormai alle soglie del 50%. Nel 2014, la differenza tra il costo totale del lavoro e il salario netto in busta paga per un 'single' con una retribuzione media ha infatti raggiunto il 48,2%, in incremento di 0,4 punti rispetto al 2013. Il dato supera di oltre 12 punti la media Ocse che è del 36% (+0,1 punti sull'anno precedente) e l'aumento deriva dalle imposte sul reddito, mentre non emergono variazioni nell'incidenza dei contributi sociali.

La Penisola conferma così il sesto posto tra i 34 paesi Ocse per il prelievo complessivo sui salari. Al primo posto resta il Belgio, con il 55,6% (-0,08 punti), seguito da Austria (49,4%, +0,17), Germania (49,3%, -0,09), Ungheria (49%, invariato) e Francia (48,4%, -0,4). Alle spalle dell'Italia c'è, nettamente staccata, la Finlandia con il 43,9%. Gli Usa sono al 31,5% e la Svizzera al 22,2%. Il fisco più amichevole è quello cileno, che si accontenta di un prelievo del 7%.

 


LUGLIO  2015

Troppi dipendenti pubblici? E’ una leggenda metropolitana

Da Libre 2015

I dipendenti pubblici italiani? Sfaticati e inefficienti. Ma soprattutto: troppi. Quella dell’ipertrofia del pubblico impiego è una delle più tenaci leggende metropolitane sul sistema italiano. Resiste a ogni stagione politica, nonostante le evidenze che la smentiscono. Impietosi i dati forniti dall’Eurispes, che risalgono all’autunno 2014: insieme alla sola Germania, l’Italia è il paese europeo con il minor numero di dipendenti pubblici, in proporzione agli abitanti. Si calcola che bisognerebbe assumerne almeno 200.000, e subito, tra Comuni, scuole, ospedali. Ma i vari governi non sono mai di questo avviso: preferiscono tagliare, lasciando ovviamente inalterate le super-retribuzioni dei massimi dirigenti, cinghia di trasmissione dell’élite che da decenni continua a smantellare la struttura pubblica e la sua capacità di erogare servizi vitali per il cittadino. Ovvia, quindi, la scure di Renzi, che dietro al verbo “sburocratizzare” nasconde la volontà di colpire i lavoratori per tagliare ulteriormente il settore, già oggi tra i più “magri” dEuropa, con appena 58 impiegati ogni mille abitanti, contro i  i 94 della Francia, i 92 del Regno Unito e i 65 della Spagna.

Pura fantascienza, in Svezia, i 135 lavoratori pubblici ogni mille abitanti. Ci batte solo la “risparmiosa” Germania: il paese europeo che più di ogni altro ha compresso i salari e danneggiato i lavoratori annovera 54 dipendenti statali ogni mille Sportello pubblicocittadini, 4 meno dell’Italia. Secondo l’Eurispes, negli ultimi dieci anni il nostro paese ha visto diminuire i propri dipendenti pubblici del 4,7%, mentre tutti gli altri partner europei hanno assunto forza lavoro nel pubblico impiego: un incremento del 36,1% in Irlanda, del 29,6% in Spagna, del 12,8% in Belgio e del 9,5% nel Regno Unito. In Italia, gli stipendi del pubblico impiego pesano sul bilancio statale per l’equivalente dell’11,1% del Pil. Anche qui siamo il fanalino di coda: per i dipendenti pubblici la Danimarca spende il 19,2% del suo Pil, la Svezia e la Finlandia il 14,4% mentre Francia, Belgio e Spagna spendono, rispettivamente, il 13,4%, il 12,6% e l’11,9% del loro prodotto interno lordo. Altra bufala storica: la concentrazione del pubblico impiego al Sud: con 409.000 addetti, la Lombardia batte persino il Lazio, nonostante la selva di uffici della capitale. Segue la Campania, ma dopo Milano e Roma.

Quanto alla vita quotidiana dietro agli sportelli, sono dolori: l’età media dei dipendenti pubblici è in costante crescita, per colpa del blocco del turnover e dell’aumento dell’età pensionabile. In Francia, circa il 30% dei lavoratori pubblici ha meno di 35 anni, nel Regno Unito gli “under 35” sono il 25% (uno su quattro) mentre in Italia solo il 10%. La percentuale di addetti sotto i 25 anni, inoltre, è pari all’1,3%: una miseria, rileva “Lettera 43, nonché il segno che il rapporto fra le università e la pubblica amministrazione è tutt’altro che lineare. Roberto Perotti, economista della Bocconi, confronta i nostri stipendi pubblici con quelli del Regno Unito: «Le remunerazioni medie degli insegnanti sono più basse in Italia, sia in termini assoluti che in rapporto al Pil pro capite». Nel nostro paese lo stipendio di un docente delle scuole elementari, incluse le indennità e le spese accessorie, è di 24.849 euro contro i 37.400 (in media) degli inglesi. Idem per gli insegnanti delle superiori: 28.547 euro, contro i 41.930 euro dei britannici. In compenso, nei ministeri, un nostro capo di gabinetto guadagna 275.000 euro l’anno contro i 192.000 del collega inglese, una differenza del 43%. E’ la casta, bellezza: quella che serve ad affondare il sistema, sabotando la “concorrenza” pubblica che tanto infastidisce l’élite privatizzatrice.

 


 

Pc e cellulari aziendali controllati: come funziona

 

Cosa prevedono le nuove norme sul controllo a distanza?

Con l’entrata in vigore delle nuove norme le aziende potranno controllare computer, smartphone e telefoni cellulari assegnati per ragioni di lavoro ai dipendenti senza il via libera delle organizzazioni sindacali. 

Quali tutele vengono riconosciute ai lavoratori?

Innanzitutto il rispetto delle norme generali sulla privacy, che non possono ovviamente essere violate. Quindi è fatto obbligo alle imprese di informare dettagliatamente i propri dipendenti delle caratteristiche dei vari apparecchi, la possibilità di effettuare controlli anche a distanza, compresa la geolocalizzazione, e di fissare eventuali limiti al loro utilizzo.

E cosa rischiano invece?

In caso di violazione delle norme fissate dalle aziende i dipendenti sono ovviamente passibili di sanzioni disciplinari. 

Come possono fare le aziende con i dati ricavati dai controlli?

Questi dati possono essere utilizzati per «ogni fine connesso al rapporto di lavoro, purché sia data al lavoratore adeguata informazione».  

Cosa prevedono le norme sulla privacy?

In questo campo le norme stilate dal Garante derivano direttamente dallo Statuto dei lavoratori che vietava tassativamente i controlli a distanza (art. 4) indagini sulle opinioni dei dipendenti (art. 8) per individuarne orientamento politico, sindacale, religioso, stato di salute, ecc. Alla luce delle correzioni introdotte col Jobs act è però possibile che in futuro alcune delle norme generali vadano riviste. 

E’ possibile controllare le mail dei dipendenti?

I datori di lavoro non possono controllare la posta elettronica e la navigazione in Internet dei dipendenti, se non in casi eccezionali. In base alle disposizione del Garante della privacy che risalgono al 2007 spetta al datore di lavoro definire le modalità d’uso di tali strumenti sempre tenendo conto dei diritti dei lavoratori e della disciplina in tema di relazioni sindacali. L’Autorità prescrive innanzitutto di informare in modo dettagliato i lavoratori sulle modalità di utilizzo di Internet e della posta elettronica e sulla possibilità che vengano effettuati controlli. E vieta la lettura e la registrazione sistematica delle e-mail così come il monitoraggio sistematico delle pagine web visualizzate suggerendo di individuare preventivamente i siti considerati correlati o meno con la prestazione lavorativa e l’utilizzo di filtri che prevengano l’accesso a determinati siti o il download di file video o musicali.  

Un lavoratore può essere geolocalizzato?

Sì, ma solo dietro precise garanzie, ha già sancito il Garante della privacy lo scorso novembre autorizzando in questo senso due società telefoniche che intendevano utilizzare una apposita applicazione installata sugli smartphone per migliorare gestione e tempestività degli interventi tecnici. Come? Configurando il sistema in modo tale che sullo schermo dello smartphone compaia sempre, ben visibile, un’icona che indica ai dipendenti che la funzione di localizzazione è attiva. E impedendo l’accesso ad altri dati come sms, mail e traffico telefonico.  

Che uso si può fare delle telecamere?

Si possono utilizzare solo ai fini organizzativi o per ragioni di sicurezza, non per il controllo delle presenze. Ma rispetto alla normativa anche in questo caso non serve più l’accordo coi sindacati.  

Quando entreranno in vigore le nuove regole?

Tra qualche mese, dopo che il governo avrà acquisto il parere del Parlamento.

 


GIUGNO  2015

 

Welfare aziendale: frontiera dell’innovazione organizzativa

Mai come oggi il tema del welfare aziendale ha scatenato un così vivo interesse da parte di tutti, pubblico e privato. Sempre più sono le aziende che decidono di mettere in atto iniziative di work life balance e programmi dedicati ai flexible benefit; e sempre maggiore è il coinvolgimento della politica, come si può osservare da alcune intuizioni riscontrabili nel Disegno di Legge sulla Riforma del mercato del lavoro.
Il 22 gennaio ci siamo ritrovati, per la prima volta a Roma, per discutere di questi temi insieme ad alcuni rappresentanti di istituzioni e aziende.

Le aziende sono luoghi di impulso per la sperimentazione e l’innovazione”, con questa premessa si apre il convegno romano sul welfare aziendale. I progetti di sviluppo dei servizi ai lavoratori – dalle iniziative di work life balance al ripensamento degli spazi e dei tempi di lavoro (smart working), dalla gestione della diversità e dei rapporti inter-generazionali fino ai piani di flexible benefit – si possono leggere alla luce dell’innovazione e del cambiamento organizzativo.
Al di là della speculazione teorica, per ottenere risultati concreti in ciascuna di queste aree, si pone il problema di una visione integrata, sistemica e orientata al cambiamento. Serve la consapevolezza di operare in un terreno di frontiera, dove occorre affrontare rischi e superare ostacoli non indifferenti.

Per Gianfranco Rebora, direttore della rivista Sviluppo&Organizzazione e professore ordinario di organizzazione aziendale presso l’Università Carlo Cattaneo – Liuc Di Castellanza, “serve un incontro tra politiche pubbliche e politiche di welfare intraprese dalle aziende. Le politiche pubbliche dovrebbero favorire il benessere dei cittadini e delle persone nelle organizzazioni. Viceversa, le politiche aziendali dovrebbero fungere da progetti pilota per guidare la mano delle politiche pubbliche”.

D’accordo si dice Alessandra Servidori, consigliera nazionale di parità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: “Dobbiamo favorire un avvicinamento tra la normativa e le buone prassi aziendali. Il Jobs Act sembra incoraggiare l’integrazione pubblico-privato nell’offerta di servizi per l’infanzia, ad esempio. Ma la nuova disciplina dovrebbe essere coordinata con la L. n. 92/12 che ha già previsto la corresponsione di voucher per l’accesso alla rete pubblica (e privata accreditata) di tali servizi. Dovremmo inoltre incentivare le aziende che decidono di investire nel welfare aziendale, procedere a certificare quelle che operano nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa, gestire meglio il mercato della consulenza e inaugurare un metodo di collaborazione sul territorio con le associazioni datoriali, i consulenti del lavoro e gli ispettori del lavoro”.

Cosa chiedono oggi le persone?
“Consistente è oggi l’offerta di servizi a supporto delle famiglie con figli e di tutela della salute, ma in un mercato occupazionale in continuo cambiamento come quello attuale dobbiamo renderci conto che le persone hanno sempre più la necessità di sapersi orientare, di potersi reinventare e soprattutto di mantenere alta la propria employability. Le politiche di welfare aziendale devono tener conto di questo, mettendo a disposizione percorsi mirati che guidino ogni dipendente nel proprio sviluppo personale e professionale.” Alessandra Giordano, direttore delivery e politiche attive del lavoro di INTOO ritiene che fare welfare aziendale voglia dire occuparsi della persona, non solo all’interno dell’azienda ma anche nel momento della sua fuoriuscita; nella ricerca dunque di una futura occupazione.

Come si porta il welfare in azienda?
“È complesso” secondo l’opinione di Antonella Marsala, dirigente di Italialavoro. “Per fare welfare aziendale tutta l’azienda deve essere coinvolta; partendo dal commitment del top management e arrivando alla partecipazione attiva dei lavoratori ai processi organizzativi. Serve un’attenta analisi dei fabbisogni, che cambiano in base ai cicli di vita delle persone. Occorre ridurre gli sprechi per allocare più risorse al welfare. Ci deve essere, infine, la consapevolezza di tutte le parti sociali: la dimensione contrattuale del welfare è imprescindibile se non vogliamo relegarlo agli spazi di liberalità del datore di lavoro.”

A che punto siamo oggi?
Secondo il Rapporto Welfare 2014 pubblicato da OD&M Consulting, la maggior parte delle aziende che a oggi hanno implementato programmi di welfare aziendale appartengono alla fascia medio-grande e sono principalmente filiali di grandi gruppi multinazionali; “le altre o non sono interessate oppure presentano enormi difficoltà nella gestione del piano e per questo motivo non se la sentono di intraprendere il percorso”. Rimanendo sui dati del Rapporto, Pietro Betto, senior consultant di OD&M Consulting, fa sapere che: “I servizi maggiormente erogati dalle aziende riguardano: ristorazione, assistenza sanitaria e gestione del tempo. Tali servizi hanno effetto benefico sulle persone e sulle organizzazioni soltanto se vengono erogati tenendo conto dei bisogni del singolo o dello specifico cluster di popolazione”.

La tecnologia aiuta
A supporto della traduzione in pratica degli interventi di welfare aziendale, ha acquistato una rilevante importanza la tecnologia e la capacità di creare sinergie tra le finalità proprie dell’intervento welfarista e alcune soluzioni hi-tech. “Tali soluzioni”, fa sapere Noemi Barcelluzzi, Key Account di Welfare Company, “anche se nate in altri contesti, si sono dimostrate in grado di accrescere le potenzialità del welfare aziendale, non solo semplificandone le usuali modalità di accesso e di fruizione, ma anche incrementandone il valore percepito da parte dei lavoratori. In questo modo si fanno promotrici della produzione di uno dei fondamentali output di un piano di welfare aziendale: l’incremento, a parità di reddito percepito, del potere di spesa dei dipendenti”.

La responsabilità delle aziende
Non ci sono dubbi sul fatto che oggi un’impresa per essere sana e sopravvivere in un economia complessa deve produrre profitto. “Ma il profitto può essere creato in tanti modi, per esempio tenendo conto del concetto di sostenibilità”, spiega Mauro Gatti, ordinario di organizzazione aziendale e gestione delle risorse umane dell’Università di Roma Sapienza. Al centro del concetto di sostenibilità sta la persona, nel suo cammino professionale e personale; dentro e fuori l’azienda. Ecco perché un’impresa che vuole prosperare deve tenere conto del territorio in cui opera e delle proprie risorse umane; deve farsi portatrice di una responsabilità sociale, non significando tuttavia il sostituirsi al sistema del welfare pubblico. “Si tratta di un’integrazione pubblico-privato che fa sì che il welfare aziendale non funga da base dei servizi, ma diventi un asset per lo sviluppo ulteriore del capitale umano”.

E le aziende cosa pensano?
Si parla di welfare aziendale come strumento collaudato, se consideriamo i classici servizi di assistenza sanitaria e previdenza sociale integrativa. “Ma oggi le aziende devono fare un passo avanti: intercettare i nuovi bisogni che emergono – frutto di diversità generazionali, di genere o culturali, per esempio –, incidere sui tempi vita-lavoro, mettendo a punto un’organizzazione più flessibile. Fare welfare significa creare un legame forte tra azienda e lavoratore. Coinvolgere tutti gli stakeholder è fondamentale” per Giovanni Airoldi, responsabile personale e organizzazione area energia del Gruppo Acea. “Altrettanto fondamentale è pensare a un efficace piano di comunicazione delle iniziative di welfare, così come utilissimo è il monitoraggio dei risultati.”

Si parla anche di internazionalizzazione della responsabilità, per quei gruppi come Neomobile che sono presenti a livello worldwide: “Dobbiamo far fronte a specificità nazionali che presuppongono l’esistenza di diversi contesti socio-economici e normativi, all’interno dei quali il nostro dipendente deve sentirsi ugualmente ingaggiato”, aggiunge Enrica Lipari, responsabile risorse umane di Neomobile. “Noi abbiamo messo in atto un’offerta che si distingue in tre cluster: tempo, denaro, vita. Nel primo caso il dipendente non risparmia denaro ma tempo – es: delivery della spesa, lavanderia collettiva –; nel secondo, ha un risparmio in termini di moneta – ticket restaurant, assistenza fiscale, cucina in ufficio –; nel terzo caso si è tentato di coinvolgere le persone allargando la loro partecipazione a iniziative aziendali – es: neomobile sporting club e spazi ricreativi.”

“Oggi le aziende non possono più ragionare come in passato, curando il dipendente a livello professionale – supportandolo nel fare carriera, aumentandogli lo stipendio, ecc. –, ma mancando dal punto di vista del supporto alla crescita personale. Bisogna ripensare in toto il rapporto azienda-dipendente e le relazioni industriali: la persona va valorizzata sia nel suo percorso in azienda sia nella sua vita privata”, ne è fermamente convinto Giorgio Mieli, responsabile ufficio relazioni sindacali di ABI. “È importante lasciare al dipendente la scelta se usufruire del premio sociale sotto forma di cash, benefit o in forma mista. Stando ai dati di una nostra ricerca, più della metà dei dipendenti (57%) percepisce il premio ancora sotto forma di denaro, ma una buona parte (25%) ha iniziato a riceverlo come welfare.”

“Non si può fare welfare senza guardare alle diversità che esistono in azienda; e nel nostro Paese siamo molto indietro rispetto a questo tema”, racconta Fabio Galluccio, responsabile people care di Telecom Italia. “La frontiera del welfare oggi è indubbiamente l’ambito della conciliazione vita-lavoro. Si parla, a proposito, di smart working per le persone con malattie genetiche; e, tra le altre cose, si ripensano i luoghi comuni (mense, asili nido) alla luce delle differenze di culto.”

“Fare rete tra imprese è indubbiamente un buon punto di partenza per portare iniziative a sostegno del benessere delle persone anche nelle PMI”, aggiunge Bruno Francesconi, responsabile progetto Welfare Card di Poste Italiane. “La parola d’ordine è condividere. Le grandi imprese possono diventare importanti attrattori e, partendo  dalle piattaforme di servizi offerti al proprio personale, proporre soluzioni per i dipendenti di altre aziende articolate sul territorio: una cosa che in Poste Italiane stiamo sperimentando con il progetto della Welfare Card.”

D’accordo è anche Gianpiero Tufilli, hr director di Sicamb: “Non dimentichiamoci che dobbiamo fidelizzare i dipendenti ma soprattutto le loro famiglie. Come? Comunicando! Dando rilievo alle iniziative! Altrimenti si vanificano gli effetti positivi delle politiche di welfare aziendale.”

Cosa ci si augura per il futuro del welfare aziendale?
Tutti – aziende e fiscalisti compresi – concordano infine sul fatto che la normativa va aggiornata e riviste vanno anche le norme di applicazione della stessa da parte dell’Agenzia delle Entrate. Non solo i tetti di spesa per i servizi di welfare aziendale sono anacronistici rispetto ai tempi e al costo della vita, ma anche alcuni termini – vedi l’odiatissimo ‘colonia climatica’ – sembrano trovare la propria fine con la chiusura del Secolo Breve.
Ci vorrebbe una normativa unitaria sul welfare aziendale che tocchi anche, e non solo, gli aspetti fiscali. Il TUIR non nasce allo scopo di regolare il welfare aziendale ed è, soprattutto, troppo datato come insieme di norme.
Servono oggi, a detta delle aziende che ci hanno dato la propria testimonianza, una mappatura dei servizi e una preparazione professionale di chi si occupa di welfare e di diversity management.
E infine, poiché – parafrasando il Magnifico – della “legge non v’è certezza”, manca oggi una legislazione più univoca e facilmente interpretabile/applicabile. Il rischio è che le aziende, muovendosi a tentoni, finiscano per scivolare sulle solite bucce di banana, vedendosi così aumentare, invece che ridurre, i costi del lavoro.

 


L'autocritica dell'Ocse: più qualità del lavoro

 il lavoro precario nuoce ai singoli e allo sviluppo economico

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Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), c'è ancora molto da fare nella lotta contro la disoccupazione. Nel suo rapporto annuale “Employment Outlook 2014”, pubblicato mercoledì 3 settembre, l'organizzazione internazionale mette l’accento soprattutto su quattro problemi: il lento declino della disoccupazione, associato al persistente aumento della disoccupazione di lunga durata, il rallentamento della crescita dei salari reali, la scarsa qualità dei posti di lavoro, e l’uso estensivo del lavoro a tempo determinato e dei contratti irregolari.

 

La ripresa del mercato del lavoro nell’area dell’OCSE rimane incompleta

Secondo il rapporto Ocse sulle prospettive dell’occupazione 2014, la disoccupazione raggiunge in molti paesi livelli ben superiori rispetto al periodo precedente la crisi, e resterà elevata almeno fino a tutto il 2015. La persistenza di alti livelli di disoccupazione in alcuni paesi si è tramutata infatti in un aumento della disoccupazione strutturale che rischia di non essere riassorbita automaticamente da un miglioramento della crescita economica, poiché la disoccupazione strutturale conduce a una perdita di capitale umano e di motivazione nella ricerca di un lavoro, specie per i disoccupati di lungo termine. Per l’insieme dell’area dell’OCSE, si rileva che 17,2 milioni di persone – ossia più di un disoccupato su tre – sono rimaste senza lavoro per un periodo di 12 mesi o per un periodo più lungo nel corso dell’ultimo trimestre del 2013. Quasi il doppio di quanto rilevato nel 2007. La promozione della domanda deve quindi rimanere uno dei principali obiettivi delle politiche del lavoro.

 

La crescita dei salari in termini reali ha rallentato in maniera sostanziale 

Il continuo aumento della disoccupazione ha causato inoltre, su molti paesi, un rallentamento della crescita dei salari reali. Sempre secondo l’Ocse, in un contesto di bassa inflazione ulteriori aggiustamenti salariali richiederebbero “dolorosi tagli salariali e potrebbero aumentare il numero dei lavoratori poveri”. Per promuovere la competitività, la crescita e la creazione di posti di lavoro, occorrono “riforme per accrescere la concorrenza nei mercati di beni e servizi, assistenza ai lavoratori che hanno subito una perdita del posto di lavoro per aiutarli a trasferirsi in nuovi settori occupazionali e misure per consolidare i redditi dei lavoratori con bassi salari”.

 

Promuovere una migliore qualità dei posti di lavoro

Un nuovo quadro concettuale e operativo basato su tre dimensioni è stato infatti sviluppato dall’Ocse per misurare la qualità del posto di lavoro attraverso: il livello e la distribuzione dei guadagni, la sicurezza del mercato del lavoro e la qualità dell’ambiente lavorativo. Si riscontrano grandi differenze tra diversi Paesi in ciascuna delle suddette dimensioni, ma non si riscontra un trade‑off significativo tra qualità e quantità dei posti di lavoro: alcuni Paesi riescono a ottenere risultati soddisfacenti sui due fronti. Si rilevano altresì notevoli differenze di qualità dei posti di lavoro tra le diverse categorie socioeconomiche all’interno di ciascuno dei Paesi esaminati. I giovani, i lavoratori con competenze di basso livello e quelli titolari di contratti temporanei sembrano accumulare gli svantaggi. All’opposto, i lavoratori con competenze di alto livello riescono non solo ad accedere a un maggior numero di posti di lavoro, ma anche a quelli migliori. Il livello e la distribuzione dei guadagni dipendono dal ruolo delle politiche che promuovono la crescita, l’accessibilità e la qualità dell’istruzione, dalla natura degli istituti che definiscono i salari (come ad esempio il salario minimo, la contrattazione collettiva) e dall’architettura dei regimi fiscali e previdenziali. La sicurezza del mercato del lavoro dipende dall’interazione della tutela dell’impiego, dei sistemi d’indennizzo per la disoccupazione (indennità di disoccupazione e di licenziamento) e dalle politiche di attivazione del mercato del lavoro. La qualità dell’ambiente lavorativo dipende in larga misura dall’efficacia delle normative sulla tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro per la prevenzione dei problemi di salute collegati all’attività professionale, ma anche dal dialogo sociale e dal grado di responsabilità sociale del datore di lavoro.

 

Contare troppo sul regime di lavoro temporaneo è pregiudizievole nei confronti dei singoli e dell’economia

Il lavoro a durata determinata o a termine – ossia tutte le forme di attività lavorative che non beneficiano di un contratto permanente o indeterminato – può offrire flessibilità alle imprese nell’adeguamento della forza lavoro a un contesto economico mutevole. Le suddette forme di contratto possono anche essere una scelta individuale del lavoratore che preferisce la flessibilità inerente ai contratti di lavoro temporanei. Tuttavia, un uso estensivo dei contratti non regolari potrebbe avere un effetto negativo sia sull’equità, sia sull’efficienza. I lavoratori assunti con contratti non regolari fanno sovente fronte a un maggior grado d’insicurezza occupazionale rispetto ai dipendenti assunti con un contratto a durata indeterminata. Le aziende tendono inoltre a fare meno investimenti per i lavoratori non regolari, ciò che potrebbe diminuire la loro produttività e lo sviluppo del capitale umano dell’impresa.

Osservatorio INCA EUROPA


 

 La crisi dei Pronto Soccorso.

I perché di un’emergenza “annunciata”: dal 2000 ad oggi tagliati oltre 71mila posti letto e l’alternativa sul territorio non decolla. Personale senza ricambio. E l’influenza di turno non c’entra niente.

E’ in questo “tridente” la ragione della crisi ormai cronica dei nostri pronto soccorso. Al di là dei problemi logistici e di organizzazione il problema principale è che i pazienti da ricoverare non hanno un posto letto ad aspettarli nei reparti ormai ridotti all’osso. E sul territorio l’alternativa ancora arranca. Nessun dato, invece, a confermare che tra le cause vi sia anche l’influenza stagionale.

10 FEB - Contrariamente a quanto si potrebbe pensare gli accessi ai Pronto soccorso italiani sono in calo. Ma nonostante ciò l’emergenza ospedaliera è sempre più in sofferenza. Perché? La spiegazione sta in un “tridente” diabolico. Prima di tutto la progressiva riduzione della dotazione di posti letto in corsia (- 71mila dal 2000 a oggi, ai quali si aggiugeranno altri 3.000 posti letto che saranno tagliati a seguito dei nuovi standard del Patto per la salute), che ha drasticamente ridotto la possibilità di assorbire i ricoveri d’emergenza non programmati come sono quelli provenienti dai Pronto Soccorso.
 
Poi il blocco del turn over per il personale, che impedisce il ricambio generazionale (quasi 24mila unità in meno nel Ssn dal 2009 ad oggi), con carichi di lavoro sempre più pesanti che si ripercuotono ovviamente di più nell’attività dei Pronto Soccorso, per definizione più stressante e comunque attiva H24. E infine, nonostante i progressi, l’ancora zoppicante riforma dell’assistenza  territoriale dalla quale ci si aspettava un “filtro” dell’emergenza con la possibilità di gestire a domicilio o in strutture ambulatoriali le piccole emergenze, riducendo così gli accessi ai Pronto Soccorso ospedalieri, soprattutto quelli “impropri” che sono ancora il 30% del totale.

 


MAGGIO  2015

La resilienza, ovvero la capacità reattiva delle persone alle avversità

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tratto da  Antonio d'Amore

 

La perdita di una persona cara o del lavoro, una malattia o un incidente gravi sono esempi di esperienze di vita che possono turbare gli equilibri psicologici di una persona; in coincidenza di questi eventi sono in molti a provare emozioni forti ed un senso di profonda incertezza. Generalmente, col tempo, le persone trovano il modo di adattarsi bene a queste situazioni.

Ma cos’è che consente l’adattamento alle avversità? La “resilienza”

Resilienza è un termine derivato dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà.

Le persone con un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. L’esposizione alle avversità sembra rafforzarle piuttosto che indebolirle. Esse tendenzialmente sono ottimiste, flessibili e creative; sanno lavorare in gruppo e fanno facilmente tesoro delle proprie e delle altrui esperienze.

Bisogna concepire la resilienza come una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all'esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al modificarsi dei meccanismi mentali che la sottendono.

Secondo Susanna Kobasa, una psicologa dell’università di Chicago, le persone che meglio riescono a fronteggiare le contrarietà della vita, quelle più resilienti appunto, mostrano contemporaneamente tre tratti di personalità:

  • l’impegno;
  • il controllo;
  • il gusto per le sfide.

Per impegno s’intende la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività. La persona con questo tratto si dà da fare, è attiva, non è spaventata dalla fatica; non abbandona facilmente il campo; è attenta e vigile, ma non ansiosa; valuta le difficoltà realisticamente. Perché ci sia impegno è necessario avere degli obiettivi, qualcosa da raggiungere, per cui lottare e in cui credere.

Per controllo s’intende la convinzione di poter dominare in qualche modo ciò che si fa o le iniziative che si prendono, ovvero la convinzione di non essere in balia degli eventi. La persona con questo tratto per riuscire a dominare le diverse situazioni della vita è pronta a modificare anche radicalmente la strategia da adottare, per esempio, in alcuni casi intervenendo con grande tempestività, in altri casi indietreggiando, prendendo tempo, aspettando.

L’espressione gusto per le sfide fa riferimento alla disposizione ad accettare i cambiamenti. La persona con questo tratto vede gli aspetti positivi delle trasformazioni e minimizza quelli negativi. Il cambiamento viene vissuto più come incentivo a crescere che come difficoltà da evitare a tutti i costi, e le sfide vengono considerate stimolanti piuttosto che minacciose. La persona generalmente è aperta e flessibile.

Impegno, controllo e gusto per le sfide sono tratti di personalità di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati.

La resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; essa presuppone invece comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque

Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita

Avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento quando necessario; disposti a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta

A determinare un alto livello di resilienza contribuiscono diversi fattori, primo fra tutti la presenza all’interno come all’esterno della famiglia di relazioni con persone premurose e solidali. Questo tipo di relazioni crea un clima di amore e di fiducia, e fornisce incoraggiamento e rassicurazione favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza. Gli altri fattori coinvolti sono:

  • una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere;
  • la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento;
  • adeguate capacità comunicative e di “problem solving”;
  • una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.

Le strade che possono portare le persone ad accrescere il proprio livello di resilienza sono numerose.

Nella ricerca della strategia più idonea per migliorare il proprio livello di resilienza può essere d’aiuto focalizzare l’attenzione sulle esperienze del passato cercando di individuare le risorse che rappresentano i punti di forza personali. Un sistema che facilita l’individuazione delle risorse persona li è quello di cercare di fornire risposte a queste semplici domande:

  • quali eventi sono risultati particolarmente stressanti per me?
  • in che maniera questi eventi mi hanno condizionato?
  • nei momenti difficili ho trovato utile rivolgermi a persone per me significative?
  • nei momenti difficili quanto ho appreso di me stesso e del mio modo d’interagire con gli altri?
  • è risultato utile per me fornire assistenza a qualcuno che stava attraversando momenti difficili come quelli da me sperimentati?
  • sono stato capace di superare le difficoltà ed, eventualmente, in che modo?
  • che cosa mi ha consentito di guardare con maggiore fiducia al mio futuro?

 

Caratteristiche di un sistema Resiliente

Ci sono tre aspetti fondamentali per stabilire l'abilità di un sistema nel riorganizzarsi in seguito ad uno shock:

  • la diversità
  • la modularità
  • il restringimento delle retroazioni

La Diversità riguarda il numero di elementi di cui è composto un particolare sistema, siano essi persone, specie, imprese, istituzioni o fonti di cibo. La resilienza di un sistema non viene solo dal numero di specie che determina quella diversità, ma anche dal numero delle connessioni tra di loro. La diversità si riferisce anche alle varie fonti di ricchezza presenti nei nostri insediamenti (piuttosto che dipendere solo da una, per esempio dal turismo oppure dalle attività minerarie) cosa che comporta una differenziazione delle risposte potenziali alle sfide, generando una maggiore flessibilità. Prevede la differenziazione nell'uso del suolo – per fattorie, per aziende ortofrutticole, acquacoltura, foreste alimentari, piantagioni di noccioli, e cosi via – elemento essenziale per creare la resilienza di un insediamento e la sua erosione, duranti gli anni recenti, ha accompagnato la crescita delle monocolture, che per definizione significano assenza di biodiversità.

Un altro significato di diversità è quello di peculiarità dei singoli sistemi. Le soluzioni che funzioneranno in un posto, non necessariamente andranno bene in altri: ogni comunità metterà a punto soluzioni, risposte e strumenti propri. Questo è importante per due motivi: primo, perché rende le soluzioni dall'alto verso il basso superflue, in quanto coloro che si trovano in alto non conoscono le condizioni locali e quali siano le risposte più adeguate ai problemi particolari: secondo, perché costruire la resilienza significa lavorare su piccoli cambiamenti in tante nicchie, fare tanti piccoli interventi invece che pochi grandi.

Il termine Modularità secondo gli ecologisti Brian Wolker o David Salt, si riferisce al “modo in cui i componenti di un sistema sono connessi”. Verso la fine del 2007 la crisi della banca Northern Rock ha causato significativi problemi e incertezze all'interno del sistema bancario britannico. La crisi era stata provocata dall'eccessiva concessione di crediti e compratori di immobili ad alto rischio negli Stati Uniti d'America, a migliaia di chilometri di distanza: però, in un periodo di tempo molto breve, un sistema ha contagiato un altro e un altro ancora, dimostrando così che le reti globalizzate, spesso esaltate come una delle grandi forze della globalizzazione possono in effetti anche essere una delle sue grandi debolezze. La natura iper collegata dei sistemi moderni altamente connessi permette agli shock di viaggiare a velocemente al loro interno, con effetti potenzialmente disastrosi.

Una struttura maggiormente modulare significa che le parti del sistema possono efficacemente isolarsi, in caso di shock. Per esempio, come risultato della globalizzazione dell'industria alimentare, animale e parti di essi vengono trasportati per il mondo, facendo propagare più velocemente alcune malattie come l'influenza aviaria e l'alfa epizootica. Ridurre il trasporto di animali e reintrodurre la macellazione e la trasformazione locale porterebbe a un sistema maggiormente modulare, con allevamenti locali per mercati locali e con un rischio ridotto della rapidità delle malattie, a differenza di quello a cui abbiamo assistito durante le recenti epidemie.

Nella progettazione dei programmi di decrescita energetica, all'interno delle iniziative per la transizione, il concetto di modularità deve essere fondamentale: massimizzare la modularità con maggiori connessioni interne riduce la vulnerabilità, in caso di sconvolgimenti delle reti più ampie.

Sistemi alimentari locali, modelli d'investimento locali, ecc., contribuiscono a detta modularità, e questo significa essere collegati al mondo, ma dal punto di vista di un'etica di collaborazione e di condivisione di informazioni e non di una mutua dipendenza.

Il restringimento delle retroazioni si riferisce a quanto velocemente e pesantemente le conseguenze di un cambiamento in un sistema sono sentite in altre parti di esso. Walker e Salt scrivono: “un forte accentramento governativo, unito alla globalizzazione, può indebolire le retroazioni. Allungandosi le retroazioni, c'è una maggior possibilità di passare la soglia senza accorgersene tempestivamente”. In un sistema maggiormente localizzato, i risultati delle nostre azioni sono più ovvi e sentiti.

 


APRILE  2015

L'importanza della comunicazione in azienda

 

Se dovessi scegliere la regina delle abilità trasversali la corona spetterebbe certamente alla comunicazione efficace.
Ritengo che non esista ambito in cui questo non sia vero.

La comunicazione, del resto, è il mezzo attraverso il quale ci interfacciamo con gli altri e attraverso il quale cerchiamo di ottenere i nostri obiettivi.

La capacità di comunicare in modo efficace diventa più importante se chi la utilizza ha un ruolo chiave all'interno dell'organizzazione, quindi amministratori delegati, manager, leader di vari livelli.

Questo risulta sempre più evidente  andando avanti nel tempo considerando i cambiamenti che l'azienda in generale ha vissuto negli ultimi anni (sto parlando degli ultimi 100 anni)

Questi cambiamenti possono essere suddivisi in 3 grandi periodi e decritti da altrettante teorie:

  • La teoria tayloristica
  • La teoria della scuola delle relazioni umane
  • La teoria della gestione totale della qualità
Nella prima fase le aziende erano gestite attraverso un management scientifico il quale affermava che per ogni compito da effettuare esisteva una ed una sola modalità, the one best way.

La struttura aziendale era di tipo piramidale e fortemente gerarchica e il lavoratore non aveva un ruolo cruciale ma era piuttosto considerato semplice esecutore di compiti e mansioni ben definite.

Intorno agli anni '50 si sviluppa la scuola delle relazioni umane, basandosi sugli studi di tale Elton mayo, grazie alla quale si pone più attenzione al lato umano con il tentativo di migliorare le motivazioni dei lavoratori e il clima aziendale.

Tale sviluppo continua fino ad arrivare, intorno agli anni '80, alla nascita della teoria della gestione totale della qualità grazie alla quale si mette al centro dell'attenzione la soddisfazione del cliente, inteso sia come utente finale del prodotto/servizio ma anche come risorsa umana interna all'organizzazione.
Si sviluppa quindi un'attenzione particolare a:
 

  • Importanza del lavoro di gruppo
  • Diffusione delle informazioni a tutti i livelli (l'informazione non ha più un flusso esclusivamente verticale dall'alto in basso ma anche orizzontale e trasversale)
  • Valori condivisi
  • Snellimento nei flussi di lavoro
Allo stesso tempo cambiano le dinamiche all'interno delle organizzazioni in quanto chi ne fa parte non ha più gli stessi bisogni di un tempo e va alla ricerca di soddisfazioni diverse.
 Maslow ci insegna che una volta soddisfatta una scala della piramide dei bisogni passi alla scala successiva, fatta di soddisfazioni, riconoscimento da parte degli altri, appartenenza al gruppo e autostima.
 
Per non farci mancare nulla c'è un enorme appiattimento intellettuale fra i ruoli. Il lavoratore è molto più istruito ed informato di un tempo, conosce norme e diritti a volte molto meglio di chi tenta di comandarlo.
 
Di fronte a questo scenario non è difficile capire che svolgere una professione  "di contatto con gli altri" è diventato e diventerà estremamente più difficile, causa per la quale l'abilità di comunicare in modo efficace diventa sempre più importante. 
 
Abilità che non prevede solo ed esclusivamente la capacità di esprimere le proprie idee ma:
  • Capacità di ascoltare (ed osservare)
  • Intelligenza emotiva, ossia la capacità di riconoscere e gestire le proprie e le emozioni altrui
  • Rispetto di idee e visioni degli altri
  • Utilizzo della comunicazione per il raggiungimento degli obiettivi aziendali e non per i propri.
  • ...

da "Professione vincente"


 

MARZO  2015

 

OCSE . LE DONNE ITALIANE SONO QUELLE CHE LAVORANO DI PIU'

 

In qualcosa le donne sono “leader”: lavorano di più. E il primato – planetario – vede l’Italia in testa. Niente di nuovo. Ma forse la notizia è proprio questa: nonostante i passi avanti a livello legislativo in favore della parità, le donne italiane continuano a lavorare ogni giorno 326 minuti più degli uomini. Lavori domestici e di cura, casa, figli e genitori anziani. La media Ocse è molto inferiore: 131 minuti. Quella degli uomini del Belpaese si colloca qualche gradino sotto: 103 minuti. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo – conferma d’altronde la disfatta delle italiane relativamente ad almeno tre indicatori fondamentali: tasso d’occupazione (47% rispetto al 60% della media), tasso di fertilità (1,4 figli a testa) e, appunto, quantità di tempo dedicato a cura e pulizie. Secondo il rapporto, ogni donna in Italia dedica 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14. Sono 22 ore di differenza e si tratta del divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati. Anche facendo la media tra lavoro dentro e fuori casa, le donne restano vincenti: in media 11 ore in più degli uomini, a causa della quota maggiore di lavoro domestico che si sobbarcano. Per la cronaca,in Danimarca il gap “domestico” non va oltre le 3 ore settimanali. Le “mamme-tigri” cinesi dedicano ogni settimana al lavoro domestico 8 ore più dei papà.

 In 22 dei 28 Paesi considerati dall’indagine dell’Ocse le donne lavorano di più: tra i Paesi meno virtuosi, subito dietro all’Italia si collocano Giappone (dove le donne si dedicano a lavori domestici non retribuiti per 21 ore a settimana), India (18 ore), Spagna (15 ore), Nuova Zelanda Turchia e Canada (14 ore), Corea (13,5) e Francia (12,5).

Quanto a soddisfazione della vita, le donne italiane – comprensibilmente – non arrivano alla sufficienza: si fermano al 5,8 contro il 6 dei poco volenterosi compagni e al 6,7 della media Ocse. Perché il “doppio fardello delle donne”, dice l’Organizzazione, può dare origine a “riduzione del tempo a propria disposizione e stress, con effetti negativi sulla qualità della vita e sulla salute”.

L’Italia è colpevolmente in controtendenza nel divario tra i sessi. Mentre nella maggior parte dei Paesi Ocse il “gender gap” è diminuito, nella Penisola è aumentato. Il tasso di impiego femminile resta inferiore: il 47% delle donne italiane lavora, contro il 67% degli uomini e il 60% della media Ocse (74% contro 84% per i laureati); i salari pure (-12%); e in Parlamento le donne sono ancora una minoranza. Hanno un impiego part time un terzo delle italiane, rispetto a una media Ocse del 24%. I dati negativi diventano, insomma, sempre più negativi. E la crisi economica in corso rischia di accentuare ancor più le differenze di genere a medio e lungo termine, annullando politiche sociali di sostegno all’infanzia, che potrebbero agevolare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro.

Nascere maschio o femmina condiziona ancora le opportunità economiche e di carriera. Nel nostro Paese più che altrove: il World Economic Forum ci colloca al 124esimo posto su 136 Paesi per quanto riguarda la parità degli stipendi. E il rapporto Eurofound “Women men and working conditions in Europe” che mette a confronto 34 Paesi europei, indagando le condizioni lavorative di uomini e donne mette in luce una segregazione di genere, con le donne ancora relegate in ambiti professionali tradizionalmente considerati femminili: lavori di assistenza, istruzione, pulizie, vendita al dettaglio. Nella ristorazione, nel campo dei servizi alla persona, nell’industria dell’abbigliamento, nei servizi giuridici, il rapporto è quantomeno “equilibrato”. Le altre professioni (tra quelle ritenute numericamente più rilevanti, in ambito scientifico, nel settore dell’ospitalità, nell’edilizia, autisti e manager), vedono il fattore “D” nelle retrovie.

Ma forse la recessione globale potrebbe avere effetti sorprendenti per le donne: negli Usa  l’hanno ribattezzata  “mancession”, recessione maschile, perché (là come in Italia) ha travolto molti posti di lavoro da colletti blu, occupati tradizionalmente da uomini. A tenere di più sono servizi civili, sanità e servizi alla famiglia e anche settori di basso livello, come le pulizie: tutti comparti che hanno fatto crescere l’occupazione femminile di 110mila unità nel 2012 rispetto all’anno precedente. Secondo il Wall Street Journal, questo potrebbe dare all’Italia una spinta economica nel lungo termine. Gli economisti calcolano che se il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro in Italia convergesse con quello maschile, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite aumenterebbe di un punto percentuale all’anno per i successivi 20 anni.

 


FEBBRAIO  2015

 

Promuovere un ambiente di lavoro salutare per lavoratori
con patologie croniche:
una guida alle buone pratiche
 
Elena Barbera e Elena Coffano, Dors

La traduzione italiana della pubblicazione “Promoting healthy work for workers with chronic illness: a guide to good practice” della Rete europea per la Promozione della Salute nei Luoghi di Lavoro (ENWHP), è frutto della collaborazione tra Regione Lombardia e DoRS.

La Guida è rivolta principalmente ai datori di lavoro e ai manager che si trovano ad affrontare i cambiamenti e le sfide legate alla gestione dei lavoratori con patologie croniche e al supporto che necessitano per poter continuare a lavorare, o per ritornare al lavoro dopo un periodo di assenza. Essa contiene, inoltre, alcuni strumenti di supporto, quali: un elenco dei partecipanti del progetto, link utili a siti web, riferimenti bibliografici e una check list per il datore di lavoro.

Il documento in italiano, dal titolo “Promuovere un ambiente di lavoro salutare per lavoratori con patologie croniche: una guida alle buone pratiche” è disponibile sul sito della Rete ENWHP al seguente indirizzo:

http://www.enwhp.org/enwhp-initiatives/9th-initiative-ph-work/european-guide-to-good-practice-guidelines.html

 



A colpo d’occhio

Osservatorio Passi

 

La percezione della propria salute

  • Nel periodo 2010-2013, Passi rileva che 2/3 degli intervistati (68%) giudicano positivo il proprio stato di salute riferendo di sentirsi bene o molto bene e quasi 1/3 riferisce di sentirsi discretamente (28%); il 4% invece riferisce di sentirsi male o molto male.
  • I gruppi di popolazione che si dichiarano più soddisfatti della propria salute sono i giovani (87%), gli uomini (72%), le persone con un livello di istruzione più alto (79%), chi non ha difficoltà economiche (76%), chi non riferisce condizioni patologiche severe fra quelle indagate da Passi (75%) e gli stranieri (77%).
  • L’analisi multivariata, condotta separatamente per genere, conferma come statisticamente significativa l’associazione fra percezione positiva dello stato di salute e la giovane età, il vantaggio socio-economico, l’assenza di cronicità, la cittadinanza straniera.

Le differenze geografiche

  • La distribuzione geografica della prevalenza di quelli che dichiarano buono il proprio stato di salute non disegna un chiaro gradiente. La variabilità regionale è piuttosto contenuta, tuttavia alcune differenze significative si rilevano tra le Regioni: in Sardegna si registra la prevalenza più bassa, pari al 57%, e nella P.A. di Bolzano quella più alta, pari all’82% (dati medi annui del periodo 2010-2013).

Qualità della vita

  • Ogni intervistato dichiara di aver vissuto in media 5 giorni in cattiva salute nel mese precedente l’intervista. In particolare sono mediamente 3 i giorni vissuti in cattiva salute fisica, per motivi legati a malattie e/o incidenti, 3 per cattiva salute psicologica, per problemi emotivi, di ansia, depressione e stress e almeno 1 giorno al mese con limitazione nel normale svolgimento delle proprie attività a causa del malessere fisico e/o psicologico.
  • Il numero medio di giorni vissuti in cattiva salute, sia fisica che psicologica (o con limitazioni nelle abituali attività) è maggiore fra le donne (6 giorni), gli anziani (6 giorni), fra coloro che hanno un basso livello di istruzione (7 giorni); ancor più alto fra chi ha molte difficoltà economiche (8 giorni) o è affetto da malattie croniche severe (9 giorni).
  • Tra coloro che dichiarano che, nei 30 giorni precedenti l’intervista, hanno vissuto in cattiva salute (fisica o psicologica) non più di 1 giorno, il 65% riferisce di non aver vissuto alcun giorno con limitazioni alle abituali attività dovute alle condizioni fisiche e il 71% non aver vissuto alcun giorno con limitazioni dovute alle condizioni psicologiche. Inoltre, tra coloro che dichiarano di aver vissuto fino a 14 giorni in cattiva salute, il 28% lo imputa alla salute fisica e il 21% a quella psicologica. Infine, tra le persone che dichiarano un numero di giorni superiore alle due settimane, il 7% riferisce una motivazione di salute fisica e l’8% di natura psicologica.  


     

           GENNAIO  2015

 

Inps, controlli a metà dei costi sul pubblico impiego

di Michele Di Branco - Il Messaggero
 
Tutto il potere all’Inps. Il governo accelera sulla riforma che, già a partire dal 2015, assegnerà all’Istituto di previdenza sociale il compito di effettuare i controlli sui lavoratori che si assentano per malattia.

L’organismo attualmente ha la competenza esclusiva sui dipendenti privati, ma un emendamento al Ddl Madia sulla Pa (scritto però direttamente da Palazzo Chigi e pronto per essere girato a Palazzo Vidoni) estenderà la sua influenza anche ai 3,2 milioni di statali togliendo le prerogative oggi affidate alle Asl.

Con buona pace delle Regioni che da sempre, su questo punto, fanno resistenza e non vogliono mollare l’osso della gestione dei medici al punto da aver rifiutato, un paio di anni fa, l’ipotesi di una collaborazione con l’Inps offerta ai governatori dall’allora presidente Antonio Mastrapasqua. Questa volta, però, il governo non vuole sentire ragioni e ieri sera Matteo Renzi («tanti bravissimi funzionari pubblici che lavorano con onore hanno il diritto di non essere infangati da furbetti e furbastri» ha ammonito il premier in una lettera indirizzata agli iscritti del Pd) ha parlato della strategia da mettere a punto nelle prossime settimane nel corso di un incontro con il nuovo presidente dell’Inps Tito Boeri. Non a caso, l’istituto ha fatto sapere di essere «pronto ad assumere i controlli sulle malattie nel pubblico impiego attualmente affidati alle Asl con una spesa pari alla metà di quella impiegata dalle strutture sanitarie». Ciò avverrebbe, ha spiegato una fonte, grazie a «un sistema di data mining e all'archivio dei certificati online di cui l'Istituto ha la gestione».

«L'Inps può attrezzarsi a effettuare i controlli» sui dipendenti pubblici che si assentano dal lavoro per malattia, ha confermato il commissario dell'Istituto, Tiziano Treu. «Non ho ancora avuto modo di verificare in modo specifico perché la notizia è arrivata anche a me da poco – ha proseguito Treu - ma considerato che lo facciamo per i privati possiamo attrezzarci e farlo anche per i lavoratori del pubblico». Sulla questione c'è un'analisi della commissione Affari sociali della Camera che ha ipotizzato lo spostamento del servizio con una riduzione del costo, appunto, della metà dai 70 milioni attuali a circa 35. Se l'ipotesi sarà concretizzata, come appare certo, si andrà verso una procedura uniforme sia per i dipendenti del settore privato, già controllati dall'Inps in caso di malattia, che quelli pubblici attualmente affidati alle cure delle Asl. Nascerebbe dunque un «Polo unico di medicina fiscale» guidato dall’Inps con una dotazione di 120-130 milioni di euro. E nei piani, il budget annuo complessivo sarebbe tale da coprire una quota predefinita di visite di controllo per la Pa, lasciando a ogni amministrazione la possibilità di integrare questo stanziamento nel caso in cui si rendesse necessario procedere ad un numero maggiore di controlli.

GLI INTERVENTI
Le funzioni del Polo unico, peraltro, sono state tratteggiate ad aprile 2014 dal sottosegretario della Pa, Angelo Rughetti. Il quale, durante un'audizione in commissione Salute alla Camera, aveva ipotizzato anche una modifica dell'attuale disciplina normativa, che prevede che la visita fiscale venga fatta già dal primo giorno. «Mi chiedo se sia ancora attuale, o se invece si possa passare ad una fase successiva» aveva spiegato Rughetti, argomentando che la visita spostata al terzo giorno consentirebbe di ottenere vantaggi in termini di costi, e di efficacia allineando tra l’altro la disciplina tra pubblico e privato. L’ipotesi di trasferire il potere all’Inps ha avuto l’ok della Federazione dei medici di medicina generale. «Solo un unico polo – ha concordato il Fimmg – può fare i controlli necessari: questo ente ha già una filiera computerizzata in grado di segnalare in tempo reale l'assenza e il motivo. Ma – ha aggiunto la Federazione – si può fare anche altro se il governo prendesse in considerazione il nostro suggerimento di dare la possibilità al lavoratore di autocertificare l'assenza di un giorno o due».


Jobs Act. Chi è licenziabile?

Statali, sopra i 15 dipendenti, sindacati, partiti

Chi è al sicuro dai licenziamenti e chi non lo è con il Jobs Act. Dipendenti di partiti e sindacati, prima licenziabili, ora tutelati. Se l'azienda cresce sopra i 15 dipendenti, non scattano le tutele. Una guida nel groviglio della nuova legge

ROMA – Cosa cambia nello Statuto dei Lavoratori con il Jobs Act? A chi si applicano le nuove norme? Chi è al sicuro e chi non lo è dai licenziamenti cui la nuova legge ha aperto la porta? E il tanto combattuto articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è ancora valido e per chi?

Il decreto approvato la vigilia di Natale, precisa il Messaggero,

“prevede in modo esplicito che la nuova disciplina in materia di licenziamenti si applichi esclusivamente a operai, impiegati e quadri assunti con contratto a tempo indeterminato a partire dalla data di entrata in vigore del provvedimento stesso, quindi il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Non cambia nulla quindi per i lavoratori dipendenti che hanno già un rapporto di lavoro: resteranno in vigore le precedenti regole sui licenziamenti, così come erano state modificate nel 2012 dalla riforma Fornero. Il meccanismo delle tutele crescenti si applicherà però anche alle aziende che superano la soglia dei 15 dipendenti per assunzioni successive all’entrata in vigore del decreto”.

E qui cominciano i dubbi e le interpretazioni. Non è facile capire e orientarsi nel linguaggio legalese e oscuro della nuova legge varata dal Consiglio dei Ministri la vigilia di Natale.

Intanto un atto di giustizia, come informa il Messaggero: “La nuova disciplina delle tutele crescenti si applica alle organizzazioni senza fini di lucro compresi partiti e sindacati, nelle quali in precedenza non era applicato l’articolo 18″. Prima pontificavano ma avevano mano libera a licenziare e lo hanno fatto con larghezza. Ora non lo potranno più fare.

Statali: si o no? Già litigano nel Governo e nella maggioranza, sugli ambiti di applicazione. Come riferiscono il Corriere della Sera e il Messaggero, il giuslavorista Pietro Ichino, senatore di Scelta Civica, che ha collaborato all’estensione del testo del decreto legislativo, sostiene che

“il contratto a tutele crescenti si applica a tutti i lavoratori dipendenti, compresi quelli pubblici. Secondo il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, no. Si ripropone quindi lo scontro già avvenuto in occasione della riforma Fornero dell’articolo 18. In mancanza di norme che facciano chiarezza, la giurisprudenza è tuttora divisa sull’applicabilità delle norme sui licenziamenti ai dipendenti pubblici” (Corriere della Sera);

“un comma che escludeva espressamente il pubblico impiego sarebbe stato cancellato all’ultimo momento dal testo. Se questa interpretazione sarà confermata, le tutele crescenti si applicheranno anche agli insegnanti precari che dovrebbero essere assunti per il prossimo anno scolastico” (Messaggero).

Importante novità sull’articolo 18: non si applica, avverte il Corriere della Sera, a certe condizioni,

“se si superano i 15 addetti. Il nuovo contratto a tutele crescenti vale con le stesse regole per tutte le assunzioni, senza distinzioni tra aziende con meno o più di 15 dipendenti. Le imprese che supereranno la soglia dei 15 grazie ai dipendenti a tutele crescenti non saranno più soggette ad applicare l’articolo 18 dello Statuto (né sui vecchi né sui nuovi assunti). Le aziende saranno incentivate a crescere, anche perché oltrepassando la soglia dei 15 potranno in certi casi veder scendere l’indennizzo cui hanno diritto i licenziati”.

Il Messaggero precisa: “Con le nuove regole resta una separazione tra le imprese che hanno fino a 15 dipendenti e quelle al di sopra di questa soglia. Infatti il decreto esclude che la residua possibilità di reintegro in caso di licenziamento disciplinare (insussistenza del fatto materiale) si possa applicare alle imprese che non superano i quindici dipendenti. Inoltre per le piccloe aziende anche la misura degli indennizzi nei vari casi è dimezzata e non potrà comunque superare le sei mensilità”.

Una guida ci è offerta da Roberto Giovannini, che sulla Stampa di Torino, nel solco dell’indimenticato Sergio Devecchi, prova a tradurre in linguaggio accessibile ai comuni mortali e lavoratori.

Divide le fattispecie fra prima e dopo il Jobs Act, fra grandi e piccole imprese, fra licenziamenti discriminatori e disciplinaei.

GRANDI IMPRESE – PRIMA
Ogni dipendente di un’azienda con più di 15 persone poteva essere licenziato per ragioni «economiche» in cambio di un indennità monetaria. Ma: 1) si doveva passare per un giudice; 2) serviva molto più tempo; 3) l’azienda avrebbe speso di più (da un minimo di 12 a un massimo di 24 mensilità, più eventuali incentivi); 4) il giudice avrebbe potuto decidere di restituire il posto di lavoro al lavoratore licenziato, cioè la tutela dell’articolo 18. Le statistiche dimostrano che col vecchio sistema comunque il 75% dei lavoratori licenziati ha preferito uscire in cambio di soldi.

GRANDI IMPRESE – DOPO
Per chi ha già un contratto di lavoro attivo continuano a valere le regole della legge Fornero. Chi verrà assunto con un contratto «a tutele crescenti», è invece facilmente licenziabile: basterà pagare un’indennità che varia da un minimo di 4 mensilità di stipendio, e sale di 2 mensilità per anno di servizio fino a un tetto di 24 mensilità. Non si passa mai per il giudice, a meno che il lavoratore voglia cercare di dimostrare che si tratta di un licenziamento discriminatorio e nullo. La stessa disciplina riguarda anche i licenziamenti collettivi, quelli effettuati in caso di crisi aziendale.

PICCOLE IMPRESE – PRIMA
Per i dipendenti di aziende con meno di 15 dipendenti (se agricole, meno di 5) valevano le regole stabilite da una legge del 1990. Un datore di lavoro poteva così in ogni momento licenziare il suo dipendente. Se il lavoratore non è d’accordo, può chiedere l’intervento di un giudice per verificare se il licenziamento è illegittimo: il giudice condannerà l’azienda a versare una somma tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità. Normalmente le aziende pagano sempre l’indennità per evitare il passaggio dal giudice. Se il licenziamento è discriminatorio c’è la riassunzione.

PICCOLE IMPRESE – DOPO
Per tutti i nuovi assunti in una impresa di piccole dimensioni valgono le procedure stabilite per i licenziamenti economici nelle grandi aziende: soltanto che le indennità economiche sono dimezzate. In pratica, si parte da due mesi di stipendio il primo anno, si sale di una mensilità l’anno fino a un massimo indennizzo pari a sei mesi di stipendio del lavoratore.

LICENZIAMENTI DISCIPLINARI – PRIMA
In alcuni casi erano i contratti collettivi, in altri un giudice, a stabilire che cosa accadeva a un lavoratore licenziato per ragioni disciplinari, se la sanzione del licenziamento era proporzionata alla colpa commessa o meno. In generale, il lavoratore poteva recuperare il posto se il fatto contestato non esiste oppure rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa. In altri casi il lavoratore perdeva il posto, ricevendo però un’indennizzo dal datore di lavoro, variabile a seconda dei casi da un minimo di 6 a un massimo di 24 mensilità di stipendio.

LICENZIAMENTI DISCIPLINARI – DOPO
Adesso per tutti i lavoratori assunti dopo la riforma la reintegra nel posto di lavoro diventa molto più problematica. Resterà infatti in vigore soltanto per i soli casi di insussistenza materiale del fatto contestato, a prescindere da quello che stabiliscono i contratti. Parliamo di un numero estremamente ridotto di casi, dal punto di vista numerico. In tutte le altre situazioni il lavoratore sarà licenziato, e riceverà in cambio una indennità economica. Tuttavia, in caso di licenziamento disciplinare in ogni caso sarà inevitabile un passaggio davanti alla magistratura, che dovrà stabilire chi ha ragione.

LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI – PRIMA

Se il licenziamento è riconosciuto come discriminatorio (legato a orientamenti sessuali, religione, opinioni politiche, attività sindacale, motivi razziali o linguistici, handicap, gravidanza, malattia, come stabiliscono leggi e Costituzione) il lavoratore oggi viene reintegrato dal giudice nel suo posto di lavoro. In più all’azienda si impone il pagamento dello stipendio maturato nel periodo di assenza obbligata per il lavoratore.

LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI – DOPO
In questo caso non cambia nulla. La riforma Renzi però stabilisce che dagli stipendi arretrati il datore di lavoro possa detrarre quanto incassato dal lavoratore licenziato grazie ad altri lavori. Il risarcimento minimo è di cinque mensilità dello stipendio più contributi arretrati. Il lavoratore, se vuole, oltre al risarcimento potrà decidere di andarsene comunque dall’azienda, in cambio di un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale.

 


 

Riforma pensioni 2015 ultimissime novità:

a 61 anni in pensione se passasse il referendum

 

Maria Concetta Distefano UrbanPost

 

Già il prossimo 14 gennaio la Corte Costituzionale si potrebbe pronunciare sulla richiesta di referendum prodotta dalla Lega Nord per l’abrogazione della Riforma Pensioni Fornero. Qualora il referendum abrogativo fosse ammesso, il Governo Renzi dovrà fissare una data tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2015 in cui il corpo elettorale si andrebbe a pronunciare su una legge che certamente non gode popolarità, e non sarebbe difficile pronosticare una vittoria dei si all’abrogazione.

 

In questo caso si aprirebbero nuovi scenari per i moltissimi lavoratori rimasti bloccati al lavoro dallo scalone introdotto con la riforma, perché si tornerebbe a prima del 2011 con la pensione di anzianità a 61 anni e tre mesi, e sarebbe anche abolito il sistema contributivo, dal 2012 adottato per tutti, aumentando in tal modo le pensioni di coloro per i quali, fino al 2011 vigeva il sistema retributivo. Inoltre la vittoria del si all’abrogazione nell’eventuale referendum avrebbe effetti anche sulla pensione di vecchiaia, ad oggi arrivati a 66 anni e tre mesi e in aumento dal 2016, facendola tornare a 65 anni e tre mesi per gli uomini e le donne che lavorano nel settore pubblico e a 60 anni e sei mesi per le donne del settore privato.

Anche se si tratta di ipotesi futuristiche queste sono all’attenzione del Governo Renzi che ha già in agenda una revisione della riforma che può evitare l’eventuale grana del referendum e soprattutto ridare maggiore flessibilità ed equità al sistema della previdenza

 


AVVISO

La Direzione Generale ha reso noto, con nota 46834 riportata in calce, che è possibile la seconda compilazione online del questionario sul benessere organizzativo.

Tutto il personale aziendale è invitato a partecipare all'indagine periodica.

 


DICEMBRE  2014

La Sicilia non è presente tra le regioni che hanno preso parte allo studio, ma è interessante leggerne i risultati nella sintesi pubblicata da PASSI

A colpo d’occhio

  • Il modulo opzionale Sicurezza sul lavoro è stato adottato dal 2010 al 2012 da 17 Regioni/PA (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, P.A. Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna) ed è stato somministrato agli intervistati che hanno riferito di lavorare (63% del campione); di questi l’89% ha dichiarato di aver un lavoro continuativo e l’11% non continuativo.

Percezione del rischio di subire infortunio sul lavoro

  • Il 15% dei lavoratori intervistati considera assente la possibilità di subire un infortunio, il 59% bassa, il 22% alta e il 4% molto alta.
  • La percezione del rischio di subire un infortunio è più alta tra i lavoratori occupati nell’edilizia (57%), nei trasporti (47%) e nell’agricoltura (43%), tra  i conducenti (71%), le forze dell’ordine o militari (60%), gli infermieri o tecnici sanitari (48%) e gli operatori socio-sanitari (43%).
  • Si registra una significativa associazione con la classe di età 35-49 anni, il genere maschile, la presenza di molte difficoltà economiche, l’impiego in un settore di interesse*, la mansione manuale, l’aver avuto informazioni su come prevenire gli infortuni
  • e l’assenza dal lavoro per infortunio negli ultimi 12 mesi.
  • La percezione del rischio di infortunio in ambito lavorativo è significativamente maggiore tra le Regioni del Sud (30%) rispetto a quelle del Nord (25%) e del Centro (26%). Queste differenze territoriali si mantengono anche restringendo l’analisi ai soli settori di interesse.

Percezione del rischio di contrarre una malattia legata al lavoro

  • Il 23% dei lavoratori intervistati considera assente la possibilità di contrarre una malattia legata al lavoro, il 57% bassa, il 18% alta e il 2% molto alta.
  • La percentuale di lavoratori che hanno riferito alto o molto alto il rischio di contrarre una malattia legata al lavoro è significativamente maggiore tra chi ha un lavoro continuativo (20%) rispetto a chi l’ha non continuativo (16%).
  • In particolare la percezione di contrarre una malattia legata al lavoro è più alta tra i lavoratori occupati nella sanità (40%), nello specifico tra le figure sanitarie o socio-sanitarie (infermiere/tecnico sanitario, 56%, medico, 50%, e operatore socio-sanitario, 46%), nell’edilizia (30%) e trasporti (27%).
  • Si evidenzia l’associazione significativa con la fascia di età 35-49 anni, il livello d’istruzione medio-alto, la presenza di molte difficoltà economiche, i settori di interesse, la mansione manuale, l’aver avuto informazioni sulle malattie professionali e l’aver avuto una malattia legata al lavoro.
  • Questa percezione è significativamente maggiore tra le Regioni del Sud (21%) e del Centro (20%) rispetto a quelle del Nord (18%). Le differenze territoriali evidenziate sono più evidenti se si restringe l’analisi ai soli settori di interesse.

Informazioni su come prevenire gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali

  • Oltre la metà (56%) dei lavoratori intervistati ha dichiarato di aver ricevuto informazioni negli ultimi 12 mesi sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro o delle malattie professionali (53% sugli infortuni e 41% sulle malattie professionali). Il 44% non ha ricevuto invece alcuna informazione.
  • Le informazioni sono state riportate in percentuale statisticamente maggiore dalle persone con un lavoro continuativo (57%) rispetto a quelle con lavoro non continuativo (41%).
  • Si conferma l’associazione con il genere maschile, il livello d’istruzione basso, l’assenza di difficoltà economiche, la cittadinanza italiana, i settori di interesse, la mansione manuale e l’essersi assentati dal lavoro per malattia legata al lavoro o per infortunio sul lavoro.
  • La percentuale di informazioni ricevute appare significativamente più alta nelle Regioni del Nord (58%) e del Centro (56%) rispetto a quelle del Sud (52%). Le differenze territoriali si mantengono anche restringendo l’analisi ai soli settori di interesse (68% al Nord, 67% al Centro e 62% al Sud).
  • Le informazioni sono state fornite soprattutto mediante corsi di formazione (64%) e materiali informativi o opuscoli specifici (35%).

Uso dei dispositivi di protezione individuale (Dpi)

  • Tra i lavoratori le cui mansioni richiedono l’uso di dispositivi di protezione individuale, il 72% li usa sempre quando necessario, il 14% quasi sempre e l’8% a volte. Il 6% ha dichiarato di non usarli mai: il 3% perché non gli sono stati forniti e l’altro 3% per altri motivi.
  • A dichiarare di aver ricevuto informazioni sono soprattutto i lavoratori della sanità, nello specifico l’operatore socio-sanitaria (80%), l’infermiere/tecnico sanitario) e il medico (78%) e i lavoratori del settore metalmeccanico (79%).
  • L’uso dei dispositivi è significativamente maggiore tra i lavoratori con un livello d’istruzione medio-alto, con cittadinanza italiana, senza difficoltà economiche, tra quelli che hanno riferito un infortunio o una malattia legata al lavoro e tra chi ha ricevuto informazioni.
  • La percentuale dichiarata dell’utilizzo costante dei dispositivi di protezione mostra un significativo gradiente territoriale (75% Nord, 71% Centro e 67% Sud). Le differenze territoriali evidenziate si mantengono anche restringendo l’analisi ai soli settori di interesse (75% Nord, 74% Centro e 66% Sud).

La vigilanza per prevenire gli infortuni e migliorare la sicurezza sul lavoro
 
Elena Farina, Servizio di Epidemiologia

Contesto

Nonostante le riforme della regolamentazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, l’idea generale che sta alla base dell’applicazione delle leggi è rimasta invariata per decenni. I governi introducono le normative per garantire la salute e la sicurezza sul lavoro e la legislazione fornisce la base giuridica per la vigilanza, strumento utilizzato per ottenere la conformità e per modificare le attitudini dei lavoratori e dei datori di lavoro. Nella dichiarazione di Stresa relativa alla salute dei lavoratori, firmata dal Comitato consultivo della Rete Globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la legislazione è descritta sempre in combinazione con la vigilanza (WHO 2006). Anche altre agenzie internazionali come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) chiedono regolamenti e norme di medicina del lavoro accanto a livelli di vigilanza appropriati e ispezioni, per promuovere la salute (ILO 2004). Tutto questo suggerisce che i regolamenti sono strettamente legati alla vigilanza e che continuano ad avere un ruolo fondamentale. Tuttavia ci sono poche evidenze sull’impatto degli strumenti di vigilanza dei regolamenti in termini di riduzione degli infortuni e delle malattie occupazionali.

 Obiettivo

Gli strumenti di vigilanza sono comuni a tutti i paesi, per cui è estremamente importante sapere quanto le ispezioni, le multe, le azioni giudiziarie o altre attività influenzano la salute e la sicurezza sul lavoro. C’è ancora molta incertezza su quale sia l’approccio più efficiente e più efficace. L’unica revisione sull’argomento (Tompa 2007) è già di qualche anno fa e non ha usato la metodologia Cochrane. L’obiettivo di questa revisione è quindi valutare gli effetti degli strumenti di vigilanza dei regolamenti sulla salute e la sicurezza sul lavoro per prevenire infortuni e malattie occupazionali, usando la metodologia Cochrane.

 

Materiali e metodi

Per la ricerca degli articoli sono state interrogate diverse banche dati (CENTRAL, MEDLINE, EMBASE, CINHAL, PsycINFO, HeinOnline, Westlaw International, EconLit, Scopus) e la strategia utilizzata è stata molto sensibile, basata essenzialmente su due concetti: ditte e luoghi di lavoro, strumenti di vigilanza. Non sono state fatte restrizioni sulla lingua e sull’anno di pubblicazione e l’ultima ricerca è datata 1° gennaio 2013.

Sono stati ammessi nella revisione le seguenti tipologie di studio: studi randomizzati controllati (RCT), studi pre-post con gruppo di controllo (CBA), serie temporali interrotte (ITS), studi panel econometrici e studi qualitativi che indagano le attitudini e le opinioni. Gli studi devono trattare di interventi in aziende o luoghi di lavoro e valutare le ispezioni, le disposizioni o gli ordini, le violazioni e le multe o le azioni penali. Gli outcome considerati sono gli infortuni, le malattie o le esposizioni.

Gli effetti degli interventi sono espressi come rapporti di rischio (RR) nel caso di variabili dicotomiche o differenze nelle medie (MD) nel caso di variabili continue. Per le serie temporali interrotte sono stati estratti i dati dagli articoli originali e rianalizzati usando un modello di regressione segmentato. I risultati di studi analoghi sono stati combinati in una metanalisi.

 

Risultati principali

Sono stati inclusi nella revisione 23 studi: 2 RCT, 2 CBA, 1 ITS, 12 panel e 6 studi qualitativi. La situazione è piuttosto complessa poichè gli studi sono molto diversi tra di loro per quanto riguarda gli interventi studiati, gli outcome, il periodo dello studio e i partecipanti. La sintesi dell’evidenza, così come la rappresentatività dei risultati, è resa molto complicata da questa eterogeneità, tuttavia si possono riassumere i risultati principali:

- Rispetto a qualsiasi tipo di ispezione, la prima ispezione, l’ispezione di follow-up, dopo denuncia e per indagine infortunio portano ad una conformità maggiore

- Le ispezioni con violazioni e multe possono portare ad avere meno infortuni e più conformità nel breve termine, ma non nel lungo termine né nelle ditte grandi

- Ispezioni più lunghe e frequenti probabilmente non portano ad una maggiore conformità

- Gli studi qualitativi mostrano che i lavoratori supportano la vigilanza, anche se dubitano dell’efficacia delle ispezioni perché vedono che sono rare e le problematiche possono essere risolte temporaneamente per ingannare gli ispettori

 

L’evidenza è resa frammentata dal fatto di non poter combinare insieme diversi tipi di studio in una singola metanalisi. Inoltre la maggior parte degli studi riguarda gli Stati Uniti, ci sono pochi studi europei e nessuno di Asia e America Latina, cosa che rende le evidenze difficilmente applicabili al di fuori del Nord America. In più la mancanza di una descrizione dettagliata del processo dell’ispezione e la mancanza di conoscenza sui fattori che mettono in moto i processi di prevenzione rendono difficile l’applicabilità dei risultati nella pratica.

 

Sintesi delle conclusioni

Implicazioni pratiche:

- Le ispezioni, come strumento della vigilanza, hanno un effetto inconsistente nel breve termine ma portano alla diminuzione dei tassi di infortunio dopo più di 3 anni di follow-up

- Tipologie specifiche di ispezioni portano a tassi di conformità maggiori rispetto a quello che si ottiene in generale

- Le multe possono portare a tassi di infortunio più bassi nel breve termine, ma non nel lungo termine e nelle ditte di grandi dimensioni.

 


 
L'impatto dei determinanti sociali sugli stili di vita
nella Provincia autonoma di Trento, anni 2008-13

Elena Contrini, Laura Battisti, Laura Ferrari, Mariagrazia Zuccali e Pirous Fateh-Moghadam

Osservatorio per la salute, Dipartimento di salute e solidarietà sociale, Prov. Autonoma di Trento

 

Introduzione

Le condizioni socioeconomiche delle persone influiscono sul loro stato di salute direttamente, attraverso il condizionamento degli stili di vita; in altri termini, i cosiddetti determinanti sociali possono essere considerati “le cause delle cause” delle malattie. La conoscenza e il monitoraggio degli effetti sugli stili di vita dei vari determinanti sociali è fondamentale per definire interventi di promozione della salute in tutte le politiche, finalizzati a ridurre le disuguaglianze in salute e a migliorare il benessere di tutta la popolazione, secondo gli obiettivi della strategia Salute 2020 dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) (1).

 

Attraverso la recente revisione dell’impatto dei determinanti sociali sulla salute a livello europeo (2) e mediante la successiva pubblicazione di una serie di monografie (3-6), l'OMS-Ufficio Regionale per l'Europa ha evidenziato come la fetta di popolazione più svantaggiata dal punto di vista socioeconomico sia anche esposta maggiormente a fattori di rischio importanti, quali fumo, alcol, obesità, cattiva alimentazione e sedentarietà e quindi a risultati negativi in termini di salute e benessere. Obiettivo della presente analisi è quello di verificare in quale misura gli effetti dei determinanti sociali sui comportamenti a rischio per la salute sono confermati anche nella provincia autonoma (PA) di Trento e di stimare il potenziale guadagno di salute di interventi sui determinanti sociali.

Risultati

Analisi preliminare per genere ed età

L’essere donna protegge dall’abitudine al fumo, da un consumo carente di frutta e verdura, dall’eccesso ponderale (sovrappeso e obesità) e dal consumo di alcol a maggiore rischio, mentre è un fattore di rischio per la sedentarietà. In entrambi i generi la giovane età costituisce una condizione favorente l’abitudine al fumo di sigaretta, il consumo di alcol e lo scarso consumo di frutta e verdura, mentre è protettiva per l’eccesso ponderale e, limitatamente agli uomini, per la sedentarietà.

 

Analisi dei determinanti sociali

L'effetto dell'istruzione sull’abitudine al fumo è evidente solo per gli uomini: la percentuale di fumatori è infatti significativamente più alta tra chi ha conseguito al massimo la licenza media inferiore rispetto ai diplomati/laureati, soprattutto tra gli adulti con meno di 50 anni (54% vs 34% per i 18-34enni, 37% vs 24% per i 35-49enni). I fumatori con basso livello di istruzione fumano, inoltre, un numero di sigarette significativamente superiore rispetto a chi ha un’istruzione medio-alta (mediamente 15 vs 12 sigarette al giorno) e con maggiore probabilità sono forti fumatori: il 36% fuma più di un pacchetto al giorno, rispetto al 21% dei diplomati/laureati. Un basso livello d’istruzione si associa a un fattore di rischio anche per l'eccesso ponderale, sia per gli uomini che, soprattutto, per le donne: il 40% delle donne con basso livello di istruzione è sovrappeso/obeso, contro il 21% delle donne con livello di istruzione medio-alto, mentre negli uomini le percentuali sono rispettivamente del 53% e del 40%. Tale influenza emerge in particolare per gli ultra 50enni, indistintamente dal genere. Aver frequentato non oltre la scuola media inferiore favorisce la sedentarietà nelle donne, senza differenze di rilievo per età: sono sedentarie il 22% delle donne con un basso livello d’istruzione, a fronte del 16% di chi possiede il diploma/laurea. Nel consumo di alcol, l’associazione con i determinanti sociali è debole e complessa. Un livello di istruzione basso agisce da fattore protettivo, ma solo per le donne: le astemie prevalgono tra chi ha una bassa istruzione (60% vs 48% delle diplomate/laureate) e la percentuale di consumatrici di alcol a maggior rischio (fuori pasto, binge o quantità elevate) è maggiore tra le diplomate/laureate (22% vs 11%). Tuttavia, negli uomini un basso livello d’istruzione è associato a quantità maggiori di alcol consumate, mentre non emergono differenze significative nelle modalità di consumo. Il consumo di frutta/verdura nelle 5 porzioni giornaliere raccomandate non è influenzato dal livello d’istruzione, né per genere, né per classi d’età.

 

Esaminando la situazione lavorativa risulta che gli uomini che non lavorano in modo continuativo hanno una maggiore propensione al fumo (42%) di chi svolge un lavoro regolare (30%), mentre le donne con un lavoro non continuativo tendono a essere consumatrici di alcol a maggior rischio (32%) più frequentemente di quelle con un lavoro stabile (17%). La precarietà lavorativa non sembra influire sull’eccesso ponderale.

 

Le difficoltà economiche favoriscono l’abitudine al fumo: è fumatore il 36% degli uomini con difficoltà rispetto al 25% di chi non ne ha, mentre nelle donne le percentuali sono rispettivamente 27% e 17%. L’associazione è evidente per gli uomini di 18-34 anni e per gli ultra 50enni, nonché per le donne con meno di 50 anni. Come per l’istruzione, le difficoltà economiche accentuano l’intensità nel fumare, specie negli uomini, in termini sia di sigarette medie fumate (15 vs 12) che di forti fumatori (37% vs 20%). Le difficoltà economiche costituiscono fattore di rischio per l’eccesso ponderale: è sovrappeso/obeso il 51% degli uomini con difficoltà rispetto al 43% di chi non ne ha, il 33% a fronte del 25% nelle donne; l'esame per classi d’età evidenzia un'influenza marcata per gli uomini ultra 50enni. Le difficoltà economiche, inoltre, riducono negli uomini la probabilità di consumare frutta e verdura nelle 5 porzioni giornaliere raccomandate (8% con difficoltà vs 12% senza difficoltà), mentre non emerge alcuna significativa influenza sul consumo di alcol e sulla sedentarietà.

 

Per quanto riguarda la cittadinanzab, l’essere stranieroc aumenta nelle donne la probabilità di sedentarietà, che riguarda il 27% delle straniere, a fronte del 17% delle cittadine italiane e favorisce il sovrappeso/obesità, sempre nelle donne, interessando il 34% delle straniere rispetto al 27% delle italiane. Sebbene fumi il 45% degli stranieri e solo il 28% degli italiani, l’associazione tra cittadinanza e abitudine al fumo non risulta confermata dall’analisi multivariata, in quanto, verosimilmente, l’essere fumatori è spiegato da fattori diversi (età, istruzione, difficoltà economiche) (Tabella).

 

 

Un ipotetico annullamento verso l’alto delle differenze nei determinanti sociali esaminati comporterebbe una riduzione del 24% di persone in eccesso ponderale, del 19% dei fumatori e del 6% di sedentari, senza effetti di rilievo sul consumo di alcol a maggior rischio e di frutta/verdura. Tali riduzioni si tradurrebbero in una minore incidenza di patologie collegate ai vari fattori di rischio comportamentali.

 

Conclusioni

L’associazione tra determinanti sociali e stili di vita evidenziata in letteratura trova conferma anche nel contesto trentino. L’impatto di livello d’istruzione, cittadinanza, situazione lavorativa e condizioni economiche si registra soprattutto su fumo, sedentarietà ed eccesso ponderale, mentre è marginale su consumo di alcol e di frutta/verdura. Il potenziale guadagno in salute derivante dall’intervento sui determinanti sociali risulta considerevole.

Le disuguaglianze registrate non sono determinate da fattori immodificabili di natura biologica, ma rappresentano il risultato di processi sociali, economici e politici. Garantire l'accesso a livelli d’istruzione superiore e migliorare le condizioni economiche delle persone, anche attraverso una maggiore stabilità lavorativa, rappresenta un buon punto di partenza per ridurre le disuguaglianze in salute e per accrescere il benessere della collettività. Contemporaneamente risulta fondamentale intervenire direttamente sugli stili di vita, attraverso azioni mirate non solo ad abbassare la prevalenza media dei comportamenti a rischio, ma anche a ridurre le disuguaglianze sociali.

Il programma di analisi è a disposizione per l’eventuale utilizzo in altre ASL/regioni e può costituire un utile supporto in fase di predisposizione dei Piani regionali/ provinciali della prevenzione.

 


 

NOVEMBRE  2014

Sicilia

Sistema di interrogazione rapida degli indicatori epidemiologici (Sirie)

 

Il Sistema di interrogazione rapida degli indicatori epidemiologici (Sirie) è il nuovo portale dell’atlante sanitario siciliano realizzato dal dipartimento Attività sanitarie e osservatorio epidemiologico. Dopo l’accesso, possibile previa registrazione, è possibile accedere ai dati di mortalità, ospedalizzazione, incidenza oncologica, qualità dell’assistenza (programma regionale valutazione degli esiti) e prevenzione ed eseguire elaborazioni statistiche personalizzate per periodo, area geografica e patologia. L’atlante sanitario, che prevede un’ulteriore implementazione attraverso l’inclusione di nuove aree tematiche, ha già riscontrato una notevole diffusione perché fornisce informazioni aggiuntive sulla distribuzione delle patologie nel territorio e, indirettamente, sul funzionamento del Servizio sanitario.

 


Il 2010 è stato l'anno in cui, per la prima volta dal dopoguerra,

la soglia dei morti sul lavoro è scesa sotto i 1.000 casi.

Infortuni

Secondo il rapporto Inail 2012, la serie storica degli infortuni sul lavoro prosegue l'andamento decrescente.

Sono state registrate 745.000 denunce di infortuni accaduti nel 2012; rispetto al 2011 si ha una diminuzione di circa il 9%; sono il 23% in meno rispetto al 2008. Gli nfortuni riconosciuti sul lavoro sono circa 500.000 (più del 18% "fuori dall'azienda", cioè "con trasporto pubblico" o "in itinere".

Delle 1.296 denunce di infortunio mortale, gli infortuni accertati "sul lavoro" sono stati 790 (di cui più del 50% "fuori dall'azienda", sono 409): anche se i 25 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti "sul lavoro" si avrebbe una riduzione del 6% rispetto al 2011 e del 27% rispetto al 2008. La distinzione rispetto alla localizzazione dell'infortunio è rilevante, per meglio giudicare e calibrare le politiche di prevenzione.

Gli infortuni sul lavoro hanno causato più di 12 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell'Inail; in media 80 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione, 19 in assenza di menomazione.

Le prime elaborazioni dell'indice di sinistrosità mostrano (sull'intero insieme, per gli infortuni sul lavoro accaduti negli anno 2008-2010) un andamento lievemente decrescente, al livello di 2,6 ogni 100 addetti esposti al rischio per un anno; i casi mortali si mantengono al livello di 4 ogni 100.000 abitanti.

Malattie professionali

Le denunce di malattie sono state 47.500 (1.000 in meno rispetto al 2011) con un aumento di quasi il 51% rispetto al 2008. Ne è stata riconosciuta la causa professionale a circa il 37%, circa il 3% è ancora "in istruttoria".

L'andamento degli esiti mortali per data di decesso è in costante decrescita: sono stati 1.583 nel 2012 (il 27% in meno rispetto al 2008), il 94% nel settore "industria e servizi"; l'analisi per classi di età mostra che il 62% dei casi è con età al decesso maggiore di 74 anni.

Riguardo alle denunuce di patologie asbesto-correlate protocollate nel 201, ne sono state riconosciute 1.540; dei casi denunciati nell'anno, 348 hanno avuto esito mortale.

Fonte: Ministero della Salute Relazione Inail 2012.


OTTOBRE  2014

Riportiamo l'ntervista di Giuseppe Bonaccorsi al Direttore della U.O. di Malattie Infettive -Presidio

Ferrarotto- Dottor  Carmelo Jacobello, pubblicata sulla Sicilia del 20 ottobre.

 

Ebola, dobbiamo evitare la psicosi

<<Due giovani provenienti dalla Spagna sono venuti in reparto perché avevano la febbre>>

 

Virus ebola e psicosi formano una mistura pericolosissima. Ne sanno qualcosa i medici che davanti ad episodi di paura ingiustificata invitano le autorità ad avviare una campagna massiccia di informazione rivolta ai cittadini. Qualche giorno fa un episodio del genere si è verificato nel reparto di Malattie infettive del Vittorio Emanuele. << Si è presentata nel nostro reparto una coppia di giovani di ritorno dalla Spagna che ha chiesto insistentemente il test anti Ebola- spiega il primario Dott. Carmelo Iacobello- avevano entrambi un rialzo febbrile e mal di gola e una paura matta di aver contratto la malattia. Abbiamo dovuto faticare per calmarli, ma questo è un chiaro episodio di psicosi che va evitato a tutti i costi>>.

Dottore Iacobello allo stato attuale la paura è giustificata?

<< In questo periodo assolutamente no. Non c’è alcun motivo perché si diffonda. Naturalmente noi operatori sanitari siamo in uno stato di massima vigilanza, ma adesso siamo alla psichiatria pura e speriamo che questi casi non aumentino. Tra l’altro oltre al caso della coppia di giovani abbiamo avuto nei giorni scorsi casi di persone ricoverate ingiustificatamente soltanto perché sono di colore e questo pur essendo in Italia da anni, quindi non possono assolutamente avere l’Ebola>>.

E quindi?

<< Bisogna stare attenti: se un paziente proviene da un’area endemica della malattia ed è in Italia da meno di 21 giorni, periodo di incubazione della malattia, allora va osservato, ma al di fuori di questi tempi non ha senso creare il panico. Per questo è necessario che si avvii una diffusa campagna di informazione che spieghi che al momento non esista alcun problema serio per la popolazione e che le forme influenzali che da qui a poco si manifesteranno non sono per nulla pericolose, altrimenti si rischia di ingenerare un mix pericoloso di malattia e razzismo che purtroppo per qualcuno è anche motivo di propaganda elettorale. Per questo spero che la politica si assuma le sue responsabilità perché l’argomento Ebola può scatenare le peggiori reazioni sociali>>.

Quali sono i sintomi della malattia?

<< I più ricorrenti sono l’insorgenza molto rapida di febbre, mal di testa, senso di debolezza, dolori alle ossa e ai muscoli. Con il progredire della malattia, compaiono diarrea ( talvolta con presenza di sangue), vomito, perdita di appetito e mal di stomaco. Questa prima fase può durare fino a 10 giorni. Successivamente la malattia evolve in maniera rapida e si caratterizza per emorragie diffuse>>.

Come si trasmette Ebola?

<< Attraverso i fluidi corporei, come muco o sangue, vomito o feci ma anche aghi o coltelli usati dal malato. Nell’ uomo non è mai stata dimostrata una trasmissione per via aerea>>.

C’è una cura o un vaccino?

<<Non esistono vaccini disponibili. E’ stato utilizzato un anticorpo monoclonale, lo ZMapp. Il farmaco impedisce al virus di raggiungere l’interno delle cellule. Purtroppo non è possibile dare un giudizio sulla validità della cura per la mancanza di una casistica ampia>>.

Qual è la probabilità che Ebola arrivi in Italia?

<<  Il rischio che un malato arrivi in Italia è basso.

In Francia, Inghilterra, Belgio, che hanno collegamenti aerei diretti con i paesi africani dove è in corso l’epidemia, il rischio è più alto. Tali previsioni sono valide fino a ottobre. Se la situazione in Africa non migliorerà nelle prossime settimane la probabilità  che l’ epidemia possa diffondersi in Europa aumenteranno>>.

Il virus può arrivare con i barconi?

<< La probabilità è praticamente pari allo zero. Chi arriva nel nostro Paese via mare affronta un viaggio lungo, che dura mesi e a volte anche anni>>.

Quali procedure verrebbero adottate se arrivasse un caso di Ebola?

<< Diagnosticare l’infezione nei primi giorni non è facile perché i sintomi possono essere facilmente confusi con forme influenzali. Per questo motivo il ministero della Salute ha emesso una circolare per stabilire come gestire negli ospedali i casi sospetti che devono rispondere alle seguenti caratteristiche: febbre alte (superiore a 38,6 °C) o con storia di febbre nelle ultime 24 ore e che abbia visitato un paese a rischio o che sia venuto in contatto con un malato di Ebola negli ultimi 21 giorni. E’ pertanto del tutto inutile recarsi ai Pronto soccorso in presenza di sintomi influenzali quando non si proviene da Paesi in cui è presente l’ epidemia>>.

Esistono esami di laboratorio per diagnosticare la malattia?

<< Gli esami di laboratorio per la conferma di un’infezione sono pochi e disponibili solo in strutture specializzate come l’ospedale Sacco di Milano o lo Spallanzani di Roma>>.

 


Tribunale di Milano:

"Spetta al paziente provare l'errore del medico"

Così una sentenza dello scorso luglio riguardante il Policlinico di Milano per un caso di paralisi di corde vocali. Nel dispositivo, richiamando la legge Balduzzi, viene qualificata la responsabilità del medico ospedaliero come 'extracontrattuale da fatto illecito' e non 'contrattuale'. Per fare causa al sanitario ci saranno cinque anni di tempo e non più dieci.

13 OTT - Cambia la giurisprudenza in materia di malpractice sanitaria. Una sentenza dello scorso luglio del Tribunale di Milano, riguardante un caso di paralisi di corde vocali avvenuto nel 2008 al Policlinico di Milano e risarcito con 44mila euro, ha stabilito che ricade sul paziente l’onere di provare la colpa del medico, e che per agire in giudizio ci sono cinque anni di tempo e non più dieci. E' questa per i giudici la conseguenza della legge Balduzzi che qualifica la responsabilità del medico ospedaliero come 'extracontrattuale' da fatto illecito (ex art. 2043 c.c.) sancendo, dunque, che l’obbligazione risarcitoria del medico possa scaturire solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano (che il danneggiato ha l’onere di provare). Viene quindi meno sia la responsabilità contrattuale (articolo 1.128) del camice bianco, che si basava sulla teoria del 'contatto sociale', che quella dell’ospedale basata sull’idea di contratto obbligatorio atipico di 'assistenza sanitaria' perfezionabile già con la sola accettazione del malato in ospedale.

"Tale inquadramento della responsabilità medica e il conseguente regime applicabile, unito all’evoluzione che nel corso degli anni si è avuta in tema di danni non patrimoniali risarcibili e all’accresciuta entità dei risarcimenti liquidati - si legge nella sentenza - ha indubitabilmente comportato un aumento dei casi in cui è stato possibile ravvisare una responsabilità civile del medico ospedaliero (chiamato direttamente a risarcire il danno sulla base del solo 'contatto' con il paziente se non riesce a provare di essere esente da responsabilità ex art. 1218 c.c.), una maggiore esposizione di tale categoria professionale al rischio di dover risarcire danni anche ingenti (con proporzionale aumento dei premi assicurativi) ed ha involontariamente finito per contribuire all’esplosione del fenomeno della 'medicina difensiva' come reazione al proliferare delle azioni di responsabilità promosse contro i medici".

Esattamente quei problemi che l'ex ministro della Salute, Renato Balduzzi, aveva provato a risolvere con il suo decreto legge. "Compito dell’interprete - si legge infatti nella sentenza - non è quello di svuotare di significato la previsione normativa, bensì di attribuire alla norma il senso che può avere in base al suo tenore letterale e all’intenzione del legislatore. Nell’art.3 comma 1 della legge Balduzzi il Parlamento Italiano, in sede di conversione del decreto e per perseguire le suddette finalità, ha voluto indubbiamente limitare la responsabilità degli esercenti una professione sanitaria ed alleggerire la loro posizione processuale anche attraverso il richiamo all’art. 2043 c.c.".

"Sembra dunque corretto - conclude il dispositivo - interpretare la norma nel senso che il legislatore ha inteso fornire all’interprete una precisa indicazione nel senso che, al di fuori dei casi in cui il paziente sia legato al professionista da un rapporto contrattuale, il criterio attributivo della responsabilità civile al medico (e agli altri esercenti una professione sanitaria) va individuato in quello della responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c., con tutto ciò che ne consegue sia in tema di riparto dell’onere della prova, sia di termine di prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento del danno".

 


Una recente ricerca Censis-Unipol ha evidenziato come nell’ultimo anno la spesa sanitaria privata si è ridotta per unità pro-capite da 491 a 458 euro all’anno.In termini monetari questo calo si traduce in  6,9 milioni di prestazioni mediche private a cui le famiglie italiane hanno rinunciato, nonostante, ricordiamolo, il servizio sanitario nazionale sia sovvenzionato con le tasse dei cittadini.

 

Legge 104In questo preoccupante contesto anche il welfare familiare comincia a mostrare segni di cedimento e l’assistenza ai familiari in difficoltà diventa sempre più una questione tra parenti.

Fatta questa dovuta premessa, va da sé l’importanza sempre crescente della Legge 104 che, seppure ormai dovrebbe essere assodata e riconosciuta, si scontra invece ancora ricorsi e difficoltà di applicazione.

L’ultima vicenda in ordine di tempo si registra a Lecce, dove l’Asl è stata condannata dal giudice del lavoro per non aver concesso i giorni di permesso ad un dipendente. Si tratta di un medico in servizio presso la “Cittadella della Salute” del Distretto S.S. di Lecce, al quale il Direttore dell’U.O. ha negato più volte, “per esigenze di servizio”, la concessione dei permessi L.104/92.

Il giudice del lavoro invece ha ricordato che il diritto ad usufruire dei benefici concessi dalla Legge 104/92 non è subordinato a valutazioni discrezionali connesse all’organizzazione aziendale.

Legge 104. Ricordiamo Cos’è e Quando Richiederne L’Applicazione

La legge 104 e le sue successive modifiche – Legge 8 marzo 2000, n. 53, dal decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 e dalla Legge 4 novembre 2010, n. 183 – in sintesi riconoscono agevolazioni lavorative per i familiari che assistono persone con handicap e per gli stessi lavoratori con disabilità; tali agevolazioni si traducono in tre giorni di permesso mensile o, in alcuni casi, in due ore di permesso giornaliero.

La documentazione necessaria per accedere ai permessi lavorativi sono diverse in base al richiedente che può essere un genitore, un familiare o lo stesso dipendente affetto da handicap grave.

Tutte le informazioni necessarie in questo senso si possono trovare sul sito dell’INPS, l’ente che attualmente si occupa della ricezione delle domande per il riconoscimento dello stato di invalidità sulla base di un certificato medico.

La domanda può essere inoltrata solo in via telematica e per ogni domanda inoltrata, il sistema informatico genera una ricevuta con il protocollo della domanda.

 


SETTEMBRE  2014

 

Spending review in sanità: la differenza tra "taglio" e "riduzione degli sprechi"...

di Davide Integlia  da Il sole 24 ore

Le voci insistenti di un nuovo consistente taglio al Fondo Sanitario Nazionale hanno messo in allerta in primis i governatori delle Regioni, e poi tutti gli altri stakeholder del Ssn. Il dibattito in queste ore ruota attorno a che tipo di tagli il governo abbia pensato.

Il Governo comunica che vuole evitare i tagli così come gli sprechi, i Governatori insistono che sono tagli, ossia riduzioni di budget per i servizi. Anche se poste come due posizioni differenti, da un punto di vista contabile "taglio" e "riduzione di sprechi" potrebbero non avere alcuna distinzione, finendo addirittura per essere un ridicolo gioco di parole per dire la stessa cosa, ossia ridurre l'erogazione di risorse per i servizi.

Ma da un punto di vista gestionale la distinzione c'è, e chi gestisce i servizi può rendere una riduzione di risorse una mera diminuzione di servizi sanitari e di assistenza, o può ridurre gli sprechi.

Quest'ultima operazione non certo è facile, necessita di una reingegnerizzazione dei processi organizzativi in capo alla Regione e di nuove procedure per l'erogazione dei servizi nelle singole Asl, e a cascata in tutte le strutture sanitarie e di assistenza i cui servizi sono rimborsati dal Ssn. Se è vero che la legislazione italiana e le condizioni generali lasciano pochi margini di manovra nella riorganizzazione dei servizi (tempestività del Ssn a rimborsare i servizi delle strutture, capacità di ricollocare il personale sanitario, flessibilità dei vincoli finanziari) è pur vero che le Regioni possono impegnarsi in alcune operazioni di controllo e valutazione delle performance che permetterebbero di allocare le risorse in maniera molto più efficiente, e dunque evitare gli sprechi (valutazione degli impatti clinici ed economici della tecnologia sanitaria utilizzata, digitalizzazione, controllo di gestione efficace in capo alla regione, monitoraggio della aderenza dei pazienti ai trattamenti al fine di ridurre l'eccessivo ricorso a servizi sanitari, incrementare la domiciliarizzazione delle cure evitando sovraffollamento nelle strutture sanitarie e riducendo in questo modo i costi, e tante altre operazioni).

Rimane comunque il punto che le Regioni non possono agire da sole. Servono input chiari da parte dello Stato e anche un maggiore coordinamento tra Regioni e livello centrale. Per questo è più che opportuno realizzare una vera e propria centrale acquisti nazionale, così come si sta ipotizzando, con un sistema chiaro di valutazione costo-efficacia delle forniture che non comprometta ma addirittura rafforzi la capacità di interlocuzione tra Stato e Regioni in un confronto diretto, dati alla mano, dell'opportunità di scegliere determinate forniture rispetto ad altre, e con una sempre maggiore capacità di condivisione delle best practice sia nelle procedure di valutazione, che nelle scelte delle migliori forniture.

Questo tipo di intervento è dunque condivisibile, e risponderebbe a una logica vera di riduzione delle inefficienze, mentre l'aumento del ticket (altra ipotesi che circola in questi giorni) non appare condivisibile, perchè renderebbe la riduzione delle risorse in sanità un taglio indiscriminato che si trasferisce direttamente ai pazienti e non influisce di fatto sul processo di individuazione e riduzione degli sprechi del Ssn


Pubblicata la legge di conversione del decreto

di riforma della PA

pubblicato il 20/08/2014 - 10:03, in Osservatorio Spending Review

E' stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, recante misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari. (14G00129)  (GU Serie Generale n.190 del 18-8-2014 - Suppl. Ordinario n. 70).

Il provvedimento è entrato in vigore il 19/08/2014.

 


 

(11 settembre 2014) Epatite A e frutti di bosco: nuovo report Efsa

da "Epicentro" Portale Salute Pubblica

Alla luce dell’epidemia di Epatite A collegata al consumo di frutti di bosco verificatasi, a partire dal gennaio 2013, in diversi Paesi europei, inclusa l’Italia, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), in collaborazione con il Centro per il controllo delle malattie europeo (Ecdc) e con gli stati membri coinvolti (Italia, Irlanda, Olanda, Polonia, Norvegia, Francia e Svezia e specialisti di tracciabilità dall’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio), ha condotto un esercizio di tracciabilità per identificare l’origine dei frutti di bosco contaminati dal virus dell’Epatite A (Hav) responsabili dell’epidemia. Il report sul lavoro di tracciabilità sintetizza le indagini epidemiologiche, virologiche, alimentari condotte nei Paesi coinvolti e identifica in totale 14 lotti di frutti di bosco misti e due relativi a prodotti di pasticceria contaminati dall’Hav in Italia, Francia e Norvegia. In Italia, dal 1 gennaio 2013 al 31 maggio 2014 sono stati notificati 1300 casi di Hav (che rispondono alla definizione di caso europea), con un calo progressivo del numero dei casi, solo dal marzo di quest’anno. Non è stata ancora identificata una sorgente che colleghi tutti i casi relativi all’epidemia europea. Le ipotesi emerse dal lavoro svolto riguardano delle partite di frutti di bosco surgelati di specifica importazione: il ribes rossi di produzione polacca e le more della Bulgaria. Come regola di prevenzione, oltre a quelle strettamente connesse all’igiene nella produzione agricola, si sottolinea l’importanza di far bollire i frutti di bosco per almeno due minuti prima di consumarli. Il ministero della Salute ha collaborato con una task force europea di esperti nel campo della sicurezza alimentare di Paesi quali: Italia Irlanda, Olanda, Polonia, Norvegia, Francia e Svezia e specialisti di tracciabilità dall’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio, oltre ad esperti di epidemie a trasmissione alimentare dell’Ecdc. Per ulteriori approfondimenti consulta la pagina dedicata sul sito del ministero della Salute


 

AGOSTO  2014

Ministero della Salute Ministero della Salute Ministero della Salute
DIPARTIMENTO DELLA SANITÀ PUBBLICA E DELL”INNOVAZIONE
DIREZIONE GENERALE DELLA PREVENZIONE
UFFICIO V –MALATTIE INFETTIVE E PROFILASSI INTERNAZIONALE

Lettera Circolare
OGGETTO:Segnalazione e gestione di eventuali casi sospetti di Malattia da Virus Ebola (MVE).

E' altamente improbabile, ma non impossibile, che persone infettate da virus Ebola in Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone possano arrivare in Italia e quindi sviluppare sintomi dopo il loro arrivo (il periodo di incubazione di Malattia da Virus Ebola (MVE) varia da 2 a 21 giorni).
Anche se ci sono stati diversi focolai di MVE, in passato, l'esportazione del virus, da un focolaio in un paese non endemico, è stata un evento eccezionalmente raro.
Tuttavia, nessun precedente focolaio si è così diffuso nelle aree che ha colpito, né è stato di così difficile gestione/controllo, come quello che attualmente colpisce l’Africa occidentale.
Pertanto, anche se la probabilità di casi importati nel nostro Paese è molto bassa, la capacità di risposta del sistema sanitario nazionale, nell’ipotesi del verificarsi di casi di MVE sul nostro territorio, è adeguata ad individuarli e confermarli, e ad isolarli, per interrompere la possibile trasmissione anche di questo agente patogeno altamente infettivo.
Di conseguenza, è importante richiamare gli operatori sanitari ad essere vigili nei confronti di coloro che hanno visitato le zone colpite dalla febbre emorragica virale e sviluppano una malattia non altrimenti spiegabile.
2
I pazienti devono ricevere rapidamente cure mediche e devono essere indagati i potenziali fattori di rischio di infezione e le modalità di un loro recente viaggio, considerando se:
- hanno recentemente visitato una delle aree affette
e
- manifestano i seguenti sintomi, soprattutto ad insorgenza improvvisa, entro 21 giorni dalla visita nelle zone colpite:
• febbre
• mal di testa
• mal di gola
• diarrea profusa e vomito (una caratteristica rilevante dell’attuale focolaio)
• malessere generale.
Febbre emorragica virale deve essere sospettata in soggetti con febbre [>38°C] o storia di febbre nelle ultime 24 ore:
- che hanno visitato una zona affetta da MVE entro 21 giorni
o
- che hanno curato o sono entrati in contatto con i fluidi corporei o campioni clinici di un soggetto (o di un animale), vivo o morto, malato o fortemente sospettato di avere la febbre emorragica virale.
In caso si sospetti febbre emorragica virale, non devono essere trascurate diagnosi alternative (come la malaria).
Azioni nell’eventualità di un possibile caso
Ai “soggetti residenti in/viaggiatori di ritorno da” aree affette, all’arrivo nel nostro Paese, sarà consegnato un foglio informativo nel quale sono invitati a rivolgersi al medico di fiducia o ai servizi sanitari, in caso manifestino determinati sintomi entro 21 giorni dal loro arrivo.
Se il medico consultato valuterà un paziente come sospetto caso di MVE, in base ai criteri clinici e ai criteri epidemiologici, si metterà in contatto con il reparto di malattie infettive di riferimento per la gestione del paziente.
I medici del reparto di malattie infettive interessato faranno una prima valutazione per escludere o confermare il sospetto di MVE. In questo secondo caso, contatteranno l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, per confrontarsi sulla diagnosi e per l’eventuale gestione del paziente e per il prelievo e l’invio di campioni biologici al laboratorio a più elevato livello di biosicurezza (BSL4), sempre presso l’INMI “L.Spallanzani”.
Si chiede ai medici dei reparti che gestiscono i casi sospetti di MVE, di segnalarli immediatamente al Ministero della Salute, all’indirizzo e-mail malinf@sanita.it (riportando: iniziali paziente, sesso, età, nazionalità, giorni dall’arrivo in Italia, paese dal quale è arrivato, sintomi e quadro clinico, eventuali patologie pregresse conosciute, dati esami clinici già disponibili al momento della segnalazione, nominativo e numero di telefono del medico cui sarà possibile rivolgersi per ulteriori contatti) e ai competenti Dipartimenti/Direzioni/Servizi, per il controllo delle malattie infettive, delle Aziende sanitarie locali e degli Assessorati alla Sanità delle Regioni e PP.AA..
Si prega di dare la massima diffusione alla presente nota agli operatori sanitari e, al contempo, si raccomanda che la gestione dei casi in parola sia condotta con la massima riservatezza professionale, per non procurare ingiustificato allarme, in attesa del referto di laboratorio dell’INMI “L.Spallanzani”.

                                                                                                      IL DIRETTORE DELL’UFFICIO V
*                                                                                                            F.to Maria Grazia POMPA

*                                            “firma autografa sostituita a mezzo stampa, ai sensi dell”art. 3, comma 2, del d. Lgs. N. 39/1993”

 

 


Immagine di una corsia di ospedale con medici e pazienti

E' stato approvato, su proposta del Ministro della salute Beatrice Lorenzin, in conferenza Stato Regioni del 5 agosto, il Regolamento recante "Definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all'assistenza ospedaliera".

Il regolamento è disciplinato dal decreto legge spending review del 2012 e fissa , tra l'altro, il numero minimo di posti letto delle strutture ospedaliere del SSN. Il ministro

Lorenzin esprime soddisfazione per l'intesa raggiunta con le regioni grazie ad un clima sereno e collaborativo che ha accompagnato l'iter di perfezionamento del Patto per la salute e del Regolamento. Il ministro ha fatto gli auguri di buon lavoro al presidente Chiamparino che rappresenta le regioni al tavolo della conferenza Stato Regioni.

Obiettivi

Con tale adozione si può finalmente avviare la fase applicativa del processo di riassetto strutturale e di qualificazione della rete assistenziale ospedaliera, ricordando che tale riassetto, insieme al rilancio degli interventi di prevenzione primaria e secondaria e al potenziamento delle cure primarie territoriali, costituisce una fondamentale linea programmatica di cui il SSN si è dotato per affrontare le sfide assistenziali dei prossimi anni poste dagli effetti delle tre transizioni – epidemiologica, demografica e sociale – che hanno modificato il quadro di riferimento sanitario negli ultimi decenni.

In questa logica, per promuovere la qualità dell’assistenza, la sicurezza delle cure, l’uso appropriato delle risorse, implementando forme alternative al ricovero ospedaliero, quando le stesse rispondano più efficacemente ai bisogni di una popolazione anziana e/o non autosufficiente, gli obiettivi di razionalizzazione devono riguardare prioritariamente quei servizi e quelle prestazioni che maggiormente incidono sulla qualità dell’assistenza sia in termini di efficacia che di efficienza. La  conseguente riduzione del tasso di occupazione dei posti letto, della durata della degenza media ed del tasso di ospedalizzazione, consentirà che gli attesi incrementi di produttività si possano tradurre in un netto miglioramento del S.S.N. nel suo complesso, nel rispetto delle risorse programmate.

Il raggiungimento di tali obiettivi richiede di costruire un sistema basato da un lato sull’integrazione tra i servizi ospedalieri, dall’altro con l’integrazione della rete ospedaliera con la rete dei servizi territoriali; l'obiettivo è quello di rendere più specifica la missione assistenziale affidata agli ospedali in modo da consentire a tutte le componenti di svolgere il proprio specifico e definito ruolo di “presa in carico”, garantendo i richiesti livelli di qualità degli interventi e rapportandosi con maggiore specificità ai contesti sociali in cui sono radicati.

In particolare il Regolamento assicura una uniformità per l'intero territorio nazionale nella definizione degli standard  delle strutture sanitarie dedicate all’assistenza ospedaliera.

Il Regolamento:  punti principali

  • adotta un criterio vincolante di programmazione ospedaliera indicando alle regioni il parametro della  dotazione dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del Servizio sanitario regionale, ad un livello non superiore a 3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti letto per mille abitanti per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie, da applicarsi  tenendo conto anche della mobilità sanitaria interregionale, attiva e passiva;
  • fissa criteri uniformi per la classificazione delle strutture ospedaliere in tre livelli a complessità crescente( presidi ospedalieri di base, con bacino di utenza compreso tra 80.000 e 150.000 abitanti;  presidi ospedalieri di I livello, con bacino di utenza compreso tra 150.000 e 300.000 abitanti;  presidi ospedalieri di II livello, con bacino di utenza compreso tra 600.000 e 1.200.000 abitanti), prevedendo, per le strutture ospedaliere private accreditate, un numero minimo di posti letto in grado di assicurare efficacia e sicurezza delle cure;
  • indica  omogenei  standard per singola disciplina fissando specifici parametri, da adottarsi  tenendo conto di eventuali specificità del territorio regionale, documentate sulla base di criteri epidemiologici e di accessibilità attraverso compensazioni tra discipline; 
  • fornisce oggettivi parametri di  riferimento in materia di rapporto tra volumi di attività (numero annuo di prestazioni) , esiti favorevoli/sfavorevoli  delle cure e numerosità delle strutture, anche sotto il profilo della qualità e del risk management, provvedendo altresì a promuovere  modalità di integrazione aziendale ed interaziendale tra le varie discipline secondo il modello dipartimentale e quello di intensità di cure;
  • fissa  standard generali di qualità , secondo il modello di Clinical Governance, per dare attuazione al cambiamento complessivo del sistema sanitario e fornire strumenti per lo sviluppo delle capacità organizzative necessarie a erogare un servizio di assistenza di qualità, sostenibile, responsabile (accountability), centrato sui bisogni della persona;
  • detta  specifiche e uniformi indicazioni  per la sicurezza degli impianti  e delle strutture;
  • fornisce ulteriori standard per le alte specialità; 
  • prevede che le regioni organizzino  la rete ospedaliera in reti specifiche in base al modello hub and spoke o  a equivalenti  altre forme di coordinamento e di integrazione professionale;
  • fornisce per la rete dell'emergenza urgenza nuove indicazioni programmatiche ed organizzative,  prevedendo anche specifiche  misure per assicurare la disponibilità di posti letto di ricovero nelle situazioni ordinarie e in quelle in cui sono prevedibili picchi di accesso;
  • fornisce indicazioni, in linea con quelle provenienti dall’Unione Europea, finalizzate a sollecitare specifici percorsi di integrazione terapeutici assistenzialiquali ad es. quelli relativi alla presa in carico multidisciplinare delle pazienti affette da neoplasia mammaria attraverso le unità mammarie interdisciplinari (breast unit), nonché di quelle di cui al documento di indirizzo nazionale avente ad oggetto la definizione di specifiche modalità organizzative ed assistenziali della rete dei centri  di senologia, elaborato dal gruppo di lavoro composto da rappresentanti del Ministero della salute, Regioni e PA ed esperti di Agenas e di società scientifiche.
  • fornisce indicazioni, in coerenza con gli atti di indirizzo dell’Unione Europea, affinchè presso i centri di oncologia sia assicurato adeguato sostegno psicologico ai pazienti e ai loro familiari, individuando specifici percorsi di accompagnamento a cura di personale specializzato.
  • indica alla regioni l’obiettivo di perseguire  operativamente l’integrazione dell’ospedale con la rete territoriale di riferimento, in relazione a: ammissione appropriata, dimissione pianificata e protetta e partecipazione ai percorsi assistenziali integrati, fornendo specifiche indicazioni relativamente alle strutture intermedie che possono essere di diretta interfaccia tra l’assistenza territoriale e quella ospedaliera con particolare riferimento ai cosiddetti Ospedali di Comunità.
  • detta parametri di  riferimento in materia di strutture per la chirurgia ambulatoriale, sotto il prioritario profilo della sicurezza dei pazienti.

Attuazione del Regolamento

Sul piano attuativo, il Regolamento prevede che le regioni provvedano, entro il 31 dicembre 2014, ad adottare un provvedimento generale di programmazione per fissare la propria  dotazione dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del Servizio sanitario regionale, ad un livello non superiore al parametro nazionale di  3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti letto per mille abitanti per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie, ed i relativi provvedimenti attuativi, garantendo il progressivo adeguamento agli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi indicati,  nel corso del triennio 2014-2016 e tenendo conto anche della mobilità sanitaria interregionale.

 


IN CALCE  E' POSSIBILE SCARICARE IL DOCUMENTO DEL MINISTERO DELLA SALUTE RELATIVO AI DATI SUL PERSONALE DEL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE NELL'ANNO 2011


 

Personale del Servizio sanitario nazionale, donne sempre più numerose

 (ultimi dati forniti dal Ministero della Salute: anno 2010)

Nel 2010 il personale dipendente del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è sempre più al femminile:  le 412.125 donne rappresentano il 63,8% del personale dipendente, e sono quindi quasi il doppio degli  uomini (36,2%). In aumento rispetto al 2009 soprattutto le donne medico, ma anche le infermiere.

Personale dipendente del SSN per genere, anno 2010

La prevalenza delle donne nel personale del SSN è uno degli aspetti evidenziati nella monografia “Personale delle ASL e degli Istituti di cura pubblici - Anno 2010”, a cura del Ministero della Salute, Direzione generale del sistema informativo e statistico sanitario, Ufficio di direzione statistica.  La pubblicazione presenta i dati al 2010 del personale dipendente delle Aziende Sanitarie Locali, delle Aziende ospedaliere e delle Aziende Ospedaliere integrate con l’Università.

Secondo quanto illustrato nel documento, nel 2010 il personale dipendente del SSN è pari a 646.236 unità, complessivamente per i ruoli sanitario, professionale, tecnico ed amministrativo. Rispetto al 2009 c’è una sostanziale stabilità (+0,02%).

Le donne dipendenti del SSN sono 412.125, in aumento (+1,1%) rispetto al 2009, mentre cala il numero degli uomini, che nel 2010 si attesta a 234.111 (-1,8%).

I medici e odontoiatri sono 107.448, di cui 39.660 donne (pari al 36,9%). Il numero delle donne medico ha registrato un aumento del 3,7% rispetto al 2009.

Il numero degli infermieri raggiunge le 263.803 unità, di cui 203.202 donne (pari al 77,0%). Il numero delle infermiere aumenta lievemente rispetto al 2009: +0,3%

Dal punto di vista della ripartizione geografica, se si considera il numero assoluto dei dipendenti del SSN, nel 2010 sono le Marche a registrare il maggior aumento nella dotazione di personale (+3,5%), seguite dalla Puglia (+3,0%). La Sicilia è la Regione in cui si registra il maggior calo di dipendenti (-6,8%), seguita dalla Campania.

Per un confronto più significativo, si può prendere in considerazione il numero dei dipendenti per 1.000 residenti (fonte dati popolazione: Istat). Per l’anno 2010, fanalino di coda è il Lazio, con 8,1 unità di personale dipendente del SSN per 1.000 residenti, mentre Bolzano ne registra più del doppio: 16,7 unità per 1.000 residenti.

 Per approfondimenti, è possibile consultare la monografia “Personale delle ASL e degli Istituti di cura pubblici - Anno 2010” (pdf, 1 Mb)- Ministero della Salute.


 

INFORMAZIONI  UTILI :

Il portale Trovanorme.Salute

 

                                                                                    

Il portale Trovanorme.salute è un valido canale per portare a conoscenza degli esperti del settore le norme vigenti e gli atti amministrativi in materia sanitaria dal 1948 ad oggi. Vi si può accedere dal sito del Ministero della Salute che lo ha predisposto e ne cura la manutenzione; il portale è strutturato in due sottosezioni, una riguarda la raccolta di norme, l’altra presenta tutti i concorsi aperti in ambito sanitario.

Nell’area dedicata alla normativa è possibile consultare le norme nazionali, regionali e comunitarie in materia sanitaria pubblicate in Gazzetta Ufficiale. L’aggiornamento dei vari provvedimenti è effettuato normalmente nell’arco di 15 giorni dalla pubblicazione delle fonti aggiornanti. Gran parte delle norme sono consultabili sia nel testo storico, sia nel testo vigente (cioè con tutte le modifiche intervenute nel tempo). Sono invece consultabili esclusivamente nella versione del testo originario alcuni atti normativi non numerati (ad esempio alcuni decreti ministeriali), le norme comunitarie e le norme regionali. Poiché alle Regioni non è fatto obbligo di pubblicare le leggi nella Gazzetta Ufficiale è raccomandabile di verificare sempre sui siti dei consigli regionali, più aggiornati, i testi delle leggi regionali.

                                                                               Grazia Bertiglia, DoRS - Elisa Valesio, Regione Piemonte


Che cosa contengono i prodotti del tabacco?

 

Il decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 184, che recepisce la direttiva 2001/37/CE, impone ai fabbricanti e agli importatori di prodotti del tabacco di presentare, annualmente, gli elenchi di tutti gli ingredienti utilizzati nella fabbricazione dei prodotti del tabacco con le loro quantità, suddivisi per marca e tipo.

A tale proposito il Ministero della Salute, ha promosso un progetto, affidato al Centro Nazionale per Sostanze Chimiche dell'Istituto superiore di sanità , per la creazione di una banca dati che soddisfi i requisiti del D. Lgs. 184/2003 e renda fruibili le informazioni raccolte, permettendo la memorizzazione dei dati e la costruzione di un sito web dedicato ( ingredientiprodottideltabacco.it )

Nella banca dati sono presenti le informazioni che i fabbricanti e gli importatori dei prodotti del tabacco comunicano, secondo la normativa comunitaria e nazionale, in ordine agli ingredienti utilizzati nella fabbricazione di tali prodotti con le relative quantità, suddivisi in base alla marca ed al tipo.

Il sito consente la navigazione nella banca dati relativamente ad informazioni che non rivestono carattere di segreto commerciale riferite agli anni 2010, 2011 e 2012.

 


immagine della bandiera europea

La Commissione europea ha avviato sin dal 2013 un processo di riflessione su una tematica complessa e trasversale come le questioni della sicurezza e salute del lavoro, coinvolgendo in tale iniziativa gli Stati membri, le parti sociali e gli stakeholders.

Dando seguito ad una consultazione pubblica, il collegio dei Commissari ha ufficialmente adottato lo scorso 6 giugno 2014 una comunicazione che disegna per il 2014-2020 un piano strategico di azione pluriennale, cooperazione e scambio di buone pratiche nel campo della salute e della sicurezza del lavoro.

L’atto della Commissione identifica le sfide salienti che l’UE fronteggerà negli anni futuri sul versante della tutela dei lavoratori delineando azioni di risposta e individuando i principali strumenti operativi (legislazione, risorse di bilancio, dialogo sociale, iniziative di comunicazione e informazione, sinergie operative) destinati a rendere operativo il programma pluriennale.

Sono 3 gli assi portanti che la Commissione individua:

  1. Migliorare gli sforzi legali degli Stati membri, stimolando le capacità operative di piccole imprese e microimprese nel varare efficaci ed efficienti politiche di prevenzione
  2. Migliorare la prevenzione delle malattie legate al lavoro in un’ottica di rilevanza dei rischi attuali, nuovi ed emergenti che si affacciano per via delle modifiche degli assetti organizzativi di lavoro nelle imprese
  3. Fronteggiare i mutamenti demografici con modulazioni degli assetti organizzativi e dei luoghi di lavoro, compresi gli orari, l’accessibilità dei luoghi di lavoro e gli interventi studiati per gli addetti di impresa anziani.

L’implementazione degli assi portanti passa attraverso obiettivi strategici:

  • revisione delle strategie statali, con sviluppo di basi dati per la raccolta dei quadri strategici nazionali;
  • processi di supporto tecnico e finanziario alle imprese, interscambio di buone pratiche nella catena committente - fornitore - acquirente per migliorare salute e sicurezza sul lavoro;
  • rafforzamento statale delle rilevazioni sulle risorse degli ispettorati del lavoro e dei controlli sui programmi di formazione e sui sistemi disciplinari connessi ai controlli pubblici ispettivi.
  • semplificazioni legislative con snellimenti amministrativi e miglioramenti nella procedura di valutazione dei rischi;
  • iniziative per affrontare l’invecchiamento delle risorse umane e i nuovi rischi;
  • miglioramento della raccolta dei dati statistici e sviluppo della base di informazioni;
  • coordinamento degli sforzi europei e internazionali, con varo di discipline più severe sulla salute e sicurezza del lavoro anche in sinergia con organismi internazionali di settore.

                                                                                                         dal sito del Ministero della Salute


 

Nel privato...

da La repubblica Economia e finanza

Lo spirito di squadra fa eccellenza: viaggio tra le oasi delle risorse umane.

Stefania Aoi

Milano «Attenzione verso i dipendenti, investimenti in formazione, salari adeguati, incentivi e bonus che premiano i migliori. Un’azienda che gestisce così le proprie risorse umane, fa crescere il proprio dipendente e ci guadagna in competitività». Alessio Tanganelli, è Country manager Italia del Top Employers Institute, un ente di certificazione con sede centrale in Olanda, che opera a livello globale e premia i “paradisi del lavoratore”, ovvero quelle realtà che consentono a operai, impiegati e manager di lavorare in serenità, di sentirsi parte di una squadra, di crescere e fare carriera e di avere persino tempo da dedicare alla famiglia. «In queste imprese si crea una sorta di ciclo virtuoso che porta vantaggi a tutti» afferma il manager. E anche se con la crisi le realtà che chiudono, licenziano e tagliano gli stipendi, occupano la scena e gli spazi sui media, le aziende «eccellenza» non sono state inghiottite dalla recessione, ci sono ancora. Anche nel nostro Paese, secondo Top Employers, che quest’anno sta per certificarne cinquantuno. Quasi tutte legate a grandi gruppi stranieri come la PepsiCo, Samsung, McDonald’s Italia. Rispetto ad altre nazioni, la nostra, in materia di risorse umane, ha dei punti di debolezza. Soprattutto per quel che riguarda le retribuzioni, il telelavoro, alcune politiche in tema di flessibilità, e la formazione. (…)

«Oggi i riflettori sono sempre accesi sulla perdita dei posti di lavoro, riforme, ristrutturazioni, accordi sindacali, che peraltro — proseguono dall’ente di certificazione — sono processi propri dello sviluppo economico delle imprese. Ma anche di questi tempi ci sono realtà che vanno in controtendenza e scommettono sulle persone, le fanno crescere, creano le condizioni più adeguate al loro sviluppo non solo professionale ma anche personale». E perché si crei una cultura aziendale è necessaria una fidelizzazione del dipendente che non può avvenire se si attua una politica “usa e getta”. «Al contrario — spiega il Country manager — si deve intervenire con una politica di crescita, che dia stimoli e nuove opportunità, che possano mantenere alta la motivazione degli individui ed il loro senso di appartenenza a un team». Un clima di stabilità favorisce senza dubbio il crearsi di quell’armonia tanto importante perché il dipendente renda al meglio. L’ambiente sereno è poi dato da tanti fattori. Non solo dagli incentivi ed eventuali bonus, ma anche dalla capacità di leadership dei dirigenti: «A volte anche un grazie al momento giusto fa la differenza, — conclude Tanganelli — può avere un impatto quasi inestimabile sul clima organizzativo e sui relativi risultati.


  Nel pubblico...                              

                              Benessere e produttività nelle Aziende Sanitarie

Giampaolo Marino
Agefor - Agenzia Formativa dell’Azienda Sanitaria Usl di Modena

Secondo un’indagine realizzata dalla Gallup Organization su 4 milioni di lavoratori americani lo scorso anno, il 65% dei dipendenti intervistati non si è sentito adeguatamente riconosciuto nel proprio lavoro.
Questa “sensazione” sarebbe costata all’economia statunitense qualcosa come 300 miliardi di dollari in perdita di produttività.
Le conclusioni della ricerca sembrano incoraggiare i manager delle aziende a intraprendere un percorso serio verso il benessere lavorativo, non foss’altro che per ragioni di tipo meramente economico.
Il risultato sorprendente per la banalità, se non fosse ignorato, è che 9 impiegati su 10 sostengono di essere più produttivi quando sono circondati da persone positive.
Fatte le debite proporzioni, le stesse conclusioni si possono trarre anche per i dipendenti della sanità.
Non a caso, come ci indicano le conclusioni della ricerca americana, il management delle aziende sanitarie che riesca a “capitalizzare” la soddisfazione e la fedeltà del proprio personale, raggiunge con più facilità degli elevati livelli di qualità dei servizi e, cosa non del tutto trascurabile per gli attuali bilanci sempre più in “rosso” della sanità, probabilmente anche dei più bassi livelli di costi e di spesa.
Quale tipo di qualità del servizio, d’altronde, potrà mai essere rilevata in una azienda sanitaria dove il burnout è diffuso tra gli infermieri e i medici?
Eppure, questo dato non viene inserito nel reporting dei controlli di gestione, nei rapporti finali delle certificazioni di qualità come anche nelle voci delle schede di valutazione sull’operato dei dirigenti della sanità.
Se non viene riportato, evidentemente, “non esiste”. Se non esiste, non ci si pone neanche il problema.
La sfida per la buona politica che persegue il miglioramento della sanità, dovrebbe, oggi, ripartire da qui, dal valore, oltre che etico e relazionale, anche strategicamente “economico” della gestione
delle risorse umane in sanità, invece, di prestarsi a delle demagogiche, quanto inutili e fine a se stesse, campagne denigratorie a senso unico, verso i servizi pubblici e chi vi lavora.
I dati e i numeri confermano l’importanza di questi fattori: chi ha un amico vicino sul posto di lavoro è, infatti, 7 volte più produttivo di chi non ce l’ha, mentre, coloro che vivono in un ambiente lavorativo caratterizzato dalla mancanza di un clima di benessere, al contrario, sono sempre meno produttivi: soltanto l’8% si farebbe coinvolgere nelle attività produttive, il 63% tirerebbe a campare e, il restante 29%, per chiudere in bellezza, sarebbe corresponsabile di una perdita della produttività aziendale.
Quindi, nonostante anche nella sanità, un personale meno motivato incida sicuramente sui risultati e sulla produttività, una strana forma di “miopia” spinge il management a non tenere conto dei costi di questa “non qualità”. Per loro è stato coniata una nuova parola, “l’alessitimia” organizzativa, una sorta di analfabetismo emotivo, una mancanza di qualità umana nelle relazioni lavorative. Il risultato di questa “non abitudine” da parte del management, a confrontarsi sulle cause della mancanza di benessere lavorativo nelle aziende sanitarie prima ancora che sui rimedi, rischia a sua volta, di alimentare distorsioni e forme di omertà, amplifica il gossip, crea condizioni per lo sviluppo di pregiudizi e l’avvio di pericolose spirali degenerative delle quali, burnout e mobbing, non ne sono che una, delle tante, conseguenze.
Per non parlare delle innumerevoli ripercussioni negative che possono andare dalla conflittualità sindacale, alle ore lavorative perse, all’assenteismo, al turnover e, per finire, agli infortuni e al verificarsi di episodi di malasanità.
L’obiettivo del management delle aziende sanitarie dovrebbe invece essere di migliorare il benessere lavorativo: valorizzare le capacità e i talenti, contribuire alla realizzazione personale, favorire la trasparenza della comunicazione interna ed esterna all’azienda. Lavorare stanca diceva il grande scrittore Cesare Pavese. Occupa la parte prevalente della giornata, spesso prosciuga le energie migliori. Quando poi il dirigente si rivela un incapace a gestire le persone, a motivarle, a valorizzarle, spesso, il posto di lavoro, da sogno diventa incubo e anche in sanità gli esempi non mancano. Lavorare in un contesto dove è un impegno il “work life balance plain”, la valorizzazione dell’autonomia e la ricerca di un equilibrio tra vita professionale e privata, è di certo un bell’andare. Parola magica “l’autonomia”, nel lavoro come nella vita. Se ami qualcuno, lascialo libero. Se tieni al tuo collaboratore, lascialo agire, ripetono in coro gli esperti di leadership. Le aziende e parliamo anche di quelle sanitarie, dovranno in futuro investire nei giovani talenti, dando loro autonomia e incoraggiandoli a prendere delle decisioni, assumersi responsabilità, promuovere iniziative. Si va imponendo un atteggiamento nuovo in certe realtà lavorative di successo, non più basato su burocrazia e controllo, ma su comunicazione trasparente, visione, incentivazione. Bisogna
recuperare la complicità con le persone, sviluppare una cultura capace di dare valore a ciò che le persone hanno dentro. L’amicizia e l’allegria saranno ingredienti essenziali nelle relazioni lavorative del domani. Leadership diffusa, la chiamano gli esperti: cioè senso di responsabilità condiviso fra tutti gli operatori. Molto potrebbe fare una buona formazione manageriale in sanità se solo uscisse da una certa banalità di contenuti e affrontasse i temi nei quali le scienze manageriali hanno fatto più progressi. Solo per fare qualche esempio: leadership riflessiva, etica, strategia e comportamenti, benessere organizzativo. Promuovere una cultura della gestione delle risorse umane nelle Aziende Sanitarie e Ospedaliere improntata al benessere organizzativo è una linfa che dovrebbe scorrere nei vasi di tutta l’organizzazione sanitaria e, tutti, da chi opera in corsia o allo sportello, fino al direttore generale, dovrebbero coglierne il valore strategico e tradurlo nella pratica quotidiana.

 



GIUGNO  2014

Danimarca: arrivano le 'cliniche dello stress'

stress
 

Nell'ambito di un programma incentrato sui problemi legati alla salute mentale il comune di Copenaghen sta pensando di aprire le 'cliniche dello stress', ovvero strutture  sanitarie in cui personale specializzato aiuterà a guarire tutti i soggetti stressati e colpiti da disturbi correlati allo stress, come ansia e attacchi di panico.
Secondo quanto riporta il quotidiano Copenaghen Post il progetto, promosso dal vice sindaco con la delega alla sanità, Ninna Thomsen, vorrebbe mettere insieme fondi da impiegare nel budget del 2015, visto che il governo ha annunciato che intende spendere almeno 1.6 miliardi di corone per ammodernare e irrobustire i servizi di igiene mentale.
Thomsen ha evidenziato la scarsa attenzione che le autorità hanno sempre accordato ai problemi della salute mentale, ''mentre sappiamo che molti cittadini sono afflitti da livelli di stress molto alti e secondo alcune statistiche un danese su tre ha problemi psicologici''. Finora non c'erano strutture che potessero prendersi cura in tempi adeguati di queste persone, ''con la nuova clinica dello stress finalmente potremo dare delle risposte a questi pazienti''.

 


ECOLOGIA  E BENESSERE: DALL'IMPEGNO INDIVIDUALE ...

L'ecologia è lo studio scientifico del rapporto tra organismi viventi e ambiente circostante e delle relative conseguenze sull'equilibrio degli ecosistemi. Il termine ecologia deriva dal greco oikos (casa) e logos (discorso). E' stato coniato nel 1866 dal biologo tedesco E. Haeckel. Nel corso degli anni l'ecologia ha assunto una crescente importanza nelle discipline scientifiche, come risposta della società ai problemi ambientali, all'inquinamento industriale ma, soprattutto, come chiave di lettura di uno stare in sintonia con il mondo circostante che ci vede direttamente artefici, come singole persone e/o come comunità sociali, del proprio e dell'altrui benessere.

 

Mettere d’accordo l’interesse per la propria salute e quello per l’ambiente, coniugare il benessere personale e l’ecologia. Vivere insomma secondo delle regole che possono di gran lunga migliorare la qualità della nostra vita. Impossibile? Assolutamente no. Si tratta solo di accettare alcuni cambiamenti alle nostre abitudini quotidiane, con poco sforzo e ottimi risultati. I preziosi consigli pratici da seguire per giungere a questo impensato miglioramento sono contenuti in un piccolo manuale dal titolo “L’ecologia ogni giorno”, scritto a quattro mani dal giornalista greco Stavros Yfantis e dall’addetto stampa di Legambiente, Stefano Generali e vivacemente illustrato dal disegnatore Bruno D’Alfonzo.
Se è vero che industrie e multinazionali incidono pesantemente sul degrado ambientale e sul peggioramento della qualità di vita, non si è forse però riflettuto su quanto incidano anche le nostre cattive abitudini quotidiane. Gli sprechi di acqua e di energia, un uso sbagliato dell’automobile, il nostro modo di comportarci al lavoro, in casa e nelle pulizie domestiche…sono tante le situazioni nelle quali un comportamento più attento potrebbe avere ottime ripercussioni sull’ambiente che ci circonda e sulla nostra salute. Piccoli accorgimenti, semplici trucchi che vengono elencati, spiegati e illustrati in questa guida ai comportamenti “sostenibili” nella vita quotidiana.
Si parte già dai materiali con cui dovrebbero essere fatte le nostre abitazioni e dall’impianto elettrico. La casa, dove trascorriamo un terzo della nostra vita, si può paragonare ad un organismo vivente, le sue mura dovrebbero poter respirare, trattenere calore d’inverno e disperderlo d’estate e i materiali con cui è costruita dovrebbero essere il più possibile naturali. Una casa sana è uno degli elementi essenziali per la nostra salute. A questo proposito la Comunità europea ha messo in atto uno studio in base al quale sarà possibile certificare la qualità dei prodotti: l’ecolabel sarà il primo passo per promuovere prodotti attenti all’ambiente e alla salute delle persone.
Anche la pulizia della casa rischia di essere, se non si usano i prodotti giusti, una vera e propria guerra chimica in piccolo. Al di là delle conseguenze tossiche sulla nostra salute è ormai infatti dimostrato che proprio i detersivi contribuiscono in maniera determinante all’inquinamento dei laghi, dei fiumi e dei mari.
È pur vero che negli ultimi anni la drastica riduzione dei fosfati e le norme sulla biodegradabilità dei prodotti hanno un po’ migliorato le cose, ma ancora molto c’è, e si può, fare.
A differenza del sapone naturale i detersivi sono prodotti con sostanze derivanti dal petrolio. Con questi di solito lo sporco non si decompone, ma assume una consistenza lattiginosa e viene così trasportato dalle fognature ai laghi, ai fiumi e infine nel mare. Tra tutti gli effetti sull’ambiente basta ricordare quello più conosciuto di eutrofizzazione, dovuto ai fosfati in particolare, che causa una crescita incontrollata delle alghe che consumano l’ossigeno, con la conseguente morte per asfissia di molti organismi acquatici.
A questi danni per l’ambiente si aggiungono le numerose allergie e irritazioni cutanee non solo di chi fa uso di questi detersivi, ma anche di chi li produce.
Che fare allora? È molto facile in realtà sostituire i detersivi chimici con detersivi che si possono preparare in casa. I fiocchi di sapone di olio d’oliva diluiti in acqua possono essere usati, per esempio, per pulire piatti, pavimenti e panni e per le macchie più difficili basterà aggiungere un po’ di aceto. Per vetri, specchi, mattonelle si può invece utilizzare una miscela composta da 1/2 bicchiere di aceto, 1/4 di bicarbonato diluiti in acqua calda. Così per la pulizia dei tappeti è sufficiente usare del bicarbonato. Molti ancora sono i suggerimenti per una pulizia della casa ecologica e non tossica, elencati nella guida. Se non si vuole comunque rinunciare al pratico detersivo cerchiamo quanto meno di evitare quelli che contengono sali fosfati, preferiamo i detersivi che contengono grandi quantità di sapone, evitiamo i prodotti che contengono cloro e i suoi derivati (come la candeggina) sostituendoli con altri composti di sostanze contenenti ossigeno e infine preferiamo i detersivi prodotti con sostanze di origine vegetale cioè biodegradabili.
Per il capitolo rifiuti, con la raccolta differenziata si sono fatti negli ultimi anni dei passi avanti. Il raccogliere differentemente i rifiuti distinguendo tra quelli organici e inorganici ne permette infatti il riciclaggio. Riciclare, per esempio, una bottiglia di vetro consente di risparmiare una quantità di energia equivalente a quella consumata durante il funzionamento di una lampadina da 100 watt per un’ora. Così come la produzione di una tonnellata di carta riciclata salva 17 alberi, produce il 74 per cento in meno di inquinamento atmosferico e il 35 per cento di inquinamento delle acque, permette un risparmio energetico dell’ordine del 50 per cento, riduce drasticamente il volume dei rifiuti delle discariche e, infine, crea occupazione.Una grande percentuale di energia prodotta è impiegata per usi civili (riscaldamento, illuminazione, elettrodomestici). Per ogni kilowatt di energia consumata, ricorda la guida, 1 kgr di anidride carbonica si libera nell’atmosfera. Risparmiare energia diventa quindi non solo un fatto economico, ma anche un elemento determinante per la salvaguardia dell’ambiente. Qualche consiglio per risparmiare sui consumi? Verificare attraverso il contratto di allacciamento alla rete elettrica che la potenza richiesta sia proporzionata alle reali necessità in termini di consumi, procedere alla sostituzione degli elettrodomestici vecchi (quelli nuovi consumano dal 20 al 50 per cento in meno di energia elettrica), controllare la presenza di sostanze tossiche come il freon, un gas usato di frequente nei frigoriferi e negli impianti di condizionamento dell’aria.
Lo spreco più stupido è rappresentato poi dalla dispersione di energia elettrica dalle apparecchiature in stand by: circa il 10 per cento dell’energia consumata in una casa, infatti, è dovuto agli apparecchi in stand by, un videoregistratore in pausa, per esempio, nel giro di un anno consuma energia in media 19 volte in più rispetto a quando è in funzione. Eppure sarebbe così semplice spegnere l’apparecchio dall’interruttore e non dal telecomando o staccare la spina quando non ci serve più!
Anche per quanto riguarda l’illuminazione sono tanti gli accorgimenti che si potrebbero seguire per salvare l’ambiente e il nostro portafoglio. Le lampadine a risparmio energetico, per esempio, consumano 4/5 volte energia in meno e hanno una durata di circa 15 volte maggiore rispetto a quelle comuni. Se una comune lampada viene sostituita con una a risparmio energetico, poi, si risparmiano circa 56 euro e si evita l’emissione di 800 kgr di anidride carbonica nell’atmosfera.
Nell’arco di un secolo il consumo di acqua è aumentato di quasi dieci volte rispetto al passato, mentre le risorse idriche sono sempre le stesse. Oggi utilizziamo l’acqua senza tenere conto della sua crescente scarsità e senza riflettere sul fatto che un miliardo di persone al mondo non ha acqua potabile e almeno due miliardi non hanno un rifornimento adeguato. Oggi nei Paesi europei il consumo giornaliero pro capite supera i 150 litri. Riducendo il consumo di solo 50 litri nel giro di un anno verrebbero risparmiate circa 18 tonnellate di acqua. Come fare? È sufficiente cambiare alcune abitudini: non trascurare le perdite dell’impianto idraulico (la perdita di 10 gocce al minuto equivale a più di 2 tonnellate di acqua sprecate nel giro di un anno), non fare scorrere l’acqua mentre ci si fa la barba o si lavano i denti. Un’ottima soluzione è quella di installare nel rubinetto un areatore: si tratta di un meccanismo che vaporizza l’acqua riducendone la portata senza diminuirne la pressione.

da " Le due città"

Qualche accorgimento in più. Stella MccartneyVestiti con vestiti sostenibili!

Molte case di moda stanno lanciando vestiti prodotti con materiali che derivano da una filiera controllata o da materiale riciclato. È diventato di /moda/, ma aiuta anche l’ambiente… vestirsi con materiali ecologici e riciclare materiali e abiti. Anche gli stilisti cercano nel loro "piccolo" di fare qualcosa per aiutare l’ambiente. *StellaMcCartney (Green me * http://www.stellamccartney.eu/en/stellas-world/green-me ) è una delle creatrici di moda più impegnate per la questione ambientale ed ha portato la sua filosofia di vita green anche in azienda. Per cui bando alle pelli animali (di forte impatto il suo video contro l'utilizzo della pelle animale nel mondo della moda!)utilizzo solo di materiali che derivano da filiera controllata, creazione di un’azienda sostenibile e utilizzo solo di energia rinnovabile per la produzione. Il suo motto è "*qualcosa è sempre meglio di niente*".

Ecco altri esempi: *Vivienne Westwood,* con il progetto *ThisisnotCharittyThisiswok* ha realizzato una collezione di borse di alta moda a Nairobi, con materiali riciclati, assumendo donne del luogo con regolare paga. Inoltre ha creato un vestito di cotone biologico la cui vendita finanzia le tribù delle foreste del Bangladesh. Nel 2011 l’azienda *Timberland* ha vinto il *Ruban D’Honneur all’European Business Award* per aver abbattuto le emissioni del processo produttivo e produce inoltre una linea di scarpe con suole in gomma riciclata e pellami a trattamento vegetale.

Una "brutta" curiosità: i *jeans*, trattati con il metodo della sabbiatura, sono nocivi per i lavoratori che li trattano poiché la sabbia è sparata ad alta pressione contro i vestiti e quindi dispersa nell’ambiente, venendo così inalata dai lavoratori e provocando la loro morte. Perciò questa pratica è stata vietata da molti produttori. E allora, oltre a vestirsi sostenibile, la cosa più importante per esserlo davvero, è quella di garantire condizioni lavorative decorose a chi produce i capi che indossiamo.

EcolabelEcolabelI  "fiore europeo". Cerca questo logo che vedi a lato, quando

fai acquisti di qualsiasi genere, dagli alimenti fino agli apparecchi elettrici. 

http://ec.europa.eu/environment/ecolabel/index_en.htm .

Il logo a forma di fiore  dell’*Ecolabel* europeo significa che il prodotto ha un elevato valore ambientale (rispetta l'ambiente dalla  produzione allo smaltimento) e anche che contiene minori sostanze nocive.

 

 

 

...  ALL'IMPEGNO SOCIALE


Architetture per guarire. Ecologia, luce, tecnologia: un altro ospedale è possibile

Non più lo spazio biancoe nemmeno padiglioni grigi e corridoi infiniti. I nuovi ospedali sono architetture per la salute. Dovrebbero esserlo: il buon design fa bene. Molta luce, hall accoglienti, stanze singole, verde attorno. Più simili ad alberghi, più integrati nel territorio, più vivi. L' edilizia sanitaria sta cambiando, è dialogante: progettisti e personale medico insieme per costruire luoghi a misura di paziente. Cittadinanza, comfort, tecnologia, umanità. Negli Stati Uniti e in Nord Europa sono ormai molte le costruzioni per la cura diventati sistemi di eccellenza. Il più recente è il CircleBath, un ospedale inglese firmato dallo studio Foster + Partners. Tre piani, design compatto, atrio centrale arioso, vetrate, 28 stanze di degenza. Reception, caffetteria, colori caldi, sale operatoriee di risveglio che affacciano sul verde. Minime le divisione tra reparti, per alleggerire ai pazienti la tensione per consulti e trattamenti ma anche per ridurre le distanze per il personale. Spazi intelligenti, dolci. Un orizzonte ancora lontano dal nostro, nonostante alcuni esempi di pregio, nonostante dieci anni fa le linee guida dell' ospedale modello di Renzo Piano. Un meta-progetto che suggeriva non solo consigli d' estetica, ma dava precise indicazioni su come realizzare strutture centrate sul malato, sull' umanizzazione degli ambienti medici e sulla loro efficienza organizzativa. Il paradigma recitava: quattro piani, 40 sale operatorie, 400 letti in stanze singole da 25 metri quadrati con divano letto per i familiari, molto sole e cielo che entra dentro a bellezza naturale. Ergonomia del tutto: dell' acustica, delle luci anche artificiali, dei materiali, delle tonalità e degli arredi. L' ospedale come un microcosmo cittadino, con piazza, ristorante, bar, biblioteca, negozi, luogo di culto. Degenze low care per pochi giorni di assistenza, dunque più economiche. Flessibilità costruttiva. L' ospedale pediatrico Meyer di Firenze rimane un vanto nel panorama italiano. Il progetto è dello studio Cspe di Firenze, impegnato da anni in opere di edilizia pubblica. Luce e colore, spazi aperti, 5mila metri quadri di giardino, il verde anche dentro. Come una casa, ma del futuro. Primo ospedale bioclimatico in Italia, emissioni di CO2 ridotte del 45 per cento grazie a una serra fotovoltaica. Sostenibile, conveniente, tecnologico, ma con un' intimità domestica. «Molta letteratura scientifica sostiene l' importanza fondamentale dell' ambiente rispetto al benessere del paziente» ricorda il direttore sanitario Monica Frassineti. «Nella nostra struttura ci sono piccoli accorgimenti: i corrimano sulle scale sono ad altezza di bimbo e di adulto, i colori oltre ad essere decorativi sono elementi di orientamento peri pazienti». Romano Del Nord, ordinario di tecnologia dell' architettura alla facoltà di architettura di Firenze e direttore del Centro interuniversitario di ricerca Tesisi, sta lavorando a due studi paralleli. Il primo sviluppa il tema dell' umanizzazione dell' architettura sanitaria fornendo nuove linee guida alle Regioni per costruire o rinnovare complessi medici e il secondo si concentra sull' assistenza, formazione e la ricerca d' eccellenza. Un superamento del decalogo Piano verso l' ospedale del futuro. «Tecnologie per sfruttare energie pulite, riduzione delle condizioni di stress, progettare tenendo conto della multiculturalità e multirazzialità del nostro tempo». Per edificare luoghi vivibili, e non contenitori di ammalati: «Aumentare le superfici per la ricerca e la formazione, le zone di privacy e svago, il verde, il sole. Via le barriere tra il fuori e il dentro della cura. Far crescere la quota di arte e di architettura con valore sociale». La bellezza è terapeutica.

ALESSANDRA RETICO  da archivio  la Repubblica

 




MAGGIO  2014

Psicofarmaci, oltre 11 milioni di italiani li usano contro stress e depressione

Ad assumerli, in base a dati del 2011, soprattutto le donne, mentre gli uomini si rivolgono all’alcool. E' quanto emerge dallo studio Ipsad. Il consumo di tabacco, invece, cala

 
Psicofarmaci, oltre 11 milioni di italiani li usano contro stress e depressione
 
 

Ansiolitici, antidepressivi e tranquillanti utilizzati da milioni di italiani che, stressati e depressi, ricorrono agli psicofarmaci. Nel nel 2011 sono oltre undici milioni le persone che nel nostro Paese ne hanno fatto uso. In particolare, circa 5 milioni sono ricorse a tranquillanti e ansiolitici, ovvero il 12,8% della popolazione, e di questi più di 3 milioni sono donne. E’ quanto emerge dallo studio Ipsad (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs) condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr) di Pisa.

I sonniferi, secondo i dati relativi al 2011 e riportati nel libro ‘In dipendenza. 121 risposte sulle dipendenze in Italia’, sono stati utilizzati dal 10% della popolazione, ovvero 4 milioni di persone. Sono invece 2,2 milioni gli assuntori di antidepressivi, pari al 5,5% e, anche in questo caso, soprattutto donne. Se queste ultime trovano una soluzione negli psicofarmaci, gli uomini si rivolgono all’alcool. Nell’ultimo mese, quasi 1,5 milioni di italiani (5,4%) ha assunto sei o più bevande alcoliche in una sola occasione, e gli uomini sono quasi il triplo delle donne: 8,8% contro 2,9%.

Il consumo di tabacco, invece, è in diminuzione ma ancora diffuso: non rinuncia a fumare 31,4% della popolazione, 12,5 milioni. Per un vizio che retrocede ce n’è uno che avanza creando una vera e propria emergenza socio-sanitaria, il gioco d’azzardo. In Italia, quasi la metà (47%) della popolazione tra 15 e 64 anni ha giocato almeno una volta: se l’11% sono giocatori ‘a basso rischiò, il 4,3% è ‘a rischio moderatò mentre 250.000 quelli ‘problematicì.


 

Esperienze e strumenti per la promozione dell’attività fisica

nei luoghi di lavoro

Manuale  realizzato nell’ambito del Piano della Regione Piemonte di Prevenzione 2013, Scheda
di programma 2.9.2 “Promozione di stili di vita salutari nelle comunità di vita e di lavoro”

Tratto dalla  PREMESSA a cura di Giuseppe Parodi, Luisa Dettoni e Alessandra Suglia

L’ambiente di lavoro è un setting strategico per promuovere la salute, e nello specifico, attività fisica in età adulta.

Sul luogo di lavoro le persone trascorrono la maggior parte della loro giornata e si possono, cosi, piu facilmente raggiungere e coinvolgere, sia diffondendo informazioni e conoscenze sull’importanza di uno stile di vita salutare e attivo sia offrendo delle opportunità per praticare attivita fisica (spostamenti casa-lavoro attivi, uso delle scale, realizzazione, durante le pause, di esercizi di mobilita, gruppi di cammino,…). La promozione dell’attività fisica e un’azione che, tra l’altro, rientra appieno nella Workplace Health Promotion (WHP) che si prefigge di migliorare la sicurezza, la salute e il benessere nei luoghi di lavoro. Agire sulla popolazione adulta, sul miglioramento del suo stile di vita e del suo livello di efficienza fisica, vuol dire, anche, avere una futura popolazione anziana in condizioni di maggior benessere psico-fisico.

La letteratura scientifica definisce il problema della sedentarieta come una pandemia con importanti conseguenze per la salute, l’economia, l’ambiente, la societa”I che si correla al costante aumento delle malattie croniche non trasmissibili. Queste malattiehanno costi sanitari e sociali ormai enormi e la loro insorgenza, nonche il loro successivo sviluppo, risultano legati, in gran parte, a fattori di rischio modificabili tra i quali spicca proprio la carenza di attivita fisica nel nostro modo di vivere. Inoltre sia la sedentarietà che l’inattività fisica possono avere una serie di significativi riflessi sulla qualità della vita e sul benessere psico-fisico generale. I dati dicono che anche i professionisti sanitari rientrano tra i sedentari o tra chi non svolge “abbastanza” attivita fisica. L’attivita lavorativa - laddove prevalgano visite ambulatoriali, compilazione di cartelle cliniche, insegnamento universitario, conferenze,… - favorisce, come altri impieghi, questi comportamenti a rischio per la salute.

In Europa, si stima che piu del 35% delle persone resti seduta per piu di 7 ore al giorno. Anche in Italia, tra la popolazione adulta che lavora, la sedentarietà e un comportamento diffuso, determinato dai lunghi periodi trascorsi in piedi o seduti, durante la giornata. I lavoratori che dichiarano di avere invece uno stile di vita attivo sono una minoranza, rispetto a chi e attivo solo in parte.

È importante scegliere di muoversi regolarmente, tutte le volte che se ne ha l’opportunità. Camminare, andare in bicicletta, salire le scale sono alcuni modi spontanei per aumentare i livelli di attività fisica e contrastare la sedentarietà. Gli esperti precisano, tuttavia, che, per ottenere benefici sulla salute e sul benessere, occorre svolgere attività fisica in modo tale da migliorare l’efficienza cardiovascolare, la composizione corporea, la resistenza muscolare, la forza e la flessibilità.

Le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della salute (Oms) infatti dicono che una persona adulta, tenendo conto delle sue condizioni psicofisiche, dovrebbe svolgere settimanalmente:


almeno 150 minuti di attività fisica aerobica di moderata intensità, in sessioni di esercizio della durata di almeno 10 minuti per volta

oppure

almeno 75 minuti di attivita fisica aerobica vigorosa

oppure

combinazioni equivalenti di attività fisica moderata e vigorosa

(per es. 120 minuti di attivita moderata e 15 di attivita vigorosa)


per ottenere maggiori benefici, i tempi di cui sopra vanno raddoppiati fino a 300 minuti di attivita fisica aerobica di moderata intensità oppure 150 minuti di attivita fisica aerobica di intensità vigorosa


+


a cio si devono aggiungere esercizi per l’allenamento della forza muscolare,

coinvolgenti i principali gruppi di muscoli, 2 o più giorni alla settimana


APRILE  2014

 

ESISTONO  ANCHE  LORO...!

 

LA DIPENDENZA DAL LAVORO
Evoluzione della concezione sociale del lavoro

Monica Monaco

 

La concezione del lavoro e la sua collocazione all’interno della vita di una persona e delle sue abitudini quotidiane risentono del pensiero sociale sul lavoro, che si è trasformato radicalmente dal passato ad oggi.

Il lavoro, infatti, è stato per secoli ritenuto un’attività ignobile, da assegnare principalmente a schiavi e prigionieri mentre, solo le attività di coordinamento e supervisione, venivano esercitate dai rappresentanti delle classi sociali più elevate. In alcune culture, come in quella spagnola, la stessa etimologia della parola “trabajo” nasceva dal termine latino “tripalium”, con cui veniva designato uno strumento di tortura destinato agli schiavi che non producevano.

Nel 1700 il lavoro cominciò a diventare un’attività sempre più diffusa tra i rappresentanti di tutte le classi sociali e gradualmente si avvio un cambiamento nell’immaginario sociale rappresentando il lavoro come un’attività dignitosa e orientata al raggiungimento di un obiettivo, che può essere la realizzazione di un bene o la creazione di un servizio.

Le successive trasformazioni, osservate negli ultimi secoli, hanno visto divenire il lavoro, non solo un’attività necessaria per vivere, in quanto consente l’indipendenza economica, ma anche un mezzo di affermazione nel sociale, che assegna uno status e che riveste il valore di un rituale che contrassegna il vero passaggio all’età adulta.

In seguito a questi cambiamenti, è aumentato il peso dell’identità lavorativa sull’identità personale e ciò ha portato, negli ultimi anni, a dedicare al lavoro sempre maggiori spazi che, spinti all’eccesso, hanno generato ricadute negative sulla vita psico-sociale e sulla salute fisica. Il malessere sociale che nasce dall’eccessivo tempo riservato al lavoro è stato descritto, negli ultimi anni, nei termini di “burnout ”, di “sindrome da stress lavorativo ”, ma soprattutto di “lavoro-dipendenza ” o “work addiction ”.

Lavoro-dipendenza: le cause del piacere del sacrificio

Il cambiamento storico del pensiero sul lavoro oggi ha trasformato il lavoro, soprattutto nel mondo occidentale, in uno strumento essenziale sia per integrarsi ed essere apprezzati a livello sociale che per raggiungere l’indipendenza economica. Ciò ha portato a parlare, sempre più spesso recentemente, della “dipendenza dal lavoro”, che un tempo rappresentava una prerogativa maschile ma che oggi, forse in ragione dell’importanza che il lavoro ha sempre rivestito nella lotta sociale per il riconoscimento dei diritti delle donne, comincia ad estendersi anche a questo sesso.

Il workaholism, come è stata anche definita in America questa dipendenza, rifacendosi al termine inglese “alcoholism” con cui si designa la dipendenza da alcool, è un fenomeno moderno e tuttavia descrivibile, come spesso è stato fatto con altre tendenze della vita mentale, attraverso un’immagine mitologica. Riprendendo una leggenda dell’antica Grecia, in questo caso si può definire la lavoro-dipendenza come “sisifopatia”, termine che nasce dalla storia di Sisifo, re di Corinto, che pagò la sua grande avidità per la ricchezza, venendo condannato da Giove, per una delle sue malefatte, a riportare eternamente un enorme pietra in cima ad una montagna, dalla quale puntualmente il macigno ricadeva giù. Come altre delle cosiddette “nuove dipendenze”, come ad esempio lo shopping compulsivo o la teledipendenza, anche la lavoro-dipendenza rappresenta l’esaltazione di un’attività quotidiana diffusa. Essa, più precisamente, si configura come una dipendenza “senza uso di droghe”, legata ad un’attività lecita, condivisa e ormai estremamente apprezzata a livello sociale.

Una caratteristica estremamente singolare della dipendenza dal lavoro è che essa si instaura a partire da ricompense secondarie, ossia dal piacere indiretto prodotto dall’azione lavorativa protratta e ripetuta, un fattore che permette di comprendere come mai si riesca a diventare dipendenti da un’attività che raramente produce anche qualche ricompensa primaria o diretta . Il lavoro, infatti, non rappresenta un oggetto di appagamento immediato, ma rappresenta un’attività che richiede l’esecuzione di uno sforzo per ottenere una gratificazione economica o di qualunque un altro tipo. Questo consente due considerazioni. Innanzitutto, non tutti i lavoro-dipendenti sono masochisti, dal momento che questo modo di manifestare tendenze auto-punitive sembra piuttosto raro. La seconda implicazione della caratteristica principale della dipendenza dal lavoro è che questa forma di dipendenza è possibile nelle persone in cui si è sviluppato il cosiddetto “processo secondario”, ossia la capacità di rinunciare ad un piacere attuale in prospettiva di una ricompensa futura, un aspetto che fa indurre la presenza nei lavoro-dipendenti di una certa “maturità psicologica” rispetto alla gestione dei bisogni e delle mete, un aspetto che spesso manca o è carente in altri tipi di dipendenze.

Una porzione di piacere diretto e immediato , tuttavia, è spesso presente e rappresenta un fattore che consolida l’atteggiamento di completa dedizione al lavoro; esso è frequentemente rappresentato dalla “passione” per l’attività stessa, per un settore o per una disciplina, come accade a certi professionisti che spendono interamente il loro tempo libero in attività legate alla propria professione, come letture e aggiornamenti.

Ma è soprattutto un piacere indiretto che può trasformare anche un’attività che non è gratificante in un’abitudine stabile che può avere effetti, sia sulla vita di chi la perpetua che di chi gli sta intorno.

A questo proposito, lo studio del profilo psicodinamico dei dipendenti dal lavoro ha portato ad isolare le principali motivazioni che possono alimentare, anche intrecciandosi e combinandosi tra loro, una propensione al “lavoro no stop”. Come per altri tipi di comportamento, anche nella propensione all’eccesso di lavoro, si possono rintracciare quattro principali motivazioni al lavoro che, spinte all’estremo, permettono di disegnare il profilo di diversi lavoro-dipendenti:

  1. Lavoratore competitivo e orientato al potere
    E' caratterizzato da una propensione verso la supremazia e l’autoaffermazione. In questo caso, i fattori di stress che possono scaturire da un iper-lavoro sono ulteriormente caricati di inclinazioni a comportamenti conflittuali, che possono anche sfociare in atti immorali o di predominio sugli altri.
  2. Lavoratore iperambizioso e orientato al successo
    Il suo comportamento è volto a ottenere traguardi lavorativi sempre più elevati, come promozioni o riconoscimenti professionali. La propensione al successo nel lavoro si caratterizza per una tendenza a perseguire l’eccellenza, per la responsabilità e la perseveranza, elementi che spesso originano da un tentativo, più o meno consapevole, di adeguarsi a delle identificazioni con modelli genitoriali di estrema dedizione al lavoro e alle richieste implicite di perfezione trasmesse da questi ai propri figli.
  3. Lavoratore solo e orientato all’affiliazione
    Ben diversa dalla prime due tipologie è qusta categoria dei lavoro-dipendenti, per il quale il lavoro rappresenta un’opportunità unica per vivere le interazioni sociali divenute più saltuarie a causa degli impegni quotidiani. In questo caso le ore passate al lavoro, al prezzo anche di straordinari, rappresentano un modo per non ritrovarsi a vivere la solitudine o la mancanza di una famiglia.
  4. Lavoratore orientato all’evitamento
    Quest’ultimo tipo di motivazione al lavoro rappresenta un caso particolare ossia in colui che, buttandosi a capofitto nella propria attività, fugge da un problema centrale nella sua vita, che può essere di natura sentimentale, familiare o sociale.

L’importanza centrale del lavoro nella costruzione dell’identità ha portato anche a parlare di lavoro-dipendenti insicuri , in cui il lavoro, forse anche in seguito al retaggio di esperienze con genitori che tendevano a manifestare apprezzamento e amore solo in seguito a grandi successi, rappresenta un modo per cercare approvazione sociale al fine di aumentare un’autostima bassa o che è sempre stata abituata a nutrirsi di conferme e riconoscimenti solo per meriti come quelli lavorativi. Questo è quello che accade, ad esempio, ad individui che hanno avuto genitori propensi a lodare unicamente i profitti legati allo studio o al lavoro.

Infine, la ricerca delle cause psicologiche che possono dare origine o nutrire il fenomeno della dipendenza lavorativa ha portato a identificare anche la tipologia del lavoratore colpevolizzato che esterna le sue necessità di auto-punirsi attraverso una tendenza a lasciarsi sovraccaricare da “dosi massicce” di lavoro.

Questa classificazione di “tipi di lavoro-dipendenti” deve essere considerata nella consapevolezza che i comportamenti, quindi anche quelli problematici come la dipendenza lavorativa, spesso sono plurimotivati e tendono a soddisfare più bisogni interiori. Di conseguenza, è il gioco di intrecci tra più motivazioni e bisogni che spesso rappresenta il nodo da sciogliere per liberare dalle catene che possono obbligare ad una dipendenza la vita di una persona. L’idea che la dipendenza dal lavoro sia una catena o un limite, tuttavia, non deve far pensare che questo tipo di atteggiamento nei confronti dell’attività lavorativo-professionale sia sempre vissuta con disagio, in quanto spesso il disagio dell’eccesso lavorativo ricade su terze persone vicine o sulla salute fisica della persona che la vive. Un dipendente dal lavoro, inoltre, raramente riconosce di avere un problema da risolvere.

Le conseguenze dell'eccesso di lavoro

Anche nel caso della “work addiction”, come in altre dipendenze da attività svolte in misura diversa quotidianamente, esistono indicatori qualitativi, oltre che quantitativi, a cui fare riferimento per riconoscere il problema e differenziarlo da un periodo transitorio, nonché per individuare una fase acuta o una situazione cronica.

 

INDICATORI ACUTI DI LAVORODIPENDENZA

 

  • Compulsione lavorativa, manifestata con persistente e ripetuto abuso lavorativo con dedizione abituale superiore alle 8 ore quotidiane, spesso anche nei fine settimana o nei periodi di vacanza.
  • Tendenza a non assentarsi mai dal lavoro, né per necessità e raramente anche per malattia.
  • Crisi di astinenza, con sensazione di vuoto, angoscia o irritazione quando si è lontani dal lavoro, come accade nei periodi festivi.
  • Manifestazioni o vissuti di paura di perdere il lavoro.
  • Preoccupazioni ricorrenti riferite a temi lavorativi.
  • Pensieri e fantasie costanti su nuovi modi di risolvere dei problemi sul lavoro o di ottenere successi in tale campo.
  • Incapacità di staccare, con rarefazione degli svaghi e degli hobbies e tendenza ad occupare i week-end e i momenti liberi con l’aggiornamento o con letture e piccoli lavori. Spesso questo atteggiamento è accompagnato da disprezzo nell’osservare gli altri divertirsi e dedicarsi ad attività di svago abituali.
  • Incubi relativi a errori o insuccessi sul lavoro.

 

Quando una dipendenza dal lavoro si cronicizza è, inoltre, possibile osservare anche dei problemi che si sviluppano in fasi avanzate.

 

PROBLEMI CONNESSI ALLA LAVORODIPENDENZA CRONICA

 

  • Accentuata compulsione lavorativa, con “crisi di lavoro notturno o ininterrotto per giorni”.
  • Problemi relazionali cronici con colleghi, superiori o dipendenti.
  • Polidipendenza, che può essere caratterizzata dall’uso di farmaci stimolanti, di eccessive dosi di caffè per ridurre le ore di sonno, al fine di destinarne un maggior numero al lavoro o ancora dall’uso di alcool o altre sostanze anche illegali (frequente nella dipendenza dal successo).
  • Sindrome da Stress Lavorativo che può degenerare in disturbi psicologici e fisici più gravi (depressione, ansia, alcoolismo, disturbi cardiaci)
  • Burnout o Sindrome dell’Esaurimento Emotivo (soprattutto nelle dipendenze da professioni sociali).
  • Problemi familiari, legati a mancanza di comunicazione, ad atteggiamenti autoritari e ad un mancato ascolto delle continue richieste di essere maggiormente presente. Tali problemi dopo anni di lavoro-dipendenza possono essere anche una delle cause che conducono a separazioni e divorzi.
  • Isolamento sociale

 

 

La presenza di periodi nella vita in cui è necessario riservare maggiore spazio all’attività lavorativa non deve far pensare ad una dipendenza lavorativa, così come il semplice piacere nell’esercizio del proprio lavoro o l’ambizione al successo non sono da considerare, se presenti da soli, sintomi di questa problematica. Ciò che consente di parlare di dipendenza lavorativa è l’esclusività del lavoro, oltre che nella vita reale, soprattutto in quella mentale di una persona.

Ciò che contraddistingue psicologicamente un “workaholic” è la mancanza di volontà nel trovare momenti di stacco , la mancanza di segni di sofferenza nel sacrificio al lavoro e la conseguente presenza di un’idea del “vivere per lavorare” che, per una o più ragioni, ha sostituito quella del “lavorare per vivere”, ovvero del “fare anche altre attività oltre che lavorare”.

Nella dipendenza dal lavoro quello che manca è anche il semplice desiderio di fare qualcosa che per il momento non è possibile fare a causa degli impegni lavorativi.

Progressione della sindrome

I comportamenti descritti come sintomi acuti e cronici della “work addiction” consentono, a questo punto, di tracciare un quadro della progressione tipica del fenomeno.

Inizialmente, infatti, la dipendenza dall’attività lavorativa si instaura come un’abitudine all’eccesso di ore dedicate a lavorare. Nella seconda fase sintomatica, generalmente, si cominciano ad evidenziare spesso segni di burnout o della cosiddetta “sindrome da stress lavorativo”, un quadro clinico che può comportare diversi sintomi psichici o fisici, come ansia, vuoti di memoria, astenia, disturbi digestivi, cefalea, disturbi cardiaci, squilibri alimentari e altri ancora. Ma il lavoro-dipendente può continuare a non ascoltare i primi segni di disagio, attribuendoli a problemi fisici o a presunte predisposizioni ereditarie. Il quadro clinico può peggiorare fino all’infarto e all’instaurarsi di problemi di salute seri e cronici.

A questo proposito, in Giappone, è stato osservato un fenomeno medico definito “Karoshi”, che è stato collegato allo stress da lavoro; si tratta della tendenza di numerose persone, sottoposte a condizioni lavorative eccessive o nocive, a sviluppare patologie cerebrovascolari o cardiache gravi; alcune di esse sono decedute anche in modo inaspettato per problematiche di ischemiche o infartuarie.

La medicina giapponese ha riconosciuto nell’eccesso di lavoro la causa fondamentale dello stress che ha generato o aggravato le patologie in questione.

La mancanza delle ore di sonno necessarie per il benessere psicofisico sembra un fattore strettamente connesso all’eccesso lavorativo, che innesca profonde modificazioni nella chimica cerebrale e nel funzionamento della regolazione neurologica di tutte le funzioni vitali, un fattore che dovrebbe fare riflettere sull’assunzione di farmaci o altre sostanze volte a diminuire il sano bisogno di dormire, pur di terminare il proprio lavoro.

Il giusto posto al lavoro

La dipendenza dal lavoro oggi è ancora un fenomeno sottovalutato e poco riconosciuto nell’ambito del disagio psicologico e da ciò ne deriva che essa viene diagnosticata solo quando è associata ad altre problematiche psichiche o fisiche, uno stato di cose che al momento consente spesso una diagnosi in fase avanzata, magari in seguito ad infarti o ad altre gravi malattie, per le quali viene prescritto un assoluto riposo lavorativo. Ma i dipendenti dal lavoro sono attratti dalla loro attività anche in casa o in vacanza e difficilmente riescono ad ammettere di aver un problema che va affrontato seriamente per ridimensionare il loro rapporto con il lavoro.

Poiché spesso i primi a segnalare il disagio sono i familiari, una diagnosi precoce potrebbe iniziare anche nell’ambito del trattamento dei problemi familiari o di coppia, in cui la lavoro-dipendenza può giocare un ruolo negativo decisivo.

Affrontare questo tipo di problema significa ridimensionare i tempi e gli spazi da dedicare alla vita lavorativa, riscoprendo altre attività, spesso meno remunerative, talvolta altrettanto gratificanti, mediante le quali è possibile cominciare a prendersi nuove soddisfazioni e disegnare nuovi obiettivi con altrettanta creatività.

 



 

Barometro Edenred-Ipsos 2013 sul benessere e la motivazione dei lavoratori dipendenti in Europa

Monica Vinco

L'ottava edizione del Barometro Edenred-Ipsos sul benessere e la motivazione dei dipendenti in Europa riguarda la popolazione di lavoratori dipendenti di sei paesi: Italia, Belgio, Spagna, Francia, Italia e Regno Unito. Questa indagine on line è stata realizzata tra il 18 febbraio e il 15 marzo 2013, su un campione rappresentativo di 7.200 lavoratori dipendenti. Un'edizione che mette in luce tre tendenze principali: la forte preoccupazione dei lavoratori dipendenti per il posto di lavoro, la rivendicazione di una fedeltà "in mancanza di alternative" nei confronti del datore di lavoro e la capacità variabile dei modelli nazionali di alimentare la motivazione di fronte alla crisi.

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LA PREOCCUPAZIONE PER IL LAVORO SALE IN TUTTI I PAESI

Con un tasso di disoccupazione che nell'Unione europea oggi raggiunge il 10,9%, il Barometro Edenred-Ipsos 2013 rivela che, rispetto al 2012, i timori relativi al rischio di perdita del posto di lavoro sono aumentati. Oggi, il mantenimento del proprio posto di lavoro è la principale preoccupazione per il 44% dei lavoratori tedeschi (+10 punti rispetto al 2008) e il 50% di quelli italiani (+21 punti rispetto al 2008). Il 58% dei lavoratori francesi interpellati quest'anno pensa che sarebbe difficile trovare un'occupazione equivalente, in caso di disoccupazione. In Italia, il 70% risponde in modo simile.

Parallelamente, emergono aspettative consistenti sul potere d'acquisto, in particolare nell'Europa meridionale e in Francia. In questo paese, il 67% dei lavoratori dipendenti non si ritiene soddisfatto del proprio potere d'acquisto. In Italia, la percentuale sale al 73%. A questo proposito, i lavoratori del Nord Europa (Germania, Belgio, Regno Unito) sono decisamente meno critici: in Germania, solo il 33% dei lavoratori dipendenti non si ritiene soddisfatto del proprio potere d'acquisto.

I LAVORATORI DIPENDENTI EUROPEI RIVENDICANO UNA FEDELTÀ "IN MANCANZA DI ALTERNATIVE" E SI RITENGONO MENO SODDISFATTI DELLA PROPRIA SITUAZIONE PROFESSIONALE.

I risultati del 2013 rivelano che i lavoratori dipendenti europei manifestano una maggiore fedeltà alla propria azienda in un contesto economico difficile: la percentuale di coloro che non pensano di lasciare l'azienda in cui lavorano è pari al 58% in Francia e raggiunge il 60% in Germania e il 66% in Belgio.

Questa lealtà "in mancanza di alternative" da parte dei lavoratori dipendenti è accompagnata da un'insoddisfazione per la situazione professionale molto più elevata rispetto allo scorso anno. La mobilità, infatti, viene associata a un rischio: ad esempio, la percentuale di coloro che non si ritengono soddisfatti è pari al 27% in Germania (+2 punti rispetto al 2012) e al 45% in Spagna (+10 punti rispetto al 2012).

Ampiamente "fedeli", ma più insoddisfatti, gli europei che pensano di dedicare troppo tempo al lavoro aumentano notevolmente rispetto al 2012: il 29% dei lavoratori dipendenti in Germania (+7 punti rispetto al 2012), il 29% in Francia (-1 punto rispetto al 2012), il 29% in Belgio (+2 punti rispetto al 2012), il 37% nel Regno Unito (+2 punti rispetto al 2012), il 37% in Spagna (+2 punti rispetto al 2012) e il 35% in Italia (stabile rispetto al 2012).

LA CAPACITÀ DEI MODELLI NAZIONALI DI ALIMENTARE LA MOTIVAZIONE DEI LAVORATORI VARIA A SECONDA DEL PAESE

L'edizione 2013 del Barometro Edenred-Ipsos evidenzia una forte eterogeneità dei modelli nazionali.

In Francia, in Italia e in Spagna si osserva un forte squilibrio tra il sentimento di appartenenza dei lavoratori dipendenti e quello relativo al riconoscimento ricevuto. Solo il 43% dei dipendenti francesi, il 48% di quelli italiani e il 49% degli spagnoli si dichiarano soddisfatti del riconoscimento ricevuto a fronte del proprio impegno. Il potenziale di "frustrazione" è elevato e sembra raggiungere un livello massimo in Francia, dove solo il 23% dei lavoratori assegna alla propria qualità di vita sul posto di lavoro una valutazione da 8 a 10 (contro il 42% in Germania, il 40% nel Regno Unito, il 39% in Belgio, il 31% in Spagna e il 29% in Italia), mentre il 38% afferma che la propria motivazione è in calo (tasso record tra i sei paesi del barometro).
Le aspettative dei lavoratori dipendenti spagnoli, italiani e francesi nei confronti della propria azienda sono maggiori, in particolare rispetto alle politiche di gestione dei talenti (a tal proposito, il 45% dei dipendenti spagnoli giudica insufficienti le azioni del proprio datore di lavoro) o di trasmissione delle competenze (il 37% dei dipendenti italiani le considera insufficienti). Al contempo, il 55% dei dipendenti francesi considera insufficiente l'azione del proprio datore riguardo al benessere sul luogo di lavoro (contro il 31% in Germania, il 28% in Belgio, il 28% nel Regno Unito, il 31% in Spagna e il 34% in Italia).

In Germania e in Belgio, dove gli ambienti di lavoro sono più "contrattuali" con un relativo equilibrio tra impegno e aspettative, soprattutto in termini di riconoscimento, il 55% dei dipendenti tedeschi e il 59% di quelli belgi si dichiarano soddisfatti al riguardo. In questi paesi, la demotivazione è minima (il 22% in Germania e il 27% in Belgio).

Il modello anglo-sassone, più "opportunista", si basa invece su un forte distacco fra il lavoratore dipendente e la sua azienda. Questo modello è in grado di opporre alla crisi una maggiore resistenza, grazie soprattutto a politiche di gestione delle risorse umane particolarmente attive in materia di benessere in azienda e crescita professionale. Infatti, il 40% dei lavoratori britannici assegna alla propria qualità di vita sul posto di lavoro una valutazione da 8 a 10 (contro il 23% di quelli francesi).

Questi due ultimi modelli condividono una percezione positiva nei confronti delle prassi di gestione aziendale: i responsabili diretti godono di approvazione in merito alla capacità di rispettare gli impegni (il 64% dei dipendenti belgi rispetto al 58% di quelli francesi), di essere attenti alle aspettative (il 60% dei dipendenti tedeschi rispetto al 49% di quelli italiani), di investire nello sviluppo delle competenze (il 55% dei dipendenti inglesi) e di valorizzare la performance collettiva (il 66% dei dipendenti tedeschi rispetto al 49% di quelli italiani).
Antoine Solom, Direttore internazionale di Ipsos Loyalty, sottolinea: "In tempo di crisi, non bisogna basarsi sulla 'lealtà in mancanza di alternative'. Occorre sviluppare politiche attive e mirate a vantaggio dei lavoratori dipendenti, in particolare per quegli aspetti chiave che sono il benessere sul luogo di lavoro e la crescita professionale".

 


 

MARZO 2014

In elenco sottostante il capitolo di Angelo Tanese su " L'innovazione nelle aziende sanitarie.

 


 

FEBBRAIO 2014

Mobbing è un termine di cui si parla da anni e che definisce una situazione abbastanza nota ai più. Dal punto di vista etimologico, il termine “mobbing” si può far risalire all'inglese "to mob": aggredire, accerchiare, assalire in massa. Tale termine è stato usato, agli inizi degli anni 70 dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere il comportamento delle oche selvatiche tra le quali (come in altre società animali) avviene che alcune di loro si coalizzano contro un membro del gruppo, lo attaccano, lo isolano, lo escludono dal gruppo, lo malmenano fino a portarlo anche alla morte.

L’etologia è la disciplina che studia il comportamento degli animali e, secondo me, non è un caso che noi traiamo conoscenza da lei su un fenomeno che nell’ambito degli umani è una regressione nella tanto decantata gerarchia evolutiva. Chi è il mobber? Chi è questo pennuto mascherato da umano che vive le relazioni umane come luogo dove sfogare le proprie frustrazioni, dove percepire il proprio potere attraverso la capacità di far soffrire qualcuno, dove vomitare sadismo e aggressività travestite da “necessità organizzative”,negando la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni?

Quello che sappiamo è che è una persona pericolosa grazie alla spiccata capacità di mantenere la parte aggressiva sotto controllo, usandola solo con i soggetti e nei contesti in cui ha potere, e di agire, invece, con quelli che ritiene più potenti di lei, un comportamento non solo adeguato ma addirittura affascinante. Non a caso le donne e gli uomini mobber sono generalmente definiti, da chi ci lavora a debita distanza, “in gamba”. La parte pubblica di queste persone trasuda sensibilità, educazione e rispetto per gli altri, caratteristiche queste che vengono repentinamente abbandonate appena varcano la soglia del “proprio” reparto. A schiena dritta e collo rigidamente teso, avanzano con le pupille dilatate dalla ricerca di occasioni per aggredire. Si accontentano di qualsiasi cosa: la  vittima ha salutato ma non staccando lo sguardo dal proprio lavoro ed è una incontrovertibile prova di mancanza di rispetto, ma se l’avesse fatto, sarebbe stata incontrovertibile prova della superficialità con cui lavora.  Qualunque boccone venefico, anche il più banale, ha la funzione di nutrire il mobber che a volte ama condividere le briciole del pasto con spaventati ma complici partecipanti della sua corte (raramente disturbati allo stesso livello del mobber, a meno di non avere con lui/lei rapporti privilegiati anche fuori dal contesto lavorativo), atterriti dal rischio di diventare a loro volta vittime. L’obiettivo lavorativo è rendersi “inattaccabile”, proiezione del loro agito,e per questo generalmente sono a capo di settori che risultano adeguati se non di eccellenza. Se, tuttavia, dovessero essere ripresi o criticati per il lavoro effettuato, non avranno scrupoli a falsificare la realtà. Ci si trova, cioè, davanti a persone estremamente aderenti alla regola nell'obiettivo di essere i migliori, ma paradossalmente in grado di tradire e falsificare la regola per raggiungere lo stesso fine. La falsità è il loro mondo e là sono vincenti.

Diagnosticare un mobber è difficile non solo per la doppiezza dell’individuo, ma anche per il silenzio che lo circonda e che mantiene virginea la sua immagine sociale.  Il problema viene tenuto dentro il reparto e se è circoscritto a violenze su un unico dipendente, è più facile per i colleghi limitarsi a “non intromettersi” o a dare rari e nascosti consigli alla vittima. Il mobbing, quindi, è un problema che investe tutto il reparto, trovando protagonisti tutti i componenti del sistema, ognuno in ruoli diversi.  Compattarsi con la vittima predestinata, rivolgersi a organismi di tutela del sistema, fare gruppo e raccogliere tutte le prove possibili delle vessazioni subite in un arco di tempo di almeno tre mesi sono modi per “svelare” il segreto, che è il primo passo per affrontare il problema.

Vi riporto un articolo di "Psicologia del Lavoro" che sintetizza i tratti principali sull’argomento.

Heinz Leymann, nel 1984, con la prima pubblicazione scientifica sull'argomento, introduce l'uso del termine MOBBING per indicare la particolare forma di vessazione esercitata nel contesto lavorativo, il cui fine consiste nell'estromissione reale o virtuale della vittima dal mondo del lavoro.
Leymann inizia ad utilizzare la parola MOBBING,  per indicare quella forma di "comunicazione ostile ed immorale diretta in maniera sistematica da uno o più individui (mobber o gruppo mobber) verso un altro individuo (mobbizzato) che si viene  a trovare in una posizione di mancata difesa".

In Italia si inizia a parlare di mobbing sul lavoro solo negli anni ‘90 grazie allo psicologo del lavoro Harald Ege, che raffigura il fenomeno come "una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte dei colleghi o superiori" attuati in modo ripetitivo e protratti nel tempo per un periodo di almeno 6 mesi. Ripetitività e durata sono dunque le 2 condizioni che devono essere presenti perché si possa affermare di trovarsi in presenza di mobbing sul lavoro.
In seguito a questi attacchi la vittima progressivamente precipita verso una condizione di estremo disagio che, progressivamente, si ripercuote negativamente sul suo equilibrio psico-fisico.

MOBBING: cosa non è

  1. .Non è una singola azione contro un lavoratore di tipo occasionale, non è un conflitto diffuso (organizzazione di lavoro sostenuto, sovraccarico lavoro per tutti i lavoratori dell'azienda, tensione diffusa per cambiamenti radicali, privatizzazione dell'ente, fusione, ecc.);
  2. Non è una malattia, nè una patologia, nè un problema dell'individuo, ma una situazione, un problema dell'ambiente di lavoro, non è depressione, né ansia, né gastrite, né insonnia, né stress, ecc. ma è la spiegazione di questi disturbi;
  3. Non è un problema familiare, scolastico, ecc.; è un fenomeno proprio e tipico dell'ambiente di lavoro;
  4. Non è una molestia sessuale anche si in alcuni casi i due comportamenti si possono sovrapporre: il mobber può decidere di infastidire la sua vittima tentando di aggredirla a fatti o a parole (l'azione viene posta in essere non allo scopo di ottenere una prestazione sessuale bensì per umiliare, allontanare o creare danni) oppure in caso di approccio sessuale, se rifiutato, il molestatore si può trasformare in mobber allo scopo di punire la sua vittima del rifiuto.

MOBBING: che cosa è

Il mobbing è una strategia, un attacco ripetuto e continuato, secondo alcuni, almeno una volta alla settimana per almeno sei mesi, diretto contro una persona o un gruppo di persone da parte del datore di lavoro, superiori o pari grado che agiscono con finalità persecutorie.

Sono state date varie definizioni:

  • “Violenza psicofisica e molestia morale sul luogo di lavoro … allo scopo di ledere la salute, la professionalità, la dignità della persona del lavoratore …  si esegue con svariate modalità, aggressive e vessatorie, verbali e non verbali, tese all’emarginazione ed all’isolamento, alla squalifica professionale ed umana, al demansionamento, allo svuotamento  delle mansioni e/o perdita del ruolo, con l’intento finale di bloccare la carriera e/o di eliminare la persona con conseguenze dannose sulla salute, sull’attività professionale, sulla vita privata e sociale, nonché un danno economico alla società ….”.
  • “… per mobbing si intendono atti e comportamenti discriminatori o vessatori protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di lavoratori dipendenti,pubblici o privati, da parte del datore di lavoro o da superiori ovvero da altri colleghi, e che si caratterizzano come una vera e propria forma di persecuzione psicologica e di violenza morale.”

I parametri fondamentali individuati da Harald Ege per definire il  MOBBING sono sette:

  • Ambiente di lavoro;
  • Frequenza delle azioni mobbizzanti: almeno una volta alla settimana
  • Durata: almeno sei mesi
  • Tipo di azione: le azioni subite devono appartenere ad almeno due delle cinque  categorie del "LIPT Ege", questionario di Mobbing elaborato da Leymann e modificato da Ege dove vengono individuate 45 azioni ostili suddivise in 5 categorie:

a) attacchi ai contatti umani e alla possibilità di comunicare;
b) isolamento sistematico;
c) cambiamenti delle mansioni lavorative;
d) attacchi alla reputazione;
e) violenza e minacce di violenza.

  • Dislivello psicologico fra gli antagonisti, il dislivello non viene inteso in senso gerarchico, ma nel senso che il mobbizzato non ha le stesse capacità di difendersi dell'aggressore.
  • Andamento in fasi successive e in progresso: Leymann elaborò un modello a 4 fasi, successivamente modificato da Ege alle esigenze italiane, in un modello a sei fasi:;

1° - conflitto mirato;
2° - inizio del mobbing;
3° - si individuano i primi sintomi psico-somatici;
4° - compaiono errori ed abusi;
5° - serio aggravamento della salute psico fisica della vittima;
6°- si verifica l'esclusione dal mondo del lavoro. E' l'esito ultimo che può prendere la forma di  un   licenziamento, autolicenziamento, pre-pensionamento, ma che può anche arrivare a condotte auto e eterolesive 
7.- Intento persecutorio

Il mobbing si manifesta con maggiore frequenza in organizzazioni di grandi dimensioni ove è possibile mantenere l’anonimato e nei reparti amministrativi o dei servizi (Università, Industria, Enti parastatali, Pubblica Amministrazione, Scuola, Sanità, Assicurazioni, Banche, Forze Armate, Regioni, Comuni, Province, Enti Privati, ecc.).

Colpisce maggiormente la fascia 41-50 anni (molto raramente i lavoratori sotto i 30 anni).

TIPOLOGIA del MOBBING

Bossing: viene messo in atto dal diretto superiore o dai vertici dell'ente.
Mobbing orizzontale: viene messo in atto da colleghi pari grado
Mobbing verticale: viene messo in atto da colleghi di grado superiore ma anche inferiore
Doppio Mobbing: si realizza, a parere di Ege, quando il mobbizzato carica la famiglia di tutte le sue problematiche. Ad una prima fase di comprensione dei familiari segue una condizione di distacco che, quando la situazione si aggrava, porta ad un ulteriore isolamento dell'individuo
Co-mobber: coloro che affiancano il Mobber o partecipano senza intervenire personalmente ma solo acconsentendo.
Mobbing trasversale: messo in atto da persone al di fuori dell'ambito lavorativo che, in accordo con il Mobber, creano ulteriore emarginazione e discriminazione nei confronti della vittima quando questi cerca appoggio o cerca di farsi apprezzare.

Esistono specifici disturbi o patologie psichiche e psicosomatiche collegabili al lavoro in quanto conseguenza di stress determinato da incongruenze delle scelte di processo organizzativo (“costrittività organizzativa”).

Elenco delle “costrittività organizzative” più ricorrenti

  • Marginalizzazione dalla attività lavorativa
  • Svuotamento delle mansioni
  • Mancata assegnazione dei compiti lavorativi con inattività forzata
  • Mancata assegnazione degli strumenti di lavoro
  • Ripetuti trasferimenti ingiustificati
  • Prolungata attribuzione dei compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto
  • Prolungata attribuzione di compiti esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psicofisici
  • Impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie
  • Inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro
  • Esclusione reiterata del lavoratore rispetto ad iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale
  • Esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo.

Sono esclusi dal rischio:

  • i fattori organizzativo/gestionali legati al normale andamento del rapporto di lavoro ;
  • ·le situazioni indotte dalle dinamiche psicologico relazionali comuni sia agli ambienti di lavoro che a quelli di vita (conflittualità interpersonali, difficoltà relazionali o condotte comunque riconducibili a comportamenti puramente soggettivi che, in quanto tali, si prestano inevitabilmente a discrezionalità interpretative).

IL/LA MOBIZZATO/A:

La domanda che ci si pone a questo punto è la seguente: il mobbing può colpire chiunque oppure solo alcune persone con specifici tratti di personalità ?
Attualmente è stata esclusa la correlazione tra i tratti di personalità del mobbizzato e l’insorgenza di mobbing anche se è legittimo pensare che esistano delle differenze individuali e che alcune persone possano possedere degli anticorpi psicologici più resistenti alle vessazioni, possiamo comunque affermare che possano esistere caratteristiche particolari nel profilo psicologico del mobber.

Il/LA MOBBER:

Per quanto riguarda i tratti di personalità del mobber Field elenca 4 tipologie:

  1. DISTURBO DI PERSONALITA’ ANTISOCIALE: mancata accettazione delle norme sociali, disonestà, impulsività, mancanza di empatia per gli altri, irresponsabilità, mancanza di rimorso. Spesso il disturbo antisociale è la conseguenza di un disturbo della condotta iniziato prima dei quindici anni.
  2. PERSONALITA’ PARANOICA: sospetto infondato che gli altri vogliano procurare danni o sfruttare, riluttanza a confidarsi, diffidenza verso la lealtà delle persone vicine, travisamento della realtà, mancanza di perdono per dubbie offese ricevute.
  3. DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’: sentimento di superiorità rispetto agli altri, desiderio costante di ammirazione, scarsa empatia, fantasie sconfinate di successo, esagerazione delle proprie qualità.
  4. DISTURBO BORDERLINE: relazioni instabili, sensazione di vuoto, senso di abbandono, incapacità di controllare la collera, comportamenti autolesionisti, mutamenti ricorrenti di umore, spese impulsive di denaro, comportamenti rischiosi.

 


 

GENNAIO 2014

Non possiamo certo definire Esopo un contemporaneo, eppure il famoso favolista greco riesce a trovare posto nel pensiero moderno e contemporaneo con, in più, la capacità di usare un linguaggio, la favola appunto, che arriva a tutti con immediatezza e chiarezza. Un linguaggio che, prima che al nostro cervello, parla all'anima, prima che al  titolo di studio parla alla persona e raggiunge la parte più vitale ed in movimento di noi: la parte bambina.

E, allora, per delineare i temi che riguardano il benessere lavorativo, forse è meglio usare una sua fiaba...

Il cavallo e il cavaliere

Un valoroso cavaliere aveva un bel cavallo dagli occhioni intelligenti e dalla folta criniera fulva. Il cavaliere faceva la guerra ed era riconoscente al cavallo. Quando era in battaglia il cavallo lo aiutava sempre a salvarlo dai pericoli, quando doveva andare dal comandante per consegnare un dispaccio urgente, correva come una saetta per i sentieri e non si fermava anche se le froge grondavano di saliva e la groppa era rorida di sudore.
Il cavaliere dava al cavallo zucchero e orzo, riconoscente. Finalmente un bel giorno la guerra finì mail cavaliere si ritrovò senza lavoro e allora pensò di utilizzare il suo cavallo per trasportare la legna e carichi pesanti, come fosse stato un asino. E dato che non aveva tanti soldi gli dava da mangiare solo paglia, altro che zuccherini ed orzo!

Il povero cavallo dimagrì in modo spaventoso, gli si vedevano le costole del torace, era tutto emaciato e debolissimo. Ma doveva continuare a lavorare anche se era esausto.

Esopo aveva ben chiaro che nelle relazioni in cui si ha reciprocamente bisogno l'uno dell'altro, la cura e l'attenzione devono essere altrettanto reciproche. Altrimenti anche la "perdita" lo sarà.

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