C.U.G. - Cari colleghi

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---- > ANNI: 2015, 2014


GIUGNO  2016

AVVISO A  TUTTI  I  COLLEGHI

 

Cari colleghi,

in occasione della imminente conclusione del proprio mandato, il CUG – Comitato Unico di Garanzia- invita tutto il personale dipendente aziendale, di ogni  profilo professionale,  a comunicare la propria disponibilità ad essere nominato componente del prossimo Comitato.

Si ricorda che il CUG si occupa di temi che riguardano sia le pari opportunità e la lotta contro le discriminazioni di genere, di diversa abilità, di etnia e religiose, sia di promozione del benessere di chi lavora.

Seppure l’avere conoscenze o l’aver già fatto esperienza in questi ambiti possono contribuire a rendere più produttivo il lavoro del Comitato, le competenze veramente necessarie sono una forte motivazione personale alla promozione del miglioramento di una vita lavorativa comune che salvaguardi il diritto di tutti e la disponibilità alla fattiva partecipazione al lavoro di  gruppo.

L’attuale normativa prescrive che la partecipazione al Comitato sia gratuita e da effettuarsi in orario di servizio.

Visti i tempi “ristretti” si  informa  che a breve saranno pubblicati sul sito aziendale l’avviso e il modello di adesione e si invitano i colleghi a rendersi disponibili per un rinnovo reale e produttivo del Comitato.

                                                                                      La Presidente

                                                                                     Silvana Verdura

 


MAGGIO  2016

Questo mese faccio parlare qualcuno, ben più autorevole di me, della moralità intrinseca  della interdipendenza tra esseri viventi e vi riporto l’articolo di Roberto Ferrari. Mi è piaciuto leggere che l’autore attribuisce alla specie umana la capacità “spontanea” e di facile attuazione  di costruire reciproche  relazioni di protezione e disponibilità . Una facilità che mi sembra poco rinvenibile oggi, forse sepolta sotto sovrastrutture culturali che promuovono il protagonismo individuale come unico strumento  per raggiungere il “potere di…” .  E probabilmente non è neanche  il concetto di potere che va demonizzato , almeno non quanto la deriva altrettanto individualistica che ha preso.

Avere potere e metterlo al servizio di una comunità è ben diverso che utilizzarlo per raggiungere gli scopi propri e di una ristretta cerchia di beneficiari.  Quanto alla spontaneità, Pirandello insegna … ed è già molto saper ri-conoscere  la personale identità dietro le maschere sociali che quotidianamente interpretiamo.

Ma leggere, e quindi ricordare, che l’Uomo è un animale geneticamente connesso ai suoi simili e all’ambiente in cui vive e che il colore delle sue connessioni qualifica la sua esistenza, serve a resistere. A chi crede che la forza sia la  vittoria contro gli altri e non con gli altri, a chi  esprime una forza svincolata dall’etica, a chi s’inventa forte perché troppo debole per  parlarsi delle proprie debolezze.  Resistere è  salvaguardare le relazioni che riteniamo abbiano un valore pur non portando utilità dirette. Resistere è mantenere in equilibrio  l’ascolto di sé e l’ascolto degli altri. Resistere, in fondo, è vivere da esseri umani.

                                                                                              Buon mese a tutti, Silvana Verdura

                                                  La consapevolezza dell’interdipendenza

Roberto Ferrari - Ecologia e finitezza

L’empatia è proprio la facoltà di connettersi con questo campo, rendendo presente in noi l’esperienza degli altri: non solo la materia, le fisiologie e le ecologie sono co-emergenti, ma anche le fenomenologie dipendono le une dalle altre come indicano gli studi sui neuroni specchio[i]. E ciò che sentiamo è un comune destino, non tanto di “armonia universale”, quanto piuttosto relativo al mistero della comune finitezza e fragilità. La filosofa americana Cora Diamond parla di un “legame di vulnerabilità” che ci accomuna con tutti i viventi[ii].

 

Il fatto straordinario – e del quale per chi scrive non è facile dare giustificazione – è che questo legame porta dentro di sé vincoli morali originari: nasce tenerezza e un senso di protezione per gli altri “gettati” siano essi genitori, figli, animali o ecosistemi. I contenuti specifici restano indeterminati e prendono le forme che conferisce loro il terreno culturale e le diverse civiltà, ma da questo campo di sentire condiviso sorge in modo spontaneo l’impulso a vigilare e sostenere reciprocamente.

Se non la anestetizziamo, l’empatia ci fa percepire l’interdipendenza nella carne. È un senso di dipendenza particolarmente intenso nella specie umana, i cui cuccioli dipendono totalmente da altri per 7-8 anni (un decimo della vita!)[iii]. Per noi è immediato come genitori e figli provare empatia e prenderci cura dei più deboli, dei più smarriti. Perché nella loro dipendenza riconosciamo la nostra dipendenza dagli altri umani.

 

Le specie dipendono le une dalle altre e si scambiano una spontanea protezione. Secondo Peter Raven, uno dei maggiori botanici viventi, due piante offrono oggi i principi attivi più promettenti come farmaci contro il cancro: il tasso del Pacifico (Taxus brevifolia), e la vinca (Catharanthus roseus) che dà già ottimi risultati contro la leucemia infantile[iv]. Non sono forse ottime ragioni per proteggere a nostra volta queste e altre specie viventi, e i loro ecosistemi?

 

Per concludere, l’interdipendenza “sentita” non è quindi una legge morale “in più” da imparare, ma un dato costitutivo dell’esistenza situata. Il percorso di apprendimento sarà piuttosto relativo a come manifestarla e testimoniare questa “moralità intrinseca” nella nostra cultura.

 

Per partire, possiamo imparare ad ascoltare e indagare, con curiosità, il senso di finitezza; a vivere senza inutili paure l’instabilità delle rappresentazioni del mondo, senza doverci buttare alla ricerca di sollievi (consumo, controllo, dominio, sfruttamento) e sicurezze irrealizzabili.

 

Possiamo connetterci in un campo di empatia, offrirci reciproca protezione, perché è evidente che il riscaldamento globale, la carenza di acqua, i migranti ambientali, i parassiti e le malattie tropicali non si fermeranno davanti alla recinzione della nostra villetta: soffriremo e gioiremo sempre insieme.

 


APRILE  2016

RELAZIONE ANNUALE COMITATO UNICO DI GARANZIA

                        ANNO 2015/2016                                  

PREMESSA

I principi che sottendono l’istituzione dei Cug fanno riferimento al processo di consolidamento della tutela dalla discriminazione in ambito lavorativo avviato in Europa e condiviso dall’Italia con la legge n. 183 del 2010 che obbliga le amministrazioni pubbliche a dotarsi di un unico Comitato che si occupi di pari opportunità e di mobbing , con la finalità di diventare, la pubblica amministrazione, “… datore di lavoro esemplare” nell’attenzione al benessere dei/lle propri/ie operatori/trici.  Si sono rese necessarie le successive Linee Guida  sul funzionamento dei Cug per cercare di delineare modi e confini d’intervento  che la trattazione di due temi così impegnativi  imponevano e in cui la potenziale vastità d’azione avrebbe potuto rappresentare ostacolo e non risorsa, per la tacita legittimazione  di chi, dovendosi occupare di tutto, di fatto non si occupa di niente.

Benché in stretta connessione con la cultura e i processi del contesto aziendale in cui opera, il Cug non può esimersi dal guardare lo scenario generale in cui insistono i temi delle pari opportunità e del benessere che risultano trasversali a qualsiasi tipo di organizzazione, lavorativa e non.

 

Di seguito alcuni dati sulle pari opportunità.

 

“La crisi economica dei nostri anni ha penalizzato le donne”

 

TAB. 1 Analisi di genere: tassi di occupazione in Europa - anno 2014

In Italia si osservano divari di genere per i tassi di occupazione di 16 punti percentuali  e sempre l’Italia ha registrato il secondo livello più basso nei Paesi europei per il tasso di occupazione femminile.

 

“La maternità ha un “costo” che la donna paga per tutta la vita”

 

TAB. 2 Lavoro part-time e numero di figli in Europa

Esiste uno stretto legame tra “scelta” di lavoro part-time e presenza e numero di figli per le lavoratrici, ma non per i lavoratori.

 

TAB. 3 Lavoro part-time e numero di figli in Italia

 

                             Women

                                      Men

 

 

No Children

1 Child

2 Children

3 Children or more

No Children

1 Child

2 Children

3 Children or more

Italy

27.8

35.7

42.1

45.1

9.5

6.3

4.9

7.1

 

Le responsabilità familiari diventano limitative per le donne perché non sono condivise in maniera equa e, di conseguenza, le donne più frequentemente interrompono la  carriera  e spesso non tornano a lavorare a tempo pieno.

Guadagnano quindi in media il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini, mentre su base annuale, considerando che il lavoro a tempo parziale è molto più diffuso tra le donne, il divario raggiunge il 31%.

Poiché le donne percepiscono una retribuzione oraria inferiore e accumulano un minor numero di ore lavoro nel corso della loro vita rispetto agli uomini, anche le loro pensioni sono ridotte e tra gli anziani vi sono più donne in stato di povertà rispetto agli uomini.

 

“Le donne hanno difficoltà nel fare controlli medici preventivi”

TAB. 4 La salute delle donne e la prevenzione

                               

                            2006                                                                     2016

Fastidio a pensare a qualcosa di spiacevole (30%)

Dover spendere soldi (63%)

Dover perdere tempo (23%)

Dover perdere tempo (25%)

Dover spendere soldi (18%)

Poca informazione sugli screening esistenti (24%)

Scarsa disponibilità dei medici (8%)

Fastidio a pensare a qualcosa di spiacevole (23%)

Non sapere a chi rivolgermi (7%)

Scarsa disponibilità dei medici (18%)

Osservatorio Nazionale Donna

 

“Le funzioni sociali delle donne sono in aumento”

 

TAB. 5 Le donne e il ruolo di caregiver

Donna

2006

2016

Si occupa solo della propria salute     

             42%

27%

Si occupa della salute di almeno un familiare                                                                                                              

 

             58%

 

73%

 

 

 

 

 

            Osservatorio Nazionale Donna

Si evidenzia un aumento del ruolo di caregiver della donna: 3 su 4 si occupano della salute di almeno un familiare. Il 48% delle donne – quasi tutte quelle che hanno figli – si occupano della loro salute. Elevata anche la percentuale di intervistate che si occupano della salute del marito/partner (48%) e di genitori/suoceri (36%).

 

TAB.6  Il supporto percepito dalle donne per i bisogni di salute

 

Sostegno percepito dai familiari                                           Sostegno percepito dal SSN

 

2006

2016

 

2006

2016

Molto

32%

20%

Molto

5%

4%

Abbastanza

42%

40%

Abbastanza

28%

22%

Così così

12%

23%

Così così

33%

35%

Poco

10%

10%

Poco

24%

24%

Per niente

4%

8%

Per niente

9%

16%

 

A distanza di 10 anni diminuisce il sostegno percepito per i bisogni di salute da parte dei Servizi Sanitari e da parte dei propri familiari e cresce  il numero delle donne insoddisfatte.

Alle generali condizioni di vita in cui  l’impegno è esteso alla gestione su vari fronti, si associa che quando  le donne lavorano “fuori casa” le loro  competenze sono spesso sminuite, soprattutto nei settori dove sono maggiormente rappresentate e che questa squalifica incide negativamente sulla busta paga. Molto spesso, infatti, i lavori fisici svolti tradizionalmente dagli uomini sono  pagati meglio di quelli esercitati dalle donne: un magazziniere guadagnerà, per esempio,  più di una cassiera di supermercato. Nel settore sanitario, ancora, le donne rappresentano ben l’80 % della forza lavoro e le disparità si fanno sentire in modo significativo, basti pensare allo stipendio medio del lavoro infermieristico, storicamente appannaggio di personale femminile.

E, tuttavia,

“il 60% delle persone che conseguono una laurea è donna”

“le performance scolastiche e universitarie migliori sono delle ragazze”

Vi è una palese incongruenza che vede una più qualificata offerta di lavoro femminile corrispondere ad un ingaggio inferiore e nelle fasce funzionali più basse. C’è da chiedersi il motivo e i modi in cui uno Stato consente, in termini di pari opportunità, la completa espressione delle risorse femminili fino a che queste stiano dietro un banco a studiare, ma le “perde” nel momento in cui dovrebbe godere i frutti della formazione fornita. Diventa riduttivo, allora, parlare  solo di soffitti di cristallo, di barriere al raggiungimento delle apicalità dirigenziali. Chi si trova in prossimità di un cristallo o è riuscita a romperlo, fa già parte di un limitato numero di donne che, comunque, ha avuto accesso al lavoro e, se la progressione di carriera diventa problema, è anche indicatore di presenza in un ruolo professionale che ipotizzi una carriera.

 

“ La presenza di donne pari a quella degli uomini nei posti di comando farebbe crescere il Pil del 13%”

Non è una frase tratta dal film “Suffragette”, bensì l’esito delle più recenti stime sull’argomento.

E’ un’affermazione che, seppur generalizzando, si immagina possa provocare diffidenza negli uomini e timore nelle donne, i primi avvertendo la propria storicità e anzianità di servizio nel “governo” come una competenza  irraggiungibile dalle altre, le seconde avvertendo il rischio della maggiore responsabilizzazione che la rinuncia alla dipendenza dal governo altrui implica.

E’ utile notare che, ancora una volta,  è l’incremento della produttività economica  a diventare molla per sollecitare l’inclusività delle donne  nel mercato del lavoro. A dispetto di una trattazione dell’argomento contraddistinta dai concetti di equità, uguaglianza di diritti e valorizzazione della diversità; a dispetto di una trattazione che privilegi i valori di una società o di una organizzazione, prima dei suoi benefici economici.  Per quanto ancora sarà necessario operare per convincere che conviene, procura ricchezza…, invece di affermare semplicemente che è giusto, è una domanda che aspetta risposta da parte degli uomini e, sicuramente, da parte delle donne.

Questo quadro generale sulla condizione femminile si inerisce nel più ampio tema del benessere lavorativo che risulta veramente difficile trattare nelle condizioni di pressione economico-politica a cui le aziende sanitarie sono sottoposte negli ultimi anni. Le restrizioni di risorse economiche, il blocco delle assunzioni e il progressivo innalzamento dell’età media del personale dipendente portano a condizioni organizzative emergenziali che lasciano poco spazio ad una visione “ecologica” del lavoro.

Nella nostra Azienda, la quantità di assemblee, gruppi di lavoro e riunioni operative effettuate dalla Direzione quest’anno manifestano la volontà di sollecitare dinamiche inclusive e di adesione diffusa alla progettualità aziendale, ma è anche vero che fino a quando la progettualità sanitaria dovrà delinearsi su parametri essenzialmente economici, interpretati dalla maggior parte dei lavoratori come lontani o addirittura divergenti dai loro bisogni, il lavoro di fidelizzazione richiederà ulteriore impegno, soprattutto a favore del personale di OVE, S.Bambino e Ferrarotto per il quale non c’è certezza di tempi e modi di definitiva organizzazione.

Azioni  del Cug

  1. Assemblee.

Nel periodo marzo 2015/ marzo 2016 sono state effettuate n. 4 assemblee aperte a titolari, sostituti e ai/alle dipendenti che avessero voluto prendervi parte, come contemplato dal regolamento.

  1. Pagina Cug nel sito aziendale.

La pagina è costituita da sezioni rivolte alla comunicazione trasparente e alla condivisione intra ed extra aziendale delle attività del Comitato e da sezioni dedicate alle Pari Opportunità, al Benessere Lavorativo e a trattazioni o studi sui temi di competenza da parte di personalità di rilievo nazionale i cui contenuti possano aumentare informazione e sollecitare spunti di riflessione.

La sezione delle News è mensilmente aggiornata e include i contatti con il centro ministeriale di assistenza a donne che subiscano violenza e con la Consigliera di Parità Provinciale.

L’Amministrazione ha fornito la pubblicazione degli atti deliberativi in formato digitale aperto per consentire la facile consultazione da parte del personale e operare così una condivisione nei processi di governo dell’intero sistema e un concreto sviluppo del senso di appartenenza. In seguito a questo, non è più stato necessario aggiornare la sezione dedicata dal Cug alla trasmissione degli elenchi degli atti deliberativi.

  1. Sportello ascolto.

L’attività di ascolto continua ad evidenziare la difficoltà ad esprimere in forma diretta e in un luogo dedicato segnalazioni di disagi o richieste di iniziative da parte dei/delle dipendenti. La mancanza di una Consigliera di Fiducia, figura che assicura che alla segnalazione di disagio segua un intervento migliorativo delle condizioni lamentate, demotiva l’affrontamento razionale di un problema, amplificandone, invece, la dimensione emotiva di disagio e diffondendo la percezione di irrealizzabilità di una soluzione.

  1. Biblioteca/ scambio libri Ipazia.

La biblioteca aziendale mette a disposizione del personale dell’Azienda, testi che è possibile richiedere in prestito o scambiare.

  1. Costante notifica alla Direzione Generale dei lavori Cug attraverso la condivisione delle mail di servizio. L’utilizzo del canale telematico consente la puntuale informazione delle attività svolte o in programmazione in tempo reale, evitando l’aggravio dei tempi propedeutici agli incontri diretti che, comunque, restano di difficile attuazione.
  2. Collaborazioni interne.

Nelle more della nomina della Consigliera di Fiducia aziendale, il Cug si è incaricato di accogliere le segnalazioni di disagio di alcuni operatori, assicurando la presenza a garanzia della libera espressione degli interessati e dando comunicazione alla Direzione Generale della verbalizzazione degli incontri.

Nel corso dell’attività annuale sono inoltre stati intrapresi scambi con altre articolazioni interne all’Azienda finalizzati alla comunicazione di pareri e riscontri del Cug che, tuttavia, in vista della prossima nomina di nuovi componenti del Cug, necessitano di una formalizzazione dei percorsi di collaborazione del Cug negli ambiti designati al fine di facilitare la continuità dei lavori.

  1. Compilazione del bilancio di genere aziendale.

Sebbene avviata la compilazione di un bilancio di genere aziendale, si sottolinea la necessità di ampliare il numero dei criteri esaminati in modo da destinaretale strumento non solo ad una azione di governo più consapevole delle ricadute su donne euomini delle scelte organizzative aziendali, ma anche per farne veicolo di comunicazione interna ed esterna dell’adesione alle politiche di garanzia delle pari opportunità.

Attualmente tutti i flussi informativi esistenti sul personale presentano indicatore di genere, primo presupposto per effettuarne analisi integrate. Restano, invece, difficilmente rilevabili i dati relativi alle progettualità interne ed esterne all’Azienda, da cui si evidenzi il personale che ne prende parte, distinto anch’esso per genere, qualifica edemolumenti agli stessi collegabili quando presenti.

  1. “Codice di condotta per la prevenzione e la lotta contro le molestie sessuali, morali e il mobbing”.

Il Cug ha formulato e trasmesso una proposta di Codice che è all’attenzione della Direzione Generale.

 

 

                                                                                                        La Presidente del Cug

Ct, 30.03.2016                                                                                  Gaetana Silvana Verdura


MARZO  2016

Sarà un caso che la mimosa sfiorisce dopo un giorno?

L'ipocrisia di questo tempo passa anche da una "festa" che festa non è.


Violenza sulle donne, Istat: una su tre subisce abusi,

7 milioni le vittime

Violenza sulle donne, Istat: una su tre subisce abusi, 7 milioni le vittime

Diritti

Nel rapporto, relativo al 2014, emergono segnali di miglioramento: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono diminuite dal 13,3% all'11,3%, ma crescono dal 26,3% al 40,2% quelle più gravi che provocano ferite. Secondo il dossier di We World Onlus il 25% dei giovani giustifica i maschi violenti e ActionAid denuncia la poca trasparenza nell'utilizzo dei fondi stanziati grazie alla legge sul femminicidio

La violenza sulle donne si consuma ogni giorno: sono quasi 7 milioni – secondo i dati dell’ultimo rapporto Istat – le vittime che hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della propria vita. Mentre secondo quanto emerge nel dossier “Rosa Shocking 2″ dell’associazione We World Onlus per un under 30 su tre gli episodi di violenza domestica vanno affrontati dentro le mura di casa. Tra dati allarmanti, app per difendersi sempre più diffuse e polemiche su quanto effettivamente si fa per combattere il fenomeno, l’ultima denuncia arriva da ActionAid e riguarda la mancanza di trasparenza sull’utilizzo dei fondi ad hoc da parte delle amministrazioni pubbliche.

UNA DONNA SU TRE HA SUBITO VIOLENZA – Secondo i dati dell’Istat (aggiornati al giugno scorso e relativi al 2014), sono 6 milioni e 788mila le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Praticamente una donna su tre. Il 20,2% è stata vittima di violenza fisica, il 21% di violenza sessuale, il 5,4% di forme più gravi di abusi come stupri (si parla di 652mila casi) e tentati stupri (746mila). Mentre a rendersi responsabili delle molestie sono nella maggior parte dei casi (il 76,8%) degli sconosciuti, il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Aumenta la percentuale dei bambini che hanno assistito ad episodi di violenza sulla propria madre (si è passati dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014).

LA MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA – Nel rapporto Istat emergono segnali di miglioramento: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Un calo dovuto soprattutto a una maggiore consapevolezza delle donne, che riescono con maggiore frequenza a prevenire situazioni di pericolo e a uscire da relazioni a rischio. Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6%) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%). Nessun segno di miglioramento per quanto riguarda gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014). Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014).

L’INDULGENZA DEGLI UNDER 30 – Ai dati Istat vanno incrociati con quelli del rapporto “Rosa Shocking 2. Violenza e stereotipi di genere: generazioni a confronto e prevenzione“, che l’associazione We World Onlus ha condotto insieme a Ipsos Italia. Secondo il dossier il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno della mura domestiche. Non solo. Per il 25% (un giovane su 4) la violenza sulle donne è giustificato dal troppo amore oppure al livello di esasperazione al quale gli uomini sarebbero condotti da determinati atteggiamenti delle donne.

POCA TRASPARENZA NELL’UTILIZZO DEI FONDI – L’ultima denuncia sul fenomeno arriva da ActionAid, i centri antiviolenza della rete Dire e Wister. Le associazioni si sono riunite per presentare la mappatura delle risorse stanziate grazie alla legge sul femminicidio 119/2013 e finora spese. “Per il piano antiviolenza 2013/2014 sono stati stanziati 16 milioni e 400mila euro, ma solo 6 milioni sono arrivati nelle case rifugio” segnala ActionAid. Che chiede l’elaborazione di una mappa dei centri antiviolenza e più trasparenza nella gestione dei fondi da parte delle amministrazioni. Per monitorare la destinazione delle risorse si sono potuti raccogliere i dati di sole sette amministrazioni. Solo per dieci Regioni si può consultare la lista delle strutture che hanno beneficiato dei fondi statali e solo in cinque – Piemonte, Veneto, Puglia, Sicilia e Sardegna – sono stati  pubblicati online i nomi di ciascun centro con le risorse ricevute. Dall’analisi delle delibere regionali, poi, “è emerso che non sempre i dati relativi al numero dei centri antiviolenza – come ha evidenziato il monitoraggio – combaciano con quelli del documento di riparto della Conferenza Stato-Regioni“.

LA TECNOLOGIA CHE SALVA LE DONNE – Sono sempre più numerose, invece, le App che aiutano le donne vittime di violenza, come Shaw, acronimo di Soroptimist Help Application Women. L’App connette l’utente al 112 per richiedere aiuto in situazioni di emergenza e fornisce anche informazioni legali su violenza e stalking mettendo in contatto la vittima con il centro antiviolenza più vicino. A Milano, la Asl e l’associazione Telefono Donna hanno lanciato l’applicazione gratuita “Stop Stalking” in cinque lingue diverse: italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. Si possono memorizzare su un diario episodi preoccupanti, dagli appostamenti alle percosse per poi inviare le informazioni allo sportello stalking di Telefono Donna, aperto 24 ore su 24. Si chiama, invece, “Save the Woman” un’altra applicazione – studiata per prevenire gli abusi – lanciata dalla società Smartland e dalla criminologa Roberta Bruzzone. Attraverso un test si stabilisce il livello del rischio di violenza da parte del proprio partner, superato il quale la App consiglia di rivolgersi a un centro antiviolenza.


 

SUFFRAGETTE

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Chiara Ugolini

In sala il film della regista inglese Sarah Gavron con Carey Mulligan e Meryl Streep: "Facendo il film ci siamo rese conto che ciò che queste donne hanno fatto è stato sepolto". Preparandoci a due date simboliche un viaggio attraverso il cinema che ha raccontato le lotte delle donne

Scordatevi Mary Poppins. Cancellate dalla mente le immagini della signora Banks che rientra dalla manifestazione canticchiando "Suffragette a noi", che cerca di far breccia nel cuore di cuoca, tata e cameriera al grido "Voto alle donne" e il cui unico pensiero è quello di far sparire il nastro prima dell'arrivo del signor Banks. Con Suffragette, il film della regista inglese Sarah Gavron, siamo lontanissimi dalla commedia musicale Disney e se la signora Banks nella sua canzone dice "siam pronte al peggio anche a morir ormai" nel film con Carey Mulligan e Meryl Streep le suffragette sono realmente disposte a dare la vita non soltanto per far rima con la strofa successiva. Arriva nelle sale italiane giovedì (dopo aver inaugurato il festival di Londra), cinque giorni prima della festa delle donne e una settimana prima dell'anniversario del voto alle donne in Italia (il 10 marzo 1946), il film che racconta la storia di Maud (Mulligan), un'operaia che lavora fin dall'età di 7 anni in una malsana lavanderia londinese.

E' il 1903, da una cinquantina di anni le donne manifestano pacificamente per ottenere il suffragio universale ma senza ottenere nulla, il movimento è passato all'azione con una serie di attacchi ai fili del telegrafo, mettendo bombe nelle cassette della posta, colpendo al cuore delle comunicazioni. Maud, esasperata dal lavoro pesante e dalle angherie di un capo che l'ha abusata fin da quando era una ragazzina, è contemporaneamente turbata ma anche affascinata da quelle donne pronte a spaccare vetrine, farsi arrestare e lottare fuori e dentro la famiglia per i loro ideali. Tra loro spiccano Violet, una sua collega in lavanderia (Anne-Marie Duff), Edith, una farmacista che gestisce una sede segreta delle suffragette (Helena Bonham Carter) e Alice, un'attivista appartenente all'alta borghesia (Romola Garai). Maud pagherà a caro prezzo la scelta di unirsi a loro.

"Io e la sceneggiatrice Abi Morgan eravamo incantate dallo spirito pionieristico di queste donne rispetto alla loro epoca. Infrangevano ogni tabù e convenzione della società di quel tempo - scrive la regista nelle sue note di regia - Ci siamo rese conto che l'opinione pubblica è ben poco consapevole di quanto hanno fatto. Per qualche motivo è stato sepolto. A me non l'hanno insegnato a scuola e non sembra esserci una grande coscienza degli estremi a cui si spinsero le suffragette: le bombe e gli attacchi alle proprietà immobiliari o la brutalità della reazione della polizia verso le donne, sotto forma di pestaggi o di alimentazione forzata. La sensazione era di una storia mai raccontata".

Ma la storia delle lotte femminili, per il voto ma anche per la possibilità di studiare, per la parità salariale, per l'aborto legale, è una storia complessa, drammatica e sfaccettata. E il cinema l'ha raccontata. E così oltre all'ultimo Suffragette troviamo un altro film inglese, dal tono più leggero ma ugualmente accurato dal punto di vista storico, We Want Sex di Nigel Cole, storia delle 187 operaie della Ford di Dagenham che scioperarono per mesi (tra lo scontento e l'ironia dei maschi) per ottenere un miglioramento delle proprie condizioni di lavoro rispetto ai loro colleghi uomini. E' americano invece Norma Rae con Sallie Field (premio Oscar per la sua interpretazione), storia di un'operaia che si schiera in prima fila nella lotta sindacale della sua azienda in una cittadina dell'Alabama, nel profondo Sud degli Stati Uniti. E' sempre nel Sud degli Stati Uniti, precisamente in Mississipi, si svolge The Help, storia delle battaglie degli afroamericani ma virata al femminile; protagonista è una ragazza della buona società bianca che rientrata dal college vorrebbe diventare scrittrice, decide così di intervistare le donne nere che hanno speso la loro vita lavorando nella servitù delle più importanti famiglie del Sud, facendole parlare risveglierà in loro una maggiore consapevolezza dei propri diritti. In Minnesota è ambientato North Country con Charlize Theron nei panni di un'operaia delle miniere che lotta insieme alle sue colleghe per un trattamento più equo. Julia Roberts è protagonista di ben due film di battaglie femminili: Erin Brockovich - Forte come la verità, storia di una segretaria precaria, divorziata e madre di tre figli che sfida la Pacific and Gas Company che ha contaminato le falde acquifere della cittadina californiana dove vive, provocando tumori ai residenti e Mona Lisa Smile. Ambientato negli anni Cinquanta nella società altoborghese del Wellesley College, il film di Mike Newell ha per protagonista una professoressa ispirata che istilla il dubbio nelle sue studentesse, tutte ragazze di buona famiglia che studiano in attesa di prendere marito e si formano una cultura soltanto per poi sfoggiarla nelle chiacchiere da salotto. A leggere soltanto la trama si potrebbe andar fuori strada a proposito di Hysteria, storia del giovane medico che inventò il vibratore ma non è questo aspetto della commedia con Maggie Gyllenhaal e Jonathan Pryce a farlo inserire nella lista dei film delle battaglie delle donne piuttosto è la figura di Charlotte Dalrymple, femminista antelitteram nella Londra vittoriana. Fortemente drammatico il film Leone d'oro Il segreto di Vera Drake di Mike Leigh, storia di una donna delle pulizie che di nascosto pratica aborti clandestini nella Londra anni Cinquanta. E' infine un documentario il film Malala sulla vita della giovane attivista pachistana premio Nobel, vittima dei talebani per il suo impegno in difesa della cultura e dell'istruzione delle ragazze nel suo paese e nel mondo.

 


 


FEBBRAIO  2016

 

Quando si parla di sistema lavorativo, ma più in genere culturale, sessista si va incontro ad essere etichettate come fanatiche femministe , anacronistiche figuranti di una società che, invece,  ha leggi e strumenti per dichiarare la parità dei sessi, per testimoniare la presenza delle donne in tutti gli ambiti lavorativi, per confermare la loro possibilità di essere e agire  libere protagoniste di oggi.  Ed è il solito discorso che rischia di polarizzarsi su due posizioni antagoniste che, vere e false entrambe nella loro parzialità, non permette di  accettare che il cammino delle donne ha traguardi raggiunti alle spalle e traguardi  da raggiungere in corso e che questo percorso non è lineare e costante, ma può presentare rinculi che vanno attenzionati.

 Si legge della sentenza di Palermo e ci viene spontaneo stupirci. Alcuni con toni scandalizzati e violentemente critici, altri con un sorrisetto divertito  compresso tra le labbra, ma tutti certi che si tratti di uno sporadico episodio ad opera di un singolo stupido individuo. Mi riferisco al dirigente che palpeggiava le colleghe al lavoro e che, denunciato, ha ottenuto una  sentenza  assolutoria  che ci ha spiegato tali comportamenti  non definibili come molestie sessuali , bensì  frutto dei  tratti di personalità giocosamente immatura del dirigente in oggetto.  E chi mai potrebbe mollare un calcio negli stinchi di un acerbo infante  che annaspa con confusi  movimenti alla ricerca di un rassicurante contatto affettivo?! Veramente qualcuno c’è. Un mio compagno delle elementari veniva a scuola in autobus aspettando che la sempre presente brusca frenata del mezzo gli desse la possibilità di appendersi alle tette della ragazzina precedentemente selezionata all’uopo, poi chiedeva scusa e arrivava a scuola raccontando felice della consistenza ed estensione del suo obiettivo raggiunto. Un giorno entrò in classe con l’impronta di un ceffone sulla faccia e i chiari segni della mortificazione del  pianto: aveva scelto una signora un po’ troppo adulta che, capito il trucchetto, aveva messo il limite. E il punto è questo. Le leggi stabiliscono i limiti, gli uomini di legge si occupano di stabilire se un comportamento sta dentro o fuori questi limiti,  avendo una funzione non solo sanzionatoria nei confronti del diretto responsabile di una trasgressione, ma anche rieducativa per lui e confermativa della validità delle regole per la comunità di cui fanno parte.

E allora, quali componenti della comunità, sintetizziamo gli apprendimenti che da questa sentenza abbiamo imparato.

Che all’uomo è consentito svolgere un’attività lavorativa remunerata a partire dai tre anni;

-che, perché si possa definire  scherzo l’azione di un uomo su una donna, è sufficiente che si diverta l’uomo; -che la donna che, invece di divertirsi,  si offende è ottusa, non comprendendo il sottile e puro messaggio affettivo veicolato dal palmo della mano del suo dirigente;

- che, se introverse e anaffettive colleghe pretendono di non aver toccato il fondoschiena mentre lavorano, devono trovare il modo di lasciarlo a casa;

- che, se denunci un collega “infantile” devi avere la sorte di non trovare un giudice altrettanto infantile;

- che, se denunci e perdi, sarai definita al minimo esagerata e aggressiva non solo dal galletto in oggetto, ma anche dai colleghi, confermati  dalla Legge che sancisce che non era fuori dal limite palpare, bensì reagire al palpamento.

Certo la qualità degli apprendimenti non è delle migliori e quello che ci si può aspettare è il mantenimento e rinforzo di comportamenti non accettabili. Ma non sarebbe stato meglio un bel ceffone affettivo? Forse no! Viene il sospetto che la collega avrebbe rischiato una condanna per maltrattamento di minore.

Ma non basta. A Latina è stata rinviata a giudizio una 40enne per maltrattamenti in famiglia e rischia da 2 a sei anni di detenzione. Nello specifico, i maltrattamenti consistevano nel non cucinare convenientemente per il gusto del marito, nel rifiutarsi di avere rapporti sessuali e nel non pulire bene la casa. La denuncia è stata fatta chiaramente dal marito, anch’egli un po’ infantile e anch’egli  in perfetta  sintonia con altro giudice con stessi blocchi evolutivi.

Ancora? Laura Boldrini è stata attaccata per aver dichiarato pubblicamente la propria opinione sui diritti civili delle coppie omosessuali.  Il fatto è avvenuto una settimana dopo che Pietro Grasso aveva fatto la stessa cosa, senza che nessuno lo trovasse ugualmente disdicevole e non rispettoso della terzietà che il loro ( ma di entrambi, no?) ruolo richiede.

E tutto questo in una differenza di linguaggio che definisce il senso delle azioni a seconda che l’attore sia maschio o femmina. Ma se sono  gli aggettivi che ci fregano,  impariamolo, una buona volta, questo vocabolario differenziato!

Chi dice la propria opinione : se Presidente del Senato e Maschio = coraggioso, esplicito, audace, che si assume la responsabilità del proprio pensiero;

se Presidente della Camera  e Femmina =   faziosa, di parte, irresponsabile

Chi non cucina :  se M = non è portato      F = menefreghista, sciatta

Chi palpeggia  :    M  = infantile, giocoso, ilare     F = pervertita, pazza, “altro”

Chi fa lo sgambetto al collega :  M=  competitivo, furbo, “sperto”     F = stronza, arrivista

Chi insiste per ottenere qualcosa:  M = determinato, deciso, convinto    F= rompi…, fissata, “camurriusa”

Chi oppone un rifiuto :  M = esplicito, onesto   F = presuntuosa , arrogante

Chi non sa governare/ gestire:   M =  troppo buono o troppo ostacolato  F = incompetente, cretina

Chi , separato, non si occupa dei figli :  M = si sta rifacendo una vita    F = scellerata, snaturata, “altro”

Chi non si occupa di anziani genitori :  M =  lavora     F = ingrata, egoista 

Chi corteggia  :  M = seduttore     F= solo  “altro”.

Che si esprimano con le parole o con i fatti, io continuo a sperare che il cammino della parità di diritto e dignità delle donne sia solo occasionalmente punteggiato da episodi di rinculo evolutivo.

Purché non diventino numerosi, purché non si accompagnino anche  a rinculi simili nei confronti degli omosessuali, degli extracomunitari o di qualsiasi altro abitante di questo pianeta ritenuto di minor diritto. Allora sarebbe un’altra storia.

                                                                                             Buon mese a tutti, Silvana Verdura