C.U.G. - Il pensiero degli altri

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Qualcuno ha scritto…

GIUGNO  2016

In estate, magari durante il periodo di ferie, i libri possono più facilmente

farci compagnia : ecco alcuni titoli.

Il cacciatore celeste

di Roberto Calasso

Scritto da un autore di straordinaria cultura che mostra di essere a proprio agio in qualsiasi ambito e in qualsiasi libro, è un excursus sulle origini dell’uomo e il suo mistero,il rapporto con gli «altri» animali, con la divinità e il cambiamento. Ci fu un'epoca in cui, se si incontravano altri esseri, non si sapeva con certezza se erano animali o dèi o signori di una specie o demoni o antenati. O semplicemente uomini. Un giorno, che durò molte migliaia di anni, Homo fece qualcosa che nessun altro ancora aveva tentato. Cominciò a imitare quegli stessi animali che lo perseguitavano: i predatori. E diventò cacciatore. Fu un processo lungo, sconvolgente e rapinoso, che lasciò tracce e cicatrici nei riti e nei miti, oltre che nei comportamenti, mescolandosi con qualcosa che nella Grecia antica fu chiamato "il divino", tò theîon, diverso ma presupposto dal sacro e dal santo e precedente perfino agli dèi. Numerose culture, distanti nello spazio e nel tempo, associarono alcune di queste vicende, drammatiche ed erotiche, a una certa zona del cielo, fra Sirio e Orione: il luogo del Cacciatore Celeste. Le sue storie sono intrecciate in questo libro e si diramano in molteplici direzioni, dal Paleolitico alla macchina di Turing, passando attraverso la Grecia antica e l'Egitto ed esplorando le connessioni latenti all'interno di uno stesso, non circoscrivibile territorio: la mente.

 

  Il bambino magico

di Maria Paola Colombo

Questa storia inizia in una notte africana, sotto l'albero delle parole. Qui, dove di giorno gli uomini del villaggio si raccolgono per ragionare, nel buio crepitante di lampi un bambino di cinque anni stringe al petto un fagotto. Il bambino si chiama Gora, è figlio di Ibrahima Diop il lottatore e, tra le braccia, regge un neonato con la pelle bianca come il latte di capra. E uno zeruzeru: un africano albino. Una sventura. Un bambino magico. Ma per Gora è soltanto Moussa, suo fratello. Il villaggio di Marindo-Ta, una manciata di capanne e campi di arachidi nel cuore della savana, custodisce il segreto del figlio bianco. Tra le lezioni alla scuola coranica e le scorribande al vecchio recinto, Gora e Moussa crescono inseparabili: un bambino nero e la sua ombra bianca. Ai loro giochi selvaggi si unisce Miriam, che preferisce le corse sfrenate alle bambole di stracci. E testarda, disobbediente e visionaria. Miriam è il primo amore, vissuto con la convinzione assoluta dei bambini, accompagnato dalla promessa folle dell'indissolubilità: insieme, noi tre, sempre. Miriam è il desiderio che spinge a infrangere i divieti, che allarga l'orizzonte delle avventure, oltre il perimetro del villaggio, oltre il confine dell'Africa e dell'infanzia. Fino all'Europa, all'Italia, alle strade di una Milano distratta, dove, ventenni, approdano come migranti, stranieri, ultimi tra gli ultimi. Nel loro sguardo si specchia un'Italia sognata come l'El Dorado che si svela nelle sue contraddizioni, ostilità, solitudini, ma che è anche capace di gesti inattesi di immaginazione e generosità. Con voce limpida e ispirata, Maria Paola Colombo attinge alla potenza del mito e all’incanto della fiaba per raccontarci una vicenda attualissima. E ci conduce nel cuore meraviglioso e combattuto di ogni uomo in cammino verso la felicità: lì, dove siamo fragili e diversi, lì è la fonte segreta del nostro più grande potere. Questa è la storia di tre bambini che, con occhi ancora colmi di stelle selvagge e il cuore educato alla lotta, si affacciano sulla durezza, ma anche sulle immense possibilità, dell’età adulta. Questa è la storia dell’incontro con il bambino magico che vive dentro ciascuno di noi.

Il rumore delle cose che iniziano

di Evita Greco

Un’orchestra che accorda i fiati, il vento prima della tempesta, il tintinnio delle tazze riempite di caffè al mattino: il rumore di una cosa che inizia è speciale, Ada lo sa. È stata nonna Teresa a insegnarglielo. Ma adesso lei è ammalata e questo inizio fa paura. A darle forza, in ospedale incontra Giulia – un’amica inattesa, oltre che un’infermiera – e Matteo, che le regala margherite e la sorprende con una passione imprevista. Ada non immagina che in questi legami si possa nascondere, oltre all’amore, una profonda sofferenza. Le servirà un coraggio che non pensava di avere per affrontarla. E forse allora imparerà ad ascoltarsi davvero e a lasciare che certe cose finiscano affinché altre possano iniziare.

 

Storia della bruttezza

di Umberto Eco

Questo libro fa seguito al precedente "Storia della bellezza". Apparentemente bellezza e bruttezza sono concetti che si implicano l'uno con l'altro, e di solito s'intende la bruttezza come l'opposto della bellezza tanto che basterebbe definire la prima per sapere cosa sia l'altra. Ma le varie manifestazioni del brutto attraverso i secoli sono più ricche e imprevedibili di quanto comunemente si pensi. Ed ecco che sia i brani antologici che le straordinarie illustrazioni di questo libro ci fanno percorrere un itinerario sorprendente tra incubi, terrori e amori di quasi tremila anni, dove gli atti di ripulsa vanno di pari passo con toccanti moti di compassione, e al rifiuto della deformità si accompagnano estasi decadenti per le più seducenti violazioni di ogni canone classico. Tra demoni, folli, orribili nemici e presenze perturbanti, tra abissi rivoltanti e difformità che sfiorano il sublime, freaks e morti viventi, si scopre una vena iconografica vastissima e spesso insospettata. Così che, incontrando via via su queste pagine brutto di natura, brutto spirituale, asimmetria, disarmonia, sfiguramento, in un succedersi di meschino, debole, vile, banale, casuale, arbitrario, rozzo, ripugnante, goffo, orrendo, insulso, nauseante, criminoso, spettrale, satanico, repellente, sgradevole, grottesco, abominevole, odioso, indecente, immondo, spaventoso, abbietto, spiacevole e indecente, il primo editore straniero che ha visto quest'opere ha esclamato: "Come è bella la bruttezza".

 


 

MAGGIO  2016

Scacco a Dio

di  Roberto Vecchioni

E se un giorno Dio, in piena crisi esistenziale, si travestisse da pittore del Rinascimento o da chitarrista rock, da trapezista o da cortigiana, per cercare di comprendere gli uomini, quelle sue creature ribelli che ormai gli sembra di non capire più?

Così infatti si presenta il Creatore davanti a Teliqalipukt, il «suo primo consigliere», una specie di angelo mandato sulla terra con lo scopo di seguire gli uomini per poterli poi raccontare ai «piccoli immortali, i suoi allievi». E proprio a lui Dio chiede di spiegarglieli, gli uomini, lui che li ha conosciuti da vicino.

Inizia così una sorta di «terapia» in cui Teliqalipukt (vecchia conoscenza dei lettori di Roberto Vecchioni), di seduta in seduta, si fa cantastorie per Dio. Da Catullo a JFK, passando per Shakespeare e Federico II, i protagonisti dei racconti - che danno forma a un unico romanzo - sono accomunati dalla volontà di ribellarsi a un destino che appare già segnato.

E così scopriamo che Oscar Wilde dopo anni di carcere vive sotto falso nome nel nord della Francia; che il matematico Évariste Galois muore in duello non a causa di una donna ma per il risultato sconvolgente delle sue ricerche; che sir Alec Guinness si converte dopo uno strano colloquio in una chiesa durante le riprese del film in cui veste i panni di padre Brown; che il campione del mondo di scacchi Capablanca non ha perso il suo titolo come credevamo.

Roberto Vecchioni torna a emozionarci con la sua affabulazione rapinosa e lieve, con le sue storie un po' sghembe capaci di cogliere e svelare, d'incanto, gli abissi dell'animo umano.

I personaggi di queste storie sono decisamente speciali: hanno sfidato Dio inventandosi un destino diverso da quello che sembrava già scritto. Oscar Wilde, JFK, Federico II, Shakespeare... Grandi uomini che tutti conosciamo, si direbbe. Eppure questa parte della loro storia nessuno ce l'aveva raccontata.

«Sembra quasi che lo facciano per farmi dispetto, gli uomini: arrivati a un certo punto è come se s'incidessero un'altra linea della vita sulla mano. No, non parlo di peccati, quelli son minuzie: dico il corso del loro destino. È come se in un'immaginaria scacchiera non accettassero più le diagonali di un alfiere, i salti di un cavallo, le rette di una torre. E spacciano questa falsa libertà per uno scacco a me, uno scacco a Dio. Ecco cosa mi tormenta e cosa voglio capire: dove ho sbagliato?»

 


                              La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

di Hannah Arendt

"Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo, in aereo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso, 'in concorso con altri', crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l'umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale." Hannah Arendt va a Gerusalemme come inviata del "New Yorker". Assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il giornale sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro al caso Eichmann. Ne nasce un libro scomodo: pone le domande che non avremmo mai voluto porci, dà risposte che non hanno la rassicurante certezza di un facile manicheismo. Il Male che Eichmann incarna appare alla Arendt "banale", e perci" tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di questo secolo non hanno la "grandezza" dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.

 


APRILE  2016

"L'INFINITO TRA PARENTESI"

Storia sentimentale della scienza da Omero a Borges

Marco Malvaldi accantona temporaneamente la sua serie di libri gialli e rispolvera il proprio passato da ex ricercatore di chimica all’Università di Pisa per proporsi come un irriverente professore capace di far riflettere e sorridere.

“L’atteggiamento di chi dice che la poesia e la fisica sono due cose diverse non è molto lontano da quello di chi userebbe due pentole diverse per bollire l’acqua dei fusilli e quella dei maccheroni”

Nel 1964 un bastimento carico di cinquemila pecore scozzesi affondò sciaguratamente nei pressi del Golfo di Aden. Oltre al dolore per la perdita dei preziosi ovini, si dovette affrontare un pericolo assai più grave, ossia il rischio di contaminazione, per colpa delle carcasse putrescenti, delle desalinizzate acque potabili del Kuwait, costringendo la popolazione locale alla sete. Un ingegnere danese si occupò della risoluzione del problema, ideando un metodo per riportare a galla il vascello in tempi brevi e limitare i danni dell’inquinamento. Propose di rovesciare una quantità esorbitante di palle di polistirolo all’interno del relitto per riportarlo a galla. Sorprendentemente il sistema ebbe successo e, forte della prospettiva di ricavarci un guadagno, l’ingegnere decise di tutelare la sua invenzione. Tuttavia all’ufficio brevetti ebbe una sgradita sorpresa. Ben dieci anni prima della sua intuizione, vi era stato qualcun altro ad apporre il sigillo di paternità su quel sistema tanto desueto: Qui, Quo e Qua, i tre odiosi nipoti di Paperino, in un albo della fortunata serie, vaticinavano l’ingegnosa soluzione ingegneristica, negando al danese la soddisfazione, morale ed economica, della propria impresa.
La penna di Malvaldi, come si evince da questo episodio, è capace di digressioni al limite del comico, dei pretesti surreali che l’autore, prendendo in prestito fatti realmente accaduti e interpretandoli alla luce delle proprie competenze scientifiche, riesce a sfruttare per delineare l’assunto su cui si regge l’intero testo: metodo scientifico e fantasia letteraria non sono binari che corrono paralleli, poiché essi in realtà, sin dall’antichità, sono state fonti di ispirazione per la descrizione dei fondamenti della Natura. La storia del progresso umano è infatti influenzata da previsioni letterarie che presagivano l’avvento di tecnologie impensabili, suggestioni capaci di ispirare generazioni di scienziati. Il ragionamento razionale ha alla sua base un’ispirazione puramente emotiva, come la poesia, poiché la mente umana, non importa se debba interpretare le leggi dell’elettrodinamica o descrivere il profumo della donna amata, agisce, in origine, sempre per analogie. Una formula matematica descrive un’uguaglianza tra due parti di un’equazione allo stesso modo con cui Ungaretti attraverso il celeberrimo “M’illumino di immenso” fa corrispondere la breve frase – parole dell’autore – a “tutte le mattine di tutti i luoghi di tutti i tempi e le sensazioni di qualsiasi spettatore”.
Il testo è suddiviso in dieci capitoli, ciascuno dei quali - aperto da una poesia il cui contenuto sarà connesso con il tema principale - descrive un episodio di influenza reciproca tra finzione letteraria e scienza. Si inizia con Omero e si finisce con Gozzano e Borges, passando per il De Rerum Natura di Lucrezio - un eccezionale unicum nella storia del pensiero umano - un testo scritto in versi ad avere l’ardire di descrivere scienze naturali e filosofia, un poema enciclopedico in cui si evocano gli atomi e un mondo i cui cieli sono sgombri dagli dei.


CURARSI CON LA REGALO -TERAPIA

Jacopo Fo

Il grande poeta Ferruccio Benzoni stava seduto sopra una sedia impagliata e mi raccontava di quel che era successo poco prima con una ragazza francese, mentre stavano baciandosi sulla spiaggia di Cesenatico favoriti dal buio della notte. Lei lo aveva guardato negli occhi e gli aveva mormorato, con quella voce rutilante che hanno solo le ragazze francesi: “Ferrucciò, tu est un solitaire…” E lui era andato già di testa per quella frase che secondo lui fotografava la sua anima e il mattino dopo mi lesse una poesia folgorante che sapeva di birra tedesca e di mare salato. Certo lui era un grande poeta… Ma chi a 18 anni non si è sentito un solitario? O una solitaria…

Gli zapatisti del Chapas sono convinti che noi occidentali siamo ammalati di solitudine a causa dell’individualismo. Considerano una vera e propria malattia del corpo e della mente la nostra tendenza a sentirci soli. Loro riescono a concepire la loro vita solo come partecipazione a una comunità. Un’idea che noi abbiamo difficoltà anche solo a pensarla.

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Il senso della collettività è una pulsione primaria naturale che noi abbiamo in parte soffocato. Quando ti metti al servizio degli altri non ti stai sacrificando ma stai prendendo il piacere di fare stare bene le persone che ami: non c’è niente di più bello (ma quante persone ami al di fuori della tua famiglia ristretta?).
Per noi occidentali il senso della collettività è qualche cosa che ha a che fare con la rinuncia a un vantaggio personale. È generoso chi si priva di qualche cosa per gli altri, è egoista chi vuole tenersi tutto per sé. Sono ormai molte le ricerche che dimostrano che fare un regalo provoca una serie notevole di reazioni psicofisiche che innalzano le secrezioni di endorfine e dopamine, droghe naturali che provocano piacere e benessere. Anche chi riceve il regalo sperimenta gradevoli reazioni fisiologiche ed euforia, ma in misura minore di chi il regalo lo fa. È un fenomeno che ha a che fare pure con i neuroni a specchio: vedi il piacere di chi riceve il regalo e nel tuo cervello passa una meravigliosa corrente elettrica in tutti i neuroni che vengono shakerati quando sei tu che ricevi il regalo.

Il che peraltro dimostra che l’essere umano è fisiologicamente buono. Si chiama empatia. La capacità di sentire le emozioni degli altri fisicamente, si condividono le sensazioni che la persona di fronte a noi sta provando. Un fenomeno straordinario scientificamente misurato ma di cui si parla poco. Nittamo Montecucco ha addirittura dimostrato che dopo circa 30 minuti che un gruppo di esseri umani fa la stessa cosa insieme (ballare, marciare, fare meditazione…) si sintonizzano le onde cerebrali, cioè il diagramma dell’intensità delle onde alfa, delta eccetera diventa sovrapponibile.

Quindi se fossi in te diffiderei di medici e psicologi che non ti prescrivono di fare arte, fare sesso, ridere, avere molti amici e far regali. Ma il valore del senso della collettività va oltre i benefici immediati che si traggono dal donare. Il nostro cervello sta bene quando identifica tutto intorno a sé e non vede pericoli. Il massimo di relax il cervello lo trae quando ci troviamo in mezzo al nostro branco. Avere intorno a noi altre persone con le quali siamo in empatia e tutti ci proteggiamo reciprocamente dai pericoli. Sentirsi parte di un gruppo solidale, sentirsi accettati, protetti, aiutati è un bisogno primario potentissimo, paragonabile al bisogno di cibo o al desiderio sessuale. I nostri progenitori saziavano il loro immenso bisogno di coccole spulciandosi e provvedendo all’igiene personale reciproca. Era un sommo godimento (1).

La società moderna ci ha privato di gran parte delle cure reciproche, ha ristretto parecchio lo spazio per coccole, abbracci, grattini e massaggi e limitato pure il numero di persone con le quali questi contatti sono moralmente accettabili. Viviamo una pazzesca deprivazione tattile ed empatica.
Il sangue dei nativi australiani che vivono in comunità primitive ha 5 volte la quantità di serotonina del bianco medio. Loro si alzano al mattino e sono già drogati di benessere.

E questo nostro stato di miseria emotiva è amplificato da una cultura che continuamente ci ripete che siamo soli contro tutti, dobbiamo chiuderci a chiave e armarci ma restiamo comunque sotto la minaccia di milioni di criminali che desiderano solo farci a pezzi. Questo malanno lo puoi curare solo incrementando la tua vita sociale. Così magari ti rendi conto che sforzandoti un po’ puoi trovare esseri umani che non hanno come unico scopo quello di farti del male. Poi coprili di gentilezze e regali. Prima e dopo i pasti.
Non è semplice, vista la paranoia dominante, ma è possibile cadere nel circolo vizioso della fiducia reciproca, del dono, del rispetto e della cooperazione. È un gorgo! Perché quando sperimenti la possibilità di far parte di un branco poi non riesci più a smettere.

Nota 1: Per lungo tempo gli zoologi malati di competitività individualista in modo grave, hanno sostenuto che per uno scimpanzé essere spulciato è un segno di potere, perché i soggetti alfa non spulciano i beta. Restava però il fatto che tutti spulciavano i bambini. Erano tutti sottomessi ai bambini? Poi si è scoperto che siccome durante lo spulciamento gli scimmioni si mangiano le pulci dell’altro, essi si trasmettono anticorpi e questo avviene seguendo una gerarchia salutista: i bambini sono la miglior fonte di anticorpi, quindi tutti li spulciano. I soggetti beta (potenzialmente più cagionevoli di salute) aumentano la quantità di anticorpi ingeriti spulciando gli alfa, il contrario sarebbe negativo perché gli alfa rischierebbero di prendere malattie dai beta. Cioè tra alfa e beta c’è uno scambio paritario: spulciamento in cambio di anticorpi e surplus alimentare (le pulci… bleaaaah!!!).


MARZO  2016

Il complesso di Didone.

Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?

Un articolo dedicato a tutte le donne . Grazie all’Autrice Galatea Vaglio

DIDONE, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.

Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.

Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.

Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi equel posto lì te lo regalo.”

Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”

Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.

Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.

Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.

Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.

Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ‘sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.

Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.

Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.

Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.

E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.

Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.

Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.


FEBBRAIO  2016

CATANIA: STORIE E MODI DI DIRE

 

L'elefante di Catania

A un’antica leggenda è riportata l’origine dell’elefante di Catania, che dal 1239 è il simbolo ufficiale della città. Questa leggenda racconta che quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e pericolosi furono messi in fuga da un elefante, al quale i catanesi, in segno di ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata con il nome popolare di liotru, che è una correzione dialettale del nome di Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo, che fu fatto bruciare vivo nel 778 dal vescovo di Catania san Leone II il Taumaturgo, perché Elidoro, non essendo riuscito a diventare vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con varie magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra. Diverse ipotesi sono state fatte dagli studiosi per spiegare l’origine e il significato della statua di pietra, che oggi troneggia in Piazza Duomo, nella sistemazione datale dal Vaccarini nel 1736.Di queste ipotesi due meritano un cenno: la prima è quella dello storico Pietro Carrera da Militello (1571-1647),che nel suo libro Memorie Historiche della città di Catania,lo spiegò come simbolo di una vittoria militare riportata dai catanesi sui libici;ipotesi che ha generato il telone del teatro Bellini di Catania,perché il pittore Sciuti nel 1890,per l’inaugurazione del teatro,vi raffigurò proprio questa immaginaria vittoria dei catanesi sui libici. L’ipotesi più attendibile è però quella espressa dal geografo arabo Idrisi nel XII secolo :secondo Idrisi,l’elefante di Catania è una statua magica,costruito in epoca bizantina,proprio per tenere lontano da Catania le offese dell’Etna ;questa sembra la migliore spiegazione che si possa dare sul simpatico pachiderma,cui i catanesi sono legatissimi,tanto da minacciare una sommossa popolare,quando nel 1862 si ventilò la proposta di trasferire u liotru dalla Piazza Duomo alla periferica piazza Palestro. L’Elefante e il mago Eliodoro

 

     All'elefante di piazza Duomo è attribuito un nome popolare di oscuro ordine e cioè << Liotru >> o << Diotru >>.

    Secondo la leggenda il nome deriva da quello di Eliodoro o Diodoro.

    Questo strano personaggio, famosissimo mago esperto in incantesimi, tramutava gli uomini in bestie e avvicinava oggetti molto lontani.

    Riuscì persino a sfuggire alla condanna a morte inflittagli dai potenti della città.

Neanche il grande Costantino riuscì ad avere la meglio sui suoi prodigi.

    Fu solo il vescovo Leone, detto il Taumaturgo, cioè il guaritore, che liberò, attraverso un esorcismo, Catania dalla ingombrante presenza dell'inquieto personaggio.

    L'elefante entra nella leggenda di Eliodoro perché pare fungesse da cavalcatura del mago per i suoi rapidissimi viaggi da Catania a Costantinopoli.  

 

 

Il cavallo senza testa

 

La Catania del '700 ci presenta una leggenda davvero affascinante, quella del cavallo senza testa.

Questa leggenda è ambientata nella bellissima Via Crociferi; in questa via i numerosi nobili che vi abitavano nel '700, e che vi tenevano i loro notturni conciliaboli o per intrighi amorosi o per cospirazioni private, e quindi non volevano essere notati, e tanto meno riconosciuti, fecero spargere la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa, e perciò nessuno vi si avventurava una volta calate le tenebre. Soltanto un coraggioso giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e come prova di questo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle monache Benedettine, che la tradizione vuole costruito in una sola notte nel 1704. Gli amici accettarono la scommessa, e l’ardimentoso giovane, munito di scala, del grosso chiodo e del martello, si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache, e vi piantò il chiodo (ancora se ne vede il buco), ma, nell’eccitazione non si accorse di avere attaccato anche un lembo del suo mantello al muro, sicché quando volle scendere dalla scala, si sentì afferrato a una mano invisibile, il giovane credette allora di essere stato afferrato dal cavallo senza testa, e ci rimase secco.

Aveva vinto la scommessa ma la leggenda del cavallo ebbe una clamorosa conferma, e nessuno si azzardò più di passare di notte per Via Crociferi.

I Giganti Ursini

 

Se dal periodo Bizantino passiamo a quello arabo-normanno, troviamo la leggenda dei giganti arabi Ursini sconfitti dal normanno Ruggero, che recava l’insegna cristiana della Madonna: ed è evidente il fondamento storico di questa leggenda, che adombra l’effettiva lotta dei normanni cristiani contro gli arabi musulmani, nonché il tentativo di dare una spiegazione al nome del più illustre monumento catanese, il Castello Ursino, il quale sembrava invece che debba il suo nome ad un Castrum Sinus, cioè  “castello a mare”, che in epoca romana e bizantina sorgeva su un promontorio, a guardia del porto e della città.

     Se ora il Castello Ursino è lontano dal mare, ciò è dovuto alla tremenda colata lavica del 1669, che lo circondò completamente, e si spinse per oltre tre chilometri nel mar Ionio.

 

La leggenda di Billonia

Billonia era una donna minuta, tutt’altro che sgraziata, era "la fioraia della Villa, sfiorita per conto suo, ma con la camicetta ostinatamente sfavillante di dorati lustrini" . Andava anche su e giù per via Etnea "con i fasci di fiori di campo, le margherite, le rose, che offriva alle coppiette di fidanzati sperando di ricevere una ricompensa, e di sera si piazzava davanti ai teatri" In fondo, era un’immagine gentile con i suoi coloratissimi costumi ricchi di nastri, un’immagine che sotto i lustrini tentava di nascondere un’immensa povertà. Ma c’era anche un pizzico di femminile civetteria in quello strano abbigliamento! Andava spesso in giro con la madre "ma gli stenti le avevano rese uguali e sarebbe stato difficile capire, a vederle, chi di esse fosse la più vecchia" . D’inverno trascorrevano gran parte delle giornate sui gradini della chiesa di San Biagio, in piazza Stesicoro, ma d’estate si trasferivano al giardino Bellini, sempre popolato di catanesi che accorrevano ad ascoltare i concerti della banda: e lì Billonia poteva raggranellare qualche soldino in più. Poi la madre morì, e poco dopo scoppiò il primo conflitto mondiale: "e, mentre il mondo dava addio ai divertimenti e alle spensieratezze di un tempo, neanche Billonia, la semplice e inutile fioraia, travolta dai tempi e dalla guerra, ebbe più motivo di sopravvivere". Nessuno la vide più.

Lago di Nicito

In seguito all’eruzione dell’Etna del 496 a.C.,il corso del fiume Amenano fu colpito dalla lava nelle vicinanze dell’attuale piazza S.Maria Di Gesù e,di conseguenza si formò uno specchio d’acqua della profondità di circa 15 metri e dalla circonferenza di 6 Km.Era uno dei luoghi più belli e incantevoli di cui Catania poté vantarsi fino al 600.Era circondato da piccole colline e sulle sue rive sorgevano ville incantevoli, ritrovo della società brillante catanese. Fu chiamato lago di Anicito (detto poi Nicito) il cui nome deriva, probabilmente,dall’aggettivo greco aniketos (invitto),che viene a sua volta da Nike (vittoria). Il lago era così grande che l’8 settembre 1652, ricorrendo la festa della Madonna fu teatro di una imponente regata navale. Il lago fu completamente distrutto e scomparve in seguito alla terribile eruzione dell’Etna del 1669. Dopo aver distrutto numerosi centri etnei,il torrente di lava si diresse su Catania e il 15 aprile,invasa la campagna a nord-est della città e la valle di Anicito,si riversò nel lago stesso,colmandolo in sei ore. L’unico ricordo che del lago oggi rimane è il toponimo che fu assegnato negli anni venti alla strada che collega la via Plebiscito a piazza S.M.Di Gesù.

 

Il paladino Uzeta

 

All’età  feudale si fa rimontare la storia del paladino catanese Uzeta (che sebbene figlio di povera gente, divenne cavaliere e sposa la figlia del re): ma essa è una favola romantica senza nessun fondamento storico, ed infatti è nata dalla fantasia del giornalista catanese Giuseppe Malfa. Questo paladino dalla nera armatura è quindi creatura assolutamente fantastica, e non ha proprio nulla da spartire con lo storico personaggio del duca Paceco de Uzeda (vicerè spagnolo della Sicilia alla fine del sec. XVII) il cui nome è ricordato dalla porta Uzeda di piazza Duomo, perché egli volle la ricostruzione di Catania, distrutta dal terremoto del 1693, ed infatti vi spedì il suo architetto militare Giuseppe Lanza, duca di Camastra, cui si deve l’attuale forma topografica della città.

Leggende legate al terremoto del 1693

 

 

     A questo terribile cataclisma sono legate due leggende catanesi quella di "DonArcaloro" e quella del vescovo Carafa.

     La prima di queste due leggende narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera locale, e con la sua vociaccia gridò a Don Arcaloro di affacciarsi subito, perché gli doveva dire una cosa di grande importanza: ne andava di mezzo la vita! Don Arcolaro, conoscendo il tipo, ordinò che la facessero salire. La vecchia strega allora confidò al barone che quella notte gli era apparsa in sogno Sant'Agata, la quale supplicava il Signore di salvare la sua amata città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi, aveva rifiutato di concedere la grazia, ed aggiunse la terribile profezia "Don Arcaloru, Don Arcaloru, /dumani, a vintin’ura, /a Catania s’abballa senza sonu!", e cioè "Don Arcaloro, donArcaloro, domani, alle 14, a Catania si ballerà senza musica!". Il Barone capì subito di quale ballo la vecchia parlasse, e si rifugiò in aperta campagna, dove attese l’ora fatale, e puntualmente all’ora indicata dalla strega il terremoto si verificò.

Un vecchio quadro settecentesco, riprodotto da Salvatore Lo Presti, rappresenta il barone catanese con l’orologio in mano, in attesa della funesta ora.

 

La seconda leggenda relativa al terremoto del 1693 è quella che riguarda il vescovo di Catania Francesco Carafa, che fu a capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua cara città il terribile terremoto. Ma nel 1692 egli morì, e l’anno dopo, venute meno le sue preghiere Catania fu distrutta. Nell’iscrizione posta sul suo sepolcro, che si trova nel Duomo di Catania, si legge infatti: "Don Francesco Carafa, già Arcivescovo di Lanciano poi Vescovo di Catania, vigilantissimo, pio, sapiente, umilissimo, padre dei poveri, pastore così amante delle sue pecorelle, che poté allontanare da Catania due sventure da parte dell’Etna, prima del terremoto del 1693. Dopo di che morì. Giace in questo luogo. Fosse vissuto ancora, così non sarebbe caduta Catania.

 

TRATTARI CU LI 'NGUANTI GIALLI!

   (Trattare bene, rispettare. Nell'ottocento e fino ai primi anni del nostro secolo, erano in uso i guanti, che oltre ad essere un comodo riparo per le mani, servivano anche a distinguere i vari ceti sociali della gente. Tra le persone raffinate e benestanti, considerate, a ragione o a torto, educate e rispettose, andavano di moda per l'appunto i guanti di colore giallo) .

 

 LU CUNTU DI PITICANEDDU

  (Anticamente, i nostri progenitori erano soliti raccontare avventure e gesta di personaggi o di eroi tratti da romanzi, dalla storia o dalle fiabe. A volte, qualche narratore, improvvisava un racconto, e, non ricordandolo bene, finiva per confondere le idee a chi stava adascoltare. Piticaneddu era  appunto un personaggio di fantasia, la cui storia, tramandata di generazione in generazione, ha subito tali e tante trasformazioni, che nessuno più è stato in grado di conoscere le vere ed originarie avventure. Pertanto, ancora oggi, si dice “mi pari lu cuntu di Piticaneddu”, ad una persona, che, non riesce a farsi capire).

CCHIÙ CHI CRISCI, CCHIÙ 'NTINTISCI.

     (Più cresce e più diventa cattivo e prepotente.  Frase, spesso pronunciata da mamme o nonne nei confronti di ragazzini, che pur richiamati varie volte, continuano a fare i capricci.

La parola '"ntintisci" che vuol dire "diventa più cattivo", deriva dalla parola siciliana "tintu" che appunto sta per: monello, discolo o cattivo e a sua volta ha origine dal verbo "tingere" o meglio "macchiare, sporcare". Quindi "essiri tintu" è come essere macchiati di qualche colpa o non essere proprio limpidi o puliti nella coscienza. Anche la frase "Fari tinturii" equivale a fare cattiverie o tenere comportamenti scorretti).   

 PASSARI IN CAVALLARIA

    (Finire nel dimenticatoio. Si dice quando una cosa viene volutamente ignorata, dimenticata o tenuta nascosta agli altri, per far sì che non se ne parli più.

Nel mondo della milizia a cavallo, occorre fare un lungo tirocinio prima di passare effettivi a far parte della cavalleria, considerata un ordine di grande prestigio, la cui peculiarità sono: la nobiltà, la generosità, la cortesia e i modi galanti. Infatti "essiri un veru cavaleri" è un grande complimento ad una persona, che sa bene comportarsi, specie con le donne. Per un giovane, quindi, passare in cavalleria era come lasciare le vecchie abitudini ed allontanarsi da tanti vecchi amici, che a poco a poco lo avrebbero dimenticato).

 BEDDA PUMATA PI LI CADDI!

  (Bella pomata per i calli ! E' una espressione ironica per definire   un cattivo soggetto. Tale modo di esprimersi ha origine dai   numerosi venditori ambulanti che vendevano "miracolosi prodotti"   per eliminare i calli, ma che alla prova dei fatti si rivelavano  veri e propri imbrogli) . 

 

SENTISI FRISCARI ARICCHI

    (Chi non ha mai detto: "mi friscanu aricchi ! sa' cu m'annintuva ! " . Letteralmente vuol dire <<Mi sento fischiare le orecchie. Chissà chi sta parlando di me !>> . Questa espressione, di uso comune ancora oggi, trova origine in un antico e diffuso pregiudizio. Anticamente, si credeva appunto che, quando si avvertiva un ronzio ad un orecchio, ci si trovasse sulla lingua di qualcuno. La credenza consisteva nel fatto che, se il ronzio fosse stato nell'orecchio destro, allora la cosa era a fin di bene. Viceversa se era l'orecchio sinistro a fischiare, ci si doveva cautelare perché qualcuno stava parlando male. In ogni modo si chiedeva, quasi sempre ad una persona, di pronunciare un numero da 1 a 21, dopodiché, risalendo alla lettera dell'alfabeto che occupava la stessa posizione, si pensava a qualche nome di amici o parenti che iniziasse con quella stessa lettera. Da qui' si poteva dedurre, a seconda del primo nome che veniva in mente, chi potesse essere la persona che aveva provocato il "friscare di l'aricchi") .

 

 CHI 'NNICCHI E 'NNACCHI!

   ( "Ma che c'entra ! ", "ma che mi  racconti ! " , come voler dire anche: "ma questa cosa non ha  senso! " Il detto, molto probabilmente trova origine nel motto latino “ Nec hic, nec hoc“ che vuol dire “Né questo, né  quello” .

STRITTA UN CI VENI E LARGA UN CI TRASI

    (È il motto degli incontentabili, ai quali, non và bene mai niente).

 FARISI LA MUSCAGNA

    (La frase indica un modo di pettinare i capelli, che era in voga nel periodo in cui visse il grande musicista Pietro Mascagni (n.1863-m.1945), autore della famosa Opera lirica Cavalleria Rusticana. "Li capiddi fatti a la muscagna", meglio se detti "a la Mascagni", erano per l'appunto una imitazione del modo in cui si pettinava il celebre Maestro, che  portava i capelli tutti all'indietro).

 

CHI BEDDU SPICCHIU

    (E' un'espressione che solitamente viene rivolta ai ragazzi in senso di rimprovero per qualche loro mancanza, o scorretto comportamento. "Lu spicchiu" era un oggetto casalingo costruito in argilla cotta in svariate forme, che munito di stoppino immerso nell’olio, veniva acceso per illuminare le case, quando ancora non c’era l'energia elettrica).

FARI VIDIRI LI SURCI VIRDI

    (E' la minaccia di una severa punizione nei riguardi di qualcuno. Il detto trae origine dal periodo fascista (1922-1942) in cui imperversavano le cosiddette squadracce, che punivano gli oppositori del regime. "I sorci verdi" erano un gruppo di fascisti aviatori, che intimorivano la gente con continui raid aerei, specie durante gli avvenimenti bellici).

FARI A FIGURA DI PEPÈ

   (Fare una figuraccia. La frase proviene dall'"Opira di li pupi”, un'arte tipica della Sicilia, ancora viva, ma che rischia di scomparire. Infatti sono ormai pochissimi i teatrini di marionette, che sopravvivono solo per la passione e la costanza del proprio "burattinaio". Un  personaggio noto "nell'Opira di li pupi" di qualche decennio fa, veniva chiamato Don Pepè, o anche Peppennino e si esibiva in parti ridicole e avventure, che terminavano sempre nel modo peggiore. Da quì l'origine del detto).

 ESSIRI CU LU CULU 'NTERRA

    (Ridursi in miseria a causa di iniziative fallite o per troppi debiti, che difficilmente potranno essere onorati. L'origine di questo detto, si fa risalire al periodo storico del Medioevo, quando i debitori insolventi, venivano denudati dei pantaloni e venivano costretti a posare le natiche a terra, tra la derisione della gente).

TIRITIPPITI E TIRITAPPITI

    (È un modo alquanto simpatico di abbreviare un discorso o un racconto, omettendo fatti e situazioni facilmente immaginabili. Può anche significare  "eccetera, eccetera". La parola "tiritappiti" proviene da "tappina" (scarpa) e da"tappiti", che indica il rumore dei passi).

ESSIRI BANNERA DI CANNAVAZZU

    (Paragonare una persona ad una bandiera ricavata da uno straccio é come dirle che non ha onore e non merita alcuna stima)

QUANNU U TÒ DIAVULU IVA A SCOLA, U ME ERA DUTTURI

    (Il detto è molto caro ai sapientoni immodesti. Piace molto alle persone anziane, che spesso si prestano a dare consigli ai più giovani, vantandosi delle loro esperienze di vita).

 

 AVIRI LI VERTULI CHINI E LA PANZA VACANTI

    (Avere le bisacce piene di buone cose e la pancia vuota. Si addice a persone che pur disponendo di beni materiali e non, si trovano nella condizione di non poterne fare uso. È simile al detto "Quantu cassateddi haiu a la Francia e ccà moru di fami").

 

BOTTA DI SALI CHI CI VENI!

    (È una imprecazione verso qualcuno che ha provocato qualche guaio. In certi casi può anche essere considerata una grave maledizione. L'origine di tale frase si fa risalire all'antico e duro lavoro dei minatori, che estraendo il sale in anguste, pericolose e buie gallerie del sottosuolo agrigentino, specie a Racalmuto, sbattevano la testa contro le pareti rocciose, procurandosi a volte, gravi ferite).

 

FARISI 'NFINUCCHIARI

    (Farsi imbrogliare. Il detto trae origine da un'erba aromatica che nasce spontanea e copiosa in tutta la Sicilia, chiamata "finuccheddu di campagna" o finocchietto selvatico. Questo, ha numerose virtù, ed oltre ad essere un tipico ingrediente per numerose pietanze, quali ad esempio “la pasta cu li sardi” o “a la milanisa" e il“minestrone di San Giuseppe”, ha anche la proprietà di curare e migliorare la vista, oltre che a favorire la digestione. Ma uno dei poteri più importanti e curiosi é quello di ridare sapore al vino andato a male. Anticamente, gli osti che avevano del vino guasto, offrivano gratis ai loro clienti i finocchietti crudi prima di farli bere, in modo che, non si accorgessero dell'inganno e pertanto, così facendo, li potevano "infinocchiare".

ESSIRI 'NA TAPPA DI LASAGNA

    (La "tappa" nel dialetto siciliano corrisponde ad una macchia della pelle e quindi ad un piccolo difetto. Una"tappa" sulle lasagne fatte in casa dalle antiche massaie, poteva significare che l'impasto non era del tutto omogeneo e puro. La frase rivolta ad una persona, serve a qualificarla come ottusa, inetta, stupida).