C.U.G. - Sulle pari opportunità

Versione stampabileVersione stampabile

MAGGIO  2016

Si parte per l'America, per gli Special Olympics World Games. La squadra italiana è formata da 101 campioni, ma gli atleti vengono da tutto il mondo. Si tratta di olimpiadi speciali perchè gli atleti hanno disabilità mentali ma lo sport ha cambiato la loro vita. Le olimpiadi vanno in onda in tutto il mondo, ma ovviamente non in Italia.

Dalla ginnastica artistica alla ritmica, dal basket alla pallavolo, i ragazzi sono agitati ma anche contenti, "Noi abbiamo già vinto". Tra una gara e l'altra i ragazzi hanno anche il tempo di mettere i piedi nell'oceano, di giocare e ballare trasformando le strade in una vera discoteca. Le telecamere delle iene non riescono ad assistere a tutte le gare, ma ogni volta è un emozione. I giorni passano e i ragazzi iniziano a sentire la nostalgia di casa, Francesco invita le Iene in camera, vuole mandare un messaggio alla sua fidanzata Chiara, e tra una chiacchierata e l'altra si scoprono anche gli altarini, anche Priscilla è innamorata di Francesco, ma di chi sia innamorato il ragazzo non si capisce. Alcuni ragazzi non riescono a parlare o si muovono difficilmente, ma una volta in campo, la forza di trasforma e i ragazzi diventano campioni di vita.

Occasione perduta!

Rio 2016: Paralimpiadi e Olimpiadi accorpate? Disabili.com / luglio 2015/

Ha ancora senso la separare le due manifestazioni? E se invece di distinguere Paralimpiadi e Olimpiadi si creasse un unico grande appuntamento con lo sport?

Rio 2016 è il prossimo grande appuntamento con lo sport mondiale di altissimo livello: dal 5 al 21 agosto del prossimo anno si svolgeranno lì le Olimpiadi. Staccate di poco più di due settimane - quasi un evento a sé - ci saranno poi le Paralimpiadi, dedicate allo sport per disabili, con gare di atleti con diverse disabilità.

Da sempre le Paralimpiadi seguono di qualche giorno la versione “regina” delle gare a cinque cerchi raccogliendo, di fatto, quello che rimane della grande attenzione mediatica concentrata nei primi giorni di competizioni. Ma a sfidarsi, anche quando si tratti di Paralimpiadi, sono sempre atleti di altissimo livello: campioni  capaci di performance sportive incredibili. Ha senso, dunque, continuare  a tenere distinti questi due eventi? E’ possibile che la loro separazione, nonostante la crescente attenzione verso le Paralimpadi, contribuisca anzi a sottolineare le differenze tra gli atleti, alimentando addirittura il pregiudizio sociale nei confronti della disabilità?

A chiederselo, in particolare, è l’Associazione Spes contra Spem, cooperativa romana che si occupa anche di disabilità, che non solo ha lanciato la provocazione, ma è anche curiosa di sapere cosa ne pensa la gente,  proponendo un sondaggio anonimo.

Nelle considerazioni a favore di una integrazione tra le due manifestazioni tutt’ora distinte, Spes contraSpem riporta anche i pensieri del neonatologo e bioeticista Carlo Bellieni, esposti in un articolo pubblicato su Sport Ethics and Phylosophy, organo ufficiale della Società Britannica di Filosofia dello Sport, nel quale Bellieni si domanda sia ancora sensata questa separazione.

Considerando, ad esempio, la separazione non esistente tra olimpiadi maschili e femminili, sottolinea le analogie con quella tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Non si tratta forse in entrambi i casi di grandi atleti, in grado di compiere imprese sportive di primo livello?

Tuttavia, il tema è molto meno banale di quello che può sembrare, e chiama in causa diversi aspetti e questioni, non ultimi quelli organizzativi. Ad esempio: unendo le manifestazioni, si riuscirebbe a garantirne copertura mediatica completa, considerando la grande quantità di gare? E ancora, sommando al medagliere tutte le medaglie nazionali (conquistate in Olimpiadi e Paralimpiadi), potrebbero risultare svantaggiati quei Paesi più arretrati (anche per cause economiche) sul fronte dello sport per disabili. D’altro canto, non distinguere tra le gare di atleti con disabilità e quelle di atleti normodotati, potrebbe contribuire a una maggiore integrazione tra gli stessi campioni, ma anche e soprattutto  a migliorare la percezione degli atleti disabili agli occhi del pubblico e della società civile che segue globalmente le gare, anche solo abituandola a una realtà più eterogenea.

Breve storia delle Paralimpiadi

L’introduzione dello sport nell’ambito della disabilità ha inizio durante la Seconda guerra mondiale, quando ci si rende conto che i tradizionali metodi di riabilitazione non sono più sufficienti per le necessità mediche e psicologiche dei civili e dei soldati rimasti menomati durante il conflitto. È il medico Ludwig Guttmann, neurologo e neurochirurgo immigrato dalla Germania, a introdurre lo sport come forma di ricreazione e aiuto per la riabilitazione nel centro per lesioni spinali da lui fondato in Gran Bretagna.

Da quel momento iniziano a essere disputate gare sportive che porteranno alla nascita delle Paralimpiadi vere e proprie.

Le prime si svolgono a Roma nel 1960, anche se il termine ufficiale “Paralimpiadi (dal suffisso greco “para” nel senso di parallelo) è stato adottato nel 1988.

I Giochi Paralimpici sono ormai abbinati sistematicamente ai Giochi Olimpici dal 19 giugno 2001, quando è stato siglato un accordo tra il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e il Comitato Paralimpico Internazionale (IPC). Il logo, composto da 3 elementi (“tae-geuk”) rispettivamente rosso, blu e verde, simboleggia la mente, il corpo e lo spirito, che ricorrono anche nel motto “Spirit in motion”, spirito in movimento.

Fra i pionieri del movimento va citato l’austriaco Sepp Zwicknagl, che perse in guerra entrambe le gambe e sciava con protesi. Da allora, molte soluzioni tecniche sono state ideate e provate: dalle grucce terminanti in piccoli sci dalle protesi, ai seggiolini-slitta, all’uso di una guida che a voce segnala le particolarità della pista all’atleta non vedente.

I primi Giochi Olimpici Invernali, ufficialmente riservati agli atleti diversamente abili, si tengono nel 1976 in Svezia, a Ornskoldsvik. Vi partecipano 250 atleti, ma bisogna aspettare il 1992, per vedere Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali nella stessa sede, ad Albertville. Intanto i numeri crescono. Mille atleti disabili si ritrovano a Lillehammer, in Norvegia, nel 1994.

Francesco Cusati  - Presidente del Gruppo Sportivo Dilettantistico Non vedenti Milano Onlus


APRILE  2016

                 Pa e concorsi per disabili: no alle graduatorie on line

Nuovo intervento del Garante privacy. Vietata la pubblicazione di dati sanitari di centinaia di persone

Stop del Garante privacy  alla pubblicazione delle graduatorie di concorsi riservati ai disabili sui siti istituzionali di alcune Province e una Regione. I nominativi di centinaia  di persone disabili, spesso associati a data e luogo di nascita,  risultavano immediatamente visibili in rete tramite l'inserimento delle rispettive generalità nei più diffusi  motori di ricerca. Nei documenti erano riportati  in chiaro anche informazioni ritenute eccedenti o non pertinenti (come il reddito, la percentuale di invalidità civile, il punteggio derivante dall'anzianità, il numero di familiari a carico).

Il Garante ha dichiarato illeciti i trattamenti di dati effettuati dagli enti territoriali perché non conformi al Codice privacy che non consente la diffusione di informazioni sulla salute, tanto più on line. Oltre al provvedimento di divieto, il Garante ha prescritto alle Province interessate e alla Regione di mettersi in regola per il futuro con la pubblicazione di atti e documenti on line. Gli enti dovranno attenersi alle disposizioni della normativa e delle Linee guida in materia di trasparenza emanate dall'Autorità,  adottando ogni cautela per evitare, in particolare, la diffusione di dati sanitari.

L'Autorità, inoltre, si è riservata di valutare, con separato provvedimento, gli estremi per contestare alle P.a. la violazione amministrativa prevista per l'infrazione del Codice. I casi attuali si aggiungono a numerosi episodi analoghi per i quali l'Autorità è dovuta intervenire a tutela della riservatezza vietando la pubblicazione dei dati sensibili.

A settembre dello scorso anno, il presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, ha scritto al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Sergio Chiamparino, per richiamare l'attenzione della Conferenza sulla preoccupante prassi di pubblicare sui siti web degli enti pubblici atti e documenti contenenti dati personali estremamente delicati come quelli riferiti alla salute, in particolare alla disabilità.

Il Garante ha chiesto, inoltre, di valutare la possibilità di assumere specifiche iniziative affinché i trattamenti di dati effettuati da soggetti pubblici siano sempre rispettosi delle norme previste in materia di tutela della riservatezza.

Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome


MARZO  2016

CATANIA   8  MARZO : L'ELENCO DEI MUSEI GRATUITI PER LE DONNE

Avevamo precedentemente parlato dell’iniziativa a livello nazionale di martedì 8 marzo dedicata alla festa delle donne. Anche il comune di Catania ha aderito, ha aderito all’iniziativa del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e aprirà  gratuitamente alle donne i musei.

castello ursinoDi seguito riportiamo la lista dei Musei

  • Castello Ursino, Piazza Federico di Svevia
    Visitabile la mostra “Chagall – Love and Life” e le collezioni civiche.
  • Palazzo della Cultura via Vittorio Emanuele 121
    Visitabili le mostre
    “ Fino all’Ultimo respiro”
    “Texture design”
  • Museo Belliniano, Piazza S. Francesco d’Assisi, 3
  • Museo Emilio Greco Piazza S. Francesco d’Assisi, 3.

IL  PAESE  DELLE  DONNE

Maria Teresa Panchillo (Mapuche)

Si terrà a Torino, dal 18 al 20 marzo, il terzo convegno internazionale “Culture Indigene di Pace, i Sentieri della Terra”, organizzato dall’associazione Laima. Un’occasione per parlare di società matriarcali, interconnessione fra tutte le specie viventi e salvaguardia della Terra. Fra gli ospiti: Maria Teresa Panchillo e Yessica Huenteman Medina (Mapuche del Cile), Malika Grasshoff (Cabilia di Algeria), Susun Weed (Usa), Jeremy Narby (Canada), Michel Odent (Francia), Pierre di Vallombreuse (Francia). Ne abbiamo parlato con una delle ideatrici, l’artista e antropologa Morena Luciani Russo.

Il termine “matriarcato” non significa “dominio delle donne”, come ci insegna Heide Goettner-Abendroth. Perché è importante sottolineare e studiare questo concetto?

Io preferisco parlare di società matriarcali o di matriarcati. Usare il termine matriarcato al singolare richiama a un concetto fisso, a una struttura sempre uguale, così come lo intendevano gli studiosi maschi di fine ‘800, come Bachofen ad esempio, che sebbene abbia il merito di aver portato attenzione al mondo matriarcale, lo ha romanzato e letto secondo le lenti di un uomo di quell’epoca, contribuendo a creare quel cliché che ancora oggi avvicina il matriarcato alla ginocrazia, cioè al dominio delle donne.

Non esiste un matriarcato, sono esistite ed esistono tutt’oggi delle società matriarcali anche molto diverse tra di loro che possiedono però alcune caratteristiche comuni. Vivono la natura come matrice di vita e il nucleo sociale si muove intorno a coloro che la vita la creano e hanno più interesse a difenderla: le donne, i bambini e le bambine. Gli uomini onorano questo principio e qualsiasi azione che vada contro la Terra e contro le donne è considerata inaccettabile. Non c’è dominio di un genere su un altro, la Terra non appartiene a un singolo e le donne non appartengono all’uomo che scelgono. Vivono con i loro fratelli ed eventuali mariti nella famiglia di origine, il cui punto di riferimento è di solito la donna più anziana o più matura, nel senso quella che risulta più responsabile e capace di amministrare le risorse collettive e di facilitare le decisioni che vengono prese dal gruppo.

Quindi un’altra forma di famiglia?

In realtà quelli che possiamo osservare oggi nelle società matriarcali sono gli esempi più vicini ai nostri modelli biologici di base. È stata la relazione madre-figlio/a a costituire il passaggio di transizione dalle antropomorfe ai primi ominidi e questo nucleo era sostenuto da relazioni parentali come fratelli, sorelle, nonne. A quanto pare era il modello che funzionava meglio e che tuttora funziona bene, Adinolfi e company dovrebbero studiare meglio prima di definire “naturale” la famiglia nucleare patriarcale. Solo che il cliché del “dominio delle donne” è ancora molto forte, c’è molta ignoranza e pregiudizio sui matriarcati. Tutti si rifanno agli studi ormai superati e non tengono conto delle società viventi e del lavoro attuale della Abendroth o di Francesca Rosati Freeman. Così si dà vita ad accese battaglie tra chi nega che ci siano le società matriarcali, chi mette i puntini sulle i, utilizzando il termine matrifocale o gilanico, chi fa delle società matriarcali un manifesto politico per attuare una società di sole donne. Quello che emerge dagli studi di oggi e dalle testimonianze che abbiamo raccolto in questi anni è che le società matriarcali esistono, sono egualitarie, risolvono i conflitti attraverso metodi non violenti, sono caratterizzate da una spiritualità connessa alla Terra e da un’equa distribuzione delle risorse economiche.

Come ti sei avvicinata a queste tematiche?

Da artista in primo luogo. La passione per l’arcaico ha caratterizzato da sempre i miei studi e le mie ricerche, ma non sapevo ancora nulla del neolitico. Una sera ho improvvisamente disegnato una donna con uno strano viso, una grande pancia e grandi seni, non era il mio linguaggio, a quel tempo lavoravo molto con il colore e con immagini stilizzate, quella era un’immagine forte, arrivata quasi per caso. Scoprii qualche giorno dopo di avere nel ventre il mio primo figlio. Ma non fu solo un messaggio per la mia nuova vita di madre perché la stessa settimana girovagando in biblioteca notai un libro sul quale era raffigurata una donna tremendamente simile a quella che avevo disegnato. Era una delle statuine di Cipro e da lì sentii che c’era una traccia da seguire. Divorai i libri di Gimbutas, di Riane Eisler e poi quelli di Vicki Noble e Luciana Percovich, due donne che sono state fondamentali nel mio percorso intellettuale e spirituale. Mi sono avvicinata agli studi matriarcali anche grazie all’incontro con Genevieve Vaughan e alle amiche dell’Associazione Armonie di Bologna. Loro per prime hanno tradotto il lavoro di Heide Goettner Abendroth, quando ancora non esistevano libri in italiano.

Quindi sono state le tue ricerche sulla spiritualità femminile a guidarti?

Sì, assolutamente. La spiritualità femminile è ri-nata verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo quando in ambito archeologico, antropologico, storico e artistico è emersa la documentazione di un tempo in cui le donne erano onorate come emanazioni della Signora della vita, cioè un principio femminile che era molto più antico dello Zeus olimpico e del Dio Padre monoteista. In tutto quel fermento di scoperte sulla civiltà della Dea, la domanda che molti e molte si posero fu: “se è esistita una spiritualità femminile di cui le donne erano viste come le depositarie ancestrali, qual era, come era fatta la società in cui questa spiritualità si inseriva?”. Chi comincia un percorso di spiritualità femminile e si immerge nella cultura della Dea si ritrova prima o poi a farsi certe domande e allo stesso modo chi studia le società matriarcali non può negare la spiritualità femminile, sono due discorsi profondamente collegati. Però il termine “matriarcale” era appunto molto discusso, non eravamo sicure di volerlo usare e da lì che nacque l’idea di “Culture Indigene di Pace”.

Sentivo che era importante dare voce a chi in queste società ci vive, anche per confrontarci rispetto alle idee che noi occidentali ci eravamo fatte in merito. Così attraverso la collaborazione con Luciana Percovich, Sarah Perini e Daniela Degan abbiamo costruito le basi per dar vita al convegno. Ci sembrava bello creare un’occasione nazionale per radunarci, conoscere e discutere anche con chi i valori matriarcali cerca di portarli nella società necrofila in cui viviamo.

Ake Dama e Najin Lacong esponenti del popolo Moso insieme a Francesca Rosati Freeman , Morena Luciani Russo e la traduttrice Federica Carmana (convegno sulle culture indigene di pace del 2012)

Laima e il Convegno sulle culture indigene di pace, nel 2012, hanno portato per la prima volta in Italia delle rappresentanti del popolo Moso, anche conosciuto come il “Paese delle donne” o anche popolo senza mariti (e senza mogli). Quest’anno fra i numerosi ospiti ci saranno Maria Teresa Panchillo e Yessica Huenteman Medina (Mapuche del Cile) e Malika Grasshoff (Cabilia di Algeria). Come sei riuscita a contattare queste donne e come hanno risposto all’invito di Laima?

Portare in Italia le donne Moso è stata un’impresa epocale riuscita solo grazie all’aiuto di Francesca Rosati Freeman: come si può ben immaginare non è facile far espatriare esponenti di una minoranza etnica dalla Cina. I contatti arrivano comunque quasi tutti dalla nostra rete di conoscenze internazionali, libere studiose e studiosi che si occupano da anni di questi temi. Tutte le persone che abbiamo invitato fino ad ora hanno sempre accettato con molta gioia, sono molto orgogliose della loro cultura e onorate di poterne parlare.

Nei convegni Laima ha sempre dato ampio spazio ai laboratori e all’arte, come succederà ad esempio nel workshop di sabato 19 marzo 2016 (pomeriggio) sui disegni e scritti magici delle donne berbere nordafricane oppure in quelli di domenica 20 marzo (mattina) con Susun Weed sulla medicina erboristica e sull’Arte Mapuche, fra i molti altri proposti. Perché questa scelta?

Perché non vogliamo limitarci ad una conoscenza concettuale di una cultura e se lasciamo spazio solo alle parole e a un convegno frontale rimaniamo su un livello prettamente razionale, perdiamo l’aspetto relazionale e profondo e rimaniamo in quello che noi chiamiamo “il sistema dominante”. La sfida è riuscire a comunicare sui vari livelli, far sì che la piramide si trasformi in un cerchio che comprende tutte le parti del sé e in questo processo l’arte è un canale preferenziale.

Qualche parola in più sull’arte. Penso, ad esempio, alla presenza del fotografo Pierre de Vallombreuse, che parlerà domenica pomeriggio. Cosa ti lega al suo lavoro in particolare e, in generale, perché l’arte non manca mai nelle tue attività e nelle tue ricerche?

L’arte è una chiave di accesso alla realtà nella sua interezza. In una società che riscopre il sacro nella materia e nella terra, l’arte tornerebbe al suo posto, portando bellezza e armonia nel quotidiano, farebbe parte del processo di celebrazione della profondità della vita e non l’effimera superficie o lo specchio di questa società maschilista e violenta. Quando ho visto il lavoro che Pierre ha fatto su alcune società matriarcali dell’Asia, sono rimasta colpita dalla sua capacità di cogliere l’essenza di queste culture e sono molto curiosa di sentire il suo punto di vista di uomo. È importante imparare a “rimatrizzare” la realtà, come dice l’attivista indigena Bernedette Muthien ed è necessario che donne e uomini portino entrambi il proprio contributo in questa direzione.

 


FEBBRAIO  2016

Il sud avanza anche nelle tecnologie

Grazie ai premi per le start up che coinvolgono tutto il nostro stivale, vediamo che si fanno avanti molti progetti nuovi ed alcuni ideati da donne.

Un tempo sud e donne erano lasciati indietro dagli avanzamenti- tecnologici che  si presentavano quotidianamente. Anche le start up erano appannaggio di un’area del paese più vicina alle innovazioni, tagliando di fatto fuori l’altra metà. Invece adesso, grazie ai premi per le start up che coinvolgono tutto il nostro stivale, vediamo che si fanno avanti molti progetti nuovi e creativi  ed alcuni ideati da donne.

Questo è il caso di Roberta Ventrella che  ha  vinto l’anno scorso  il primo premio Academy con Selframes ed ora  sta entrando  in produzione. Napoletana classe ’83, ha studiato architettura 5UE presso la facoltà Federico II di Napoli e la Facoltà Ludovico Quaroni della Sapienza di Roma 

Come sei arrivata a questo edizione dell’Academy imprenditoriale di 012 Factory www.012factory.it/academy?
Ero da circa tre anni impegnata nel sviluppare la tecnologia di un sistema costruttivo per strutture fai da te quando partecipai ad un evento dove veniva presentata l’Academy di 012 Factory e la possibilità di partecipare ad un percorso formativo imprenditoriale che dall’idea portava alla realizzazione di un azienda mettendo inoltre in palio un premio per l’avvio dell’attività. Avendo sviluppato il sistema ma non avendo competenze dal punto di vista dello sviluppo di un azienda pensai che poteva essere un ottima occasione di formazione e di validazione del prodotto.

Ce ne parli ?
E’ stata senza alcun dubbio una della esperienze più importanti della mia vita non solo per il valore degli strumenti che mette a selframesdisposizione il percorso formativo dei 12 moduli dell’Academy ma per aver avuto la possibilità di sperimentare uno dei concetti che all’interno di 012Factory si vive di più, la contaminazione delle idee. La “Factory” è un luogo reso vitale dalla presenza e il confronto continuo con imprenditori, artisti, sportivi e gli stessi altri partecipanti alla prima edizione dell’Academy con i quali l’atmosfera della competizione è stata presto messa da parte per lasciare spazio ad un clima di collaborazione molto produttivo reso tale anche dal fatto che le 30 idee selezionate erano molto diverse l’una dall’altra. Già dai primi moduli è iniziata la collaborazione con Lara Bernardi conosciuta all’interno dell’Academy. La sua esperienza di gestione aziendale e commerciale ha fatto in modo che sviluppassimo un percorso completo per lo sviluppo dell’idea tanto da essere alla fine premiato. Con la vittoria della prima Academy di 012Factory Selframes da che era un progetto oggi è un’ impresa iscritta nell’elenco delle start up innovative della camera di commercio di Caserta, non potrei essere più felice dei passi fatti fino ad oggi.

Quale prodotto hai portato?
Selframes è un sistema costruttivo composto da giunti sferici in plastica e aste in alluminio. Il sistema  sfrutta le caratteristiche costruttive delle strutture reticolari spaziali:forza, leggerezza, modularità e facilità di montaggio, e le trasferisce nel campo delle strutture temporanee, oggi impiegate per usi domestici come oggetti di arredo o piccole coperture. Una tecnica elementare perché ognuno possa costruire un oggetto o idearne uno. I prodotti  Selframes  sono progettati in modo da essere intercambiabili cosi da poter essere smontati e costruiti in un altra configurazione e possono essere personalizzati per colori e serigrafie dei pannelli di copertura.
Lavori sul progetto da sola o hai dei partner?
Selframes ha un team di persone che lavorano al suo sviluppo: Lara Bernardi per la parte commerciale, io per lo sviluppo del prodotto, dalla progettazione alla produzione e il team di 012 Factory che ci supporta dal punto di vista di gestione aziendale, consulenza ingegneristica, legale, informatica e maketing.

Selframes è un prodotto destinato all’arredamento?
Non solo. Il primo studio ha portato alla realizzazione di oggetti di arredo di interni intercambiabili, ma già con la prima linea di prodotti, grazie anche alle richieste dei clienti, abbiamo sviluppato una serie di allestimenti fieristici, scenografie e coperture per esterni(gazebo, tunnel). Le caratteristiche principali del sistema, grande resistenza, leggerezza e modularità danno la possibilità di costruire un infinito numero di soluzioni che cambiano per geometria e colore, inoltre l’uso dei pannelli, che possono essere serigrafati con immagini, opere d’arte o brand, danno la possibilità di aprire la strada ad applicazioni in molti settori.

Hai contatti con aziende che potrebbero implementare la parte produttiva? E se no, come le stai cercando?
Il nostro lavoro si è concentrato in questa prima fase nell’esternalizzare tutto il processo produttivo. Collaboriamo già con aziende per la produzione delle plastiche, colorazioni e stampa sui pannelli e con una grande azienda napoletana che ci permette di completare tutto il processo con la produzione dei pannelli e l’assemblaggio degli elementi.

Che  cosa ne pensi dell’Academy di Caserta? Molti giovani e molte donne?
Tutti del sud? Possiamo dire che il sud avanza?
Credo che la formazione e la conoscenza siano alla base di qualsiasi attività si intraprenda. La possibilità che da’ il programma dell’Academy di 012Factory è fondamentale non solo come punto di partenza ma come metodo, anche per cercare di limitare quegli errori che solitamente si fanno e ragionare in maniera concreta sulle problematiche.
Durante la prima Academy c’era una percentuale altissima di donne e la media dell’età era sui 30 anni credo e la maggior parte proveniva da campania e sicilia, tutte persone che assieme a tante altre che ho conosciuto in quest’anno lavorano con impegno sulla loro idea di azienda incoraggiandomi a portare avanti la mia.

E quest’anno che progetti avete?
Organizzata la parte più amministrativa e organizzativa adesso  stiamo procedendo alla sua commercializzazione. Abbiamo anche vinto  premi nazionali ed Europei. Possiamo dire che abbiamo finalmente preso il volo.

 


DICEMBRE  2015

La donna che decise di non alzarsi

di  Diletta Gasparo

Oggi quando saliamo sul bus ci lamentiamo delle condizioni da acciughe sott'olio in cui siamo costretti a viaggiare, del prezzo del biglietto (caro assai, se parliamo di Ataf) e dei ritardi che dovremo giustificare avendo scelto i mezzi pubblici.
Quasi impensabile pensare che quasi sessant'anni fa un bus come un altro, a Montgomery, in quello stato dell'America centro-orientale che è l'Alabama, sarebbe stato il teatro dell'inizio di un'enorme rivoluzione civile.

Rosa Parks, una signora di mezz'età, il primo dicembre del 1955, verso le 18, stava tornando a casa da lavoro. Come tutti i giorni, salì sul bus di Cleveland Avenue che l'avrebbe portata verso il meritato riposo. Tutti i posti a sedere erano occupati. Tutti tranne uno. Peccato che quel posto libero si trovasse nella parte anteriore del veicolo, quella parte che la legge riservava ai cittadini bianchi. Rosa ci pensò un attimo e poi decise di sedersi comunque. Aveva lavorato tutto il giorno facendo la sarta in un grande magazzino e la sua stanchezza era esattamente uguale a quella di chiunque altro: per quale motivo avrebbe dovuto fare il viaggio stando in piedi quando un posto era libero? Qualche fermata più avanti salirono altre persone sul bus. Quando videro che Rosa era seduta in uno dei posti riservati ai bianchi, le ordinarono di alzarsi. Ma Rosa quella sera era davvero stanca: non tanto stanca per una giornata di lavoro, quanto stanca di essere trattata come una persona di seconda categoria. Come scrisse in seguito nel suo diario: “Le persone dicono sempre che io non mi alzai perché ero stanca, ma questo non è vero. Non ero stanca fisicamente, o almeno non più stanca di quanto non lo fossi alla fine di una giornata di lavoro. Non ero vecchia, nonostante alcune persone pensano che fossi vecchia. Avevo quarantadue anni. No, non ero stanco di niente se non di arrendermi”.
Resosi conto di cosa stava succedendo, il conducente del veicolo si fermò e ricordò che la legge prevedeva che quei posti fossero riservati ai cittadini dalla pelle chiara. Di fronte ad un ulteriore rifiuto della "donna che non si alzò" (“the woman who didn't stand up”), venne richiesto l'intervento della polizia, che arrestò Rosa e la portò in carcere accusandola di aver violato le norme cittadine e di aver tenuto una condotto impropria.

Le reazioni non si fecero aspettare: subito iniziarono le proteste. Il tentativo di organizzare il dissenso fatto da cinquanta leader per la lotta in difesa dei diritti civili, tra i quali figurava un uomo che sarebbe passato alla storia proprio per il suo contributo alla causa, Martin Luther King, furono accompagnati da alcune reazioni violente. Il giorno successivo iniziò immediatamente il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery: per 381 giorni decine e decine di bus rimasero fermi, fino a quando la legge dal 1900 che prevedeva l'esistenza di posti di serie A e posti di serie B sugli autobus della città non venne abolita. L'anno successivo, nel 1956, la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe incostituzionale la legge che prevedeva la segregazione razziale sugli autobus di Montgomery.

Rosa Parks, che ricordiamo oggi, nel nostro piccolo, a otto anni dalla sue scomparsa (24 ottobre 2005), con il suo semplice ma travolgente gesto riuscì a dare il via ad una stagione di proteste che vide emergere personalità come quelle di Martin Luther King e riuscì ad annoverare tra i suoi successi molto vittorie negli scontri sui diritti civili negli Stati Uniti. Oggi, ben consapevoli dei grandi passi avanti che sono stati fatti, non possiamo fare a meno di notare come le difficoltà economiche connesse alla crisi tornano ad accentuare spaccature nella società che rimarcano quelle che negli anni '50 separavano i bianchi dai neri sui bus. Se oggi sui mezzi pubblici ognuno può sedersi dove vuole, è bene non dimenticare che i dati sull'occupazione, il reddito e l'istruzione evidenziano come la popolazione afroamericana (assieme a quella ispanica) abbia mediamente più difficoltà degli altri.

C'è ancora tanto bisogno di una donna che decida di non alzarsi.


A colpo d’occhio

 

L’autonomia nello svolgimento delle attività della vita quotidiana assume una particolare importanza per il benessere dell’individuo, anche in relazione alle necessità assistenziali che si accompagnano alla sua perdita. Queste attività vengono individuate utilizzando la scala Iadl (Instrumental Activity of Daily Living - Lawton), che indaga la capacità dei soggetti anziani di compiere funzioni fisiche complesse (p. esempio, preparare i pasti, effettuare lavori domestici, assumere farmaci, andare in giro, gestirsi economicamente, utilizzare un telefono) che consentono a una persona di vivere da sola in maniera autonoma. passi d’Argento utilizza le Iadl per descrivere gli over 64enni fragili.

 

Nel mondo scientifico sono due essenzialmente i paradigmi che definiscono la fragilità:

  • Il paradigma biomedico: Fried e Coll. (2004) hanno definito la fragilità come «una sindrome fisiologica caratterizzata dalla riduzione delle riserve funzionali e dalla diminuita resistenza agli “stressor” risultante dal declino cumulativo di sistemi fisiologici multipli che causano vulnerabilità e conseguenze avverse»
  • Il paradigma bio-psico-sociale: Gobbens e Coll. (2010) definiscono la fragilità come «uno stato dinamico che colpisce un individuo che sperimenta perdite in uno o più domini funzionali (fisico, psichico, sociale), causate dall’influenza di più variabili che aumentano il rischio di risultati avversi per la salute».

La prevenzione efficace della fragilità nell’anziano richiede conoscenze sui fattori di rischio e la possibilità di poter quantificare e identificare il target di intervento che richiede attenzioni, preventive e assistenziali, e risorse che devono essere oggetto di programmazione sanitaria sia a livello centrale sia a quello locale.

 

Passi d’Argento, oltre a individuare come fragili gli anziani con disabilità (si utilizza l’indice di dipendenza nelle attività della vita quotidiana - Adl. Fonte: Katz TF. A.D.L. Activities of Daily Living. Jama 1963;185:914), con problemi di memoria e/o che vivono in residenze per anziani (Rsa) o casa protetta, secondo la definizione bio-psico-sociale, definisce fragili gli over 64enni non autonomi in 2 o più attività strumentali della vita quotidiana.

 

Distribuzione del pool secondo l’autonomia nelle Iadl


OTTOBRE  2015

Baroni e D'Anna: il disprezzo delle donne abita nel Parlamento italiano

di Nadia Somma

Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi”.

E’  un articolo della Convenzione di Istanbul approvata  con il voto unanime dell’aula del Senato nel giugno del 2013. Chissà dove erano i senatori Lucio Barani e Vincenzo D’Anna, rispettivamente  medico e biologo, sospesi solamente cinque giorni per  aver fatto gesti volgari nei confronti della senatrice Barbara Lezzi. Barani mimava una fellatio e D’Anna  forse per dare man forte al collega abbassava le mani all’altezza del propri genitali. Chissà se questi due signori sanno che il femminicidio non riguarda  solo uccidere, stuprare, molestare sessualmente ma si nutre di quella sottocultura che disprezza le donne e le considera subalterne agli uomini. Il sessismo germoglia e prolifera in assenza di coscienza come il razzismo e l’omofobia. Viene perpetuato col linguaggio, alimentato da pregiudizi, dalla paura e incapacità di relazionarsi su un piano di parità con il genere femminile.

 

Questi due senatori della Repubblica che chiamiamo “onorevoli” erano preoccupati di  non essere stati ripresi dalle telecamere ma dovrebbero domandarsi che relazioni hanno con le donne e con quel luogo chiamato Senato dove si comportano come fossero avventori della peggiore bettola. In loro difesa è intervenuto Luigi Zanda, capogruppo Pd, che  ha accusato le donne del M5S di provocazione rispettando la logica delle chiacchiere da bar. Quelle che quando una donna viene  stuprata  sentenziano: “Se l’è cercata”.

La senatrice Lezzi ha sottovalutato il problema quando ieri  ha detto: “Ora, come gruppo parlamentare  vorremmo superare questa vicenda, lasciarcela alle spalle, e tornare a lavorare perché la gente fuori da questo Palazzo ha altre aspettative ed esigenze”. La pagina femminista di Facebook ‘Noi non ci stiamo’ le ha manifestato solidarietà e ha pubblicato un documento di protesta ma  ha criticato le sue dichiarazioni perché quel sessismo riguarda tutte le donne e i loro diritti  non si possono sacrificare sull’altare di una riforma costituzionale. Non servono smentite a presunte richieste di posticipare l’effetto della sanzione. La sanzione scelta parla da sé e racchiude tutto il disegno volto a derubricare i fatti, come se fossero irrilevanti di fronte a una “ragione politica superiore. La regola del benaltrismo è sempre in agguato quando si parla di diritti e dignità delle donne e spiace quando  le donne la applicano nei confronti di sé stesse anche con una ingenua generosità come ha fatto la senatrice. Ma la questione non può essere liquidata dando del porco a chi insulta o accettando le sue scuse. Esiste uno  stretto legame tra sfregio della Costituzione e disprezzo dei diritti altrui, compresi quelli delle donne.

Non è la prima volta che i politici denigrano sessualmente le donne soprattutto quelle delle fazioni avverse e in una sorta di dinamica tribale aggrediscono “la femmina del nemico”. La lista sarebbe lunga. Cito alcuni episodi. Lo fece il deputato Massimo Felice De Rosa nel gennaio del 2014, nei confronti di alcune colleghe: “Le donne del pd sono qui solo perché brave a fare pompini” e rinforzò la frase sostenendo che in Parlamento (le donne) entrano così e lo pensavano tutti gli italiani. Lo fecero nel 2003 alcuni deputati nei confronti di una ventina di colleghe che contestarono la legge sulla fecondazione assistita: “Voi siete contrarie alla legge perché volete continuare ad essere scopate”. Ed è del tutto ininfluente accostare nomi e sigle di partito. Il sessismo è trasversale.

Come possono  questi  personaggi legiferare per contrastare  tutte le discriminazioni che collocano il nostro Paese fra gli ultimi per la parità di genere?

Le istituzioni sprofondano in un pantano, legislatura dopo legislatura, inghiottite dalla visceralità primitiva di personaggi scelti da un sistema clientelare e affaristico e tutto questo mi ricorda la metamorfosi dei gremlins nel passaggio dal cosmo al caos. Invece il Parlamento dovrebbe accogliere i migliori. Non è così da un bel pezzo. Del resto solo la peggiore delle legislature poteva sfigurare la nostra Costituzione con una riforma che farebbe rivoltare nella tomba tutti coloro che per quella carta sono morti 70 anni fa.


Assenze per malattia, scarso rendimento del lavoratore:

è davvero possibile licenziare a discrezione?

di Monica Rota*

La disciplina del licenziamento del dipendente in caso di assenze per malattia è contenuta nell’art. 2110 del codice civile.

Questa norma stabilisce – in un modo che almeno fino ad oggi è risultato oggettivo e insindacabile – il periodo in cui vige il diritto alla conservazione del posto di lavoro (c.d. periodo di comporto) e l’impossibilità di licenziare in ragione della malattia. E lo stabilisce attraverso il richiamo alle specifiche disposizioni contenute nei contratti collettivi, che fissano il tetto massimo di assenze.

Oltre tale limite il lavoratore è immediatamente licenziabile, senza che il datore di lavoro debba fornire alcuna ulteriore ragione o prova: è sufficiente elencare nella lettera di licenziamento i giorni di assenza e la durata complessiva della stessa.

Queste sicurezze paiono tuttavia essersi incrinate dopo la sentenza della Corte di Cassazione n. 18678 del 2014, seguita da successivi e recenti provvedimenti del Tribunale di Milano, che stanno aprendo un vivace dibattito sul tema delle assenze per malattia e del licenziamento per scarso rendimento (Trib. Milano, ordinanze n. 1341, del 19 gennaio 2015 e n. 26212, del 19 settembre 2015).

Più precisamente la Corte di Cassazione, nella sentenza richiamata, ha affermato la legittimità del licenziamento di un dipendente, intimato in ragione di ripetute assenze “agganciate” ai giorni di riposo e comunicate all’ultimo momento (senza superamento del periodo di comporto), in quanto – a detta della Corte – avrebbero determinato scarso rendimento ed una prestazione lavorativa non proficuamente utilizzabile per il datore di lavoro, incidendo negativamente sulla produzione aziendale.

La prima delle succitate ordinanze del Tribunale di Milano ha richiamato la sentenza della Cassazione e, sancendo che il numero dei giorni di assenza sarebbero stati idonei a giustificare “l’interruzione, per ragioni oggettive, di qualsivoglia rapporto di lavoro”, si spinge a sostenere che in ragione dell’attività svolta dalla società vi fosse ancor più la “necessità di poter confidare, con ragionevole continuità temporale, sulla presenza quotidiana dei singoli addetti, pena la scopertura di alcuni dei servizi resi”.

Stando a questi “principi”, dunque, un lavoratore dovrebbe cercare di contenere i giorni di malattia in ragione dell’ipotetico e rilevante disservizio creato in azienda? E pregiudicare il proprio diritto a curarsi e la propria salute? Ma la norma non mirava a tutelare (e contemperare) gli interessi in gioco?

Appare poi estremamente pericoloso il passaggio dell’ordinanza che si riferisce al tipo di attività svolta da una società, poiché introduce un livello di discrezionalità assolutamente inaccettabile, in ragione del quale i livelli di “tolleranza” sarebbero diversi a seconda dell’attività imprenditoriale svolta e, aggiungerei, della capacità organizzativa aziendale di sostituire il dipendente momentaneamente assente.

Invece l’unico dato da accertare è (o dovrebbe continuare ad essere) il seguente: o esiste uno stato di malattia certificato, e quindi vi è un diritto alla salute che deve essere tutelato entro i limiti che abbiamo detto, o non esiste. E’ scontato infatti che occorra partire dal presupposto della sussistenza e veridicità dello stato di malattia certificato, anche perché, se così non fosse, il datore di lavoro avrebbe comunque altri strumenti di accertamento (visite di controllo, ecc.).

La seconda ordinanza del Tribunale di Milano ha invece accolto il ricorso del lavoratore licenziato, senza tuttavia disporne la reintegra (stabilendo soltanto il pagamento di un’indennità risarcitoria), avendo ritenuto la non manifesta insussistenza dello scarso rendimento, sulla scorta della seguente considerazione: la società avrebbe dimostrato che l’elevato numero di assenze e le modalità di fruizione delle stesse avrebbero generato un impatto negativo per l’organizzazione aziendale.

Nel caso di specie il lavoratore aveva effettuato numerose assenze (sempre senza superare il periodo di comporto) e tali assenze avevano generato difficoltà a livello organizzativo (ma qualunque assenza genera difficoltà in azienda, per la necessità di sostituire il dipendente o per una diversa distribuzione del carico di lavoro sugli altri dipendenti!).

L’incertezza che contraddistingue tali pronunce è evidente e quindi rimangono sul tavolo le seguenti domande: quante sono le assenze per malattia che possono produrre un disagio organizzativo? A seconda dell’attività svolta dalla società è possibile alzare o diminuire il limite della “tolleranza” del datore di lavoro? Quando può dirsi non più proficuamente utilizzabile una prestazione e quindi rendere legittimo un licenziamento per scarso rendimento?

A mio avviso le risposte non possono che risultare totalmente arbitrarie con conseguente scardinamento di principi fondamentali, anche garantiti costituzionalmente, e confliggendo apertamente con il principio fondamentale della certezza del diritto.

A chiusura si segnala che la Corte di Cassazione, in un recentissimo intervento del settembre 2015, ha chiarito che mentre lo scarso rendimento è caratterizzato da colpa del lavoratore, non altrettanto può dirsi per le assenze dovute a malattia, e quasi a voler rimettere ordine su un tema tanto delicato, ha statuito: “E poiché è stato intimato per scarso rendimento dovuto essenzialmente all’elevato numero di assenze, ma non tali da esaurire il periodo di comporto, il recesso in oggetto si rivela ingiustificato” .

L’auspicio è che tale “ripensamento” riporti il tema della tutela del lavoratore assente per malattia nel solco tracciato da una giurisprudenza più che trentennale e arrivi definitivamente a contrastare l’interpretazione che Confindustria vorrebbe far passare su situazioni di questo tipo relativamente ai rapporti di lavoro in era Jobs Act. Si segnala peraltro che alcune aziende hanno introdotto il criterio numerico delle assenze/presenze per valutare positivamente/negativamente l’operato dei dipendenti (dichiarando più o meno performante la prestazione), facendo rientrare nel computo, pertanto, anche criteri discriminatori quali quelli legati ad assenze per maternità e paternità, per malattia, permessi ex L. n. 104/92 o permessi sindacali.

SETTEMBRE  2015

Le disuguaglianze di salute nei percorsi assistenziali:
Equità nell’accesso a cure e servizi
L’accesso ai servizi e alle prestazioni sanitarie può influire sulle disuguaglianze di salute.
Un’equa fruizione dei servizi dipende, oltre che dalle caratteristiche delle persone che si rivolgono al sistema sanitario (età, sesso, salute e posizione sociale), anche da quelle dell’offerta, come accessibilità fisica, economica, culturale dei servizi, qualità dell’assistenza e stili della pratica medica.
La posizione sociale di un individuo – in particolare il livello di istruzione – ha ripercussioni sull’accesso alle cure: le persone con livello di istruzione più alto hanno più possibilità di conoscere e contrastare i fattori di rischio, di riconoscere i sintomi, di scegliere le strutture più adeguate,ma anche di ottenere e comprendere informazioni sulla loro salute.
Le persone di bassa posizione sociale, avendo meno competenze e reti sociali utili, possono avere difficoltà nell’accesso all’assistenza sanitaria e meno possibilità di ricevere trattamenti efficaci.Disuguaglianze socio-economiche nell’accesso a interventi efficaci ed appropriati
Interventi di prevenzione
Meno vaccinazione per i figli di madri con basso titolo di studio Il titolo di studio influenza l’adesione alle vaccinazioni raccomandate.Per esempio, nel caso della pertosse il 67% delle madri laureate vaccina i propri figli contro il 52% delle madri in possesso di licenza elementare o prive di qualsiasi titolo.
 Maggiore prevalenza di ipertensione per le donne con licenza elementare
Prevalenza di ipertensione: 8% per le donne laureate e 19% per quelle che hanno al massimo la licenza elementare
nella fascia di età tra i 35 e i 49 anni Cure dentali più difficili anche per il ceto medio. L’abbandono delle cure o la necessità di affrontare spese sanitarie troppo elevate rispetto alle proprie capacità (cosiddette spese “catastrofiche” che conducono all’impoverimento)non interessano solo i settori meno abbienti della popolazione,ma coinvolgono molte famiglie appartenenti al ceto medio.In particolare, nel 2007 il 16% delle famiglie più povere e l’8% diquelle del ceto medio hanno rinunciato a prestazioni dentistiche per motivi economici, facendo apparire sempre più l’odontoiatria
come un vero e proprio problema sociale.
Le disuguaglianze di salute nei percorsi assistenziali
Piu’ ricoveri per patologie in cui l’ospedalizzazione è considerata evitabile per i più svantaggiati Le persone con un livello di reddito più basso hanno una probabilità di ricovero molto maggiore rispetto ai più ricchi per diabete mellito, ipertensione arteriosa, angina pectoris,scompenso cardiaco, asma bronchiale e Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), in cui l’ospedalizzazione è considerata potenzialmente evitabile se è presente una assistenza territoriale efficace (medici di medicina generale,assistenza ambulatoriale). In particolare il rischio è risultato quattro volte maggiore per la BPCO e per lo scompenso cardiaco; le differenze sono maggiori tra gli uomini e nella fascia di età tra 45 e 65 anni rispetto ai più giovani.
Minore frequenza corsi pre–parto, meno allattamento esclusivo alseno, più tagli cesarei per le donne con basso livello di istruzione Le donne meno istruite partecipano meno ai percorsi di preparazione al parto e effettuano più parti cesarei. Anche l’allattamento esclusivo che, negli anni passati, era praticato dalle donne di classi sociali più basse ha avuto un’inversione di tendenza.In uno studio epidemiologico su oltre 88.000 nascite di residenti a Roma registrate tra il 1990 e il 1996 è stata osservata una relazione inversa tra livello socioeconomico e incidenza di parto cesareo: le donne con minore livello di istruzione avevano una probabilità maggiore del 24% diavere un parto cesareo rispetto alle più istruite.
Assistenza territoriale e ospedaliera
Le persone svantaggiate sono più vulnerabili a cure inappropriate, proprio nella categoria d’età e di stadio della malattia in cui si potrebbero ottenere più benefici rispetto alla regressione della malattia e alle chance di sopravvivenza. In uno studio condotto a Torino sono state raccolte informazioni sui casidi tumore al polmone a piccole cellule nel periodo 2000-2003 e studiate le caratteristiche dei percorsi di cura - trattamenti di chirurgia, chemioterapia, radioterapia e altre terapie.Le persone con un basso livello d’istruzione avevano una probabilità più alta del 60% di essere sottoposte al solo trattamento chemioterapico e/o radioterapico e di oltre il doppio di accedere a terapie palliative rispetto al più appropriato trattamento chirurgico.Più chemioterapia, radioterapia e cure palliative rispetto agli interventi chirurgici per i più svantaggiati
Disuguaglianze socioeconomiche negli esiti delle cure
Mortalità più elevata dopo intervento di bypass per i più svantaggiati. Eccesso di mortalità tre volte maggiore per
le persone di basso livello socioeconomico rispetto ai soggetti appartenenti alle classi sociali più alte, a 30 giorni dall’intervento di bypass anche a parità di età, genere, tipo di patologia ischemica, comorbidità ed eventuali altre procedure chirurgiche effettuate durante il ricovero.
Più effetti avversi, infezioni e ulcere dopo intervento elettivo di sostituzione protesica dell’anca per i più svantaggiati
La bassa posizione socio-economica è associata con un rischio più alto di eventi clinici avversi, infezioni sistemiche e ulcere da decubito nei 90 giorni dopo l’intervento elettivo di sostituzione protesica dell’anca, più evidente nel gruppo di popolazione più anziana (75+ anni).Mortalità maggiore dopo intervento per la frattura del femore. I meno abbienti tra i pazienti che arrivano in ospedale con una frattura del femore hanno una probabilità minore di accedere tempestivamente all’intervento chirurgico (entro le 48 h dall’arrivo in ospedale), e un rischio di mortalità a 30 giorni più alto del 50% anche tenendo conto delle caratteristiche demografiche dei pazienti e delle loro comorbidità.

 


AGOSTO  2015

Bailey: 8 anni e una paralisi cerebrale Finisce il triathlon e corona il sogno

Il papà in lacrime e il tifo della folla. La mamma: «È sempre stato un bimbo determinato e non si sente diverso da tutti gli altri»

 

 

 

 

La corsa di Bailey tra gli applausi del pubblico (Ross Parry Agency)
La corsa di Bailey tra gli applausi del pubblico (Ross Parry Agency)
shadow

Ha inciampato due volte negli ultimi venti metri, ma si è rialzato, ha superato il traguardo quasi saltellando e alla fine ha abbracciato suo padre. Bailey Matthews vive a Worksop, nella contea inglese di Nottingham, quella di Robin Hood, ha 8 anni, una paralisi cerebrale diagnosticata quando aveva 18 mesi, movimenti sconnessi delle gambe e un equilibrio complicato. Eppure ha voluto sfidare la sua malattia e si è iscritto a una gara di triathlon, il Castle Howard Triathlon nel North Yorkshire (100 metri di nuoto, 4 km di bicicletta, 1.3 di corsa): sì, è Bailey che da anni vuole mettersi alla prova, ha cominciato ad allenarsi pedalando, poi ha provato a nuotare nel lago vicino a casa.

Il video che riprende l’ultimo tratto della corsa è commovente: una folla che lo incita con applausi e urla; suo padre Jonathan, un omone atletico, che lo segue a qualche metro di distanza; Bailey che butta avanti i suoi passi sgangherati reggendosi al deambulatore, Bailey che sembra cedere alla fatica stremato, che con una smorfia di gioia gira lo sguardo alla folla e che come spinto dall’entusiasmo decide di abbandonare ogni sostegno e di andarsene da solo allargando le braccia, quasi volando, che resta in equilibrio per tre quattro passi, cade, si tira su, barcolla, due tre quattro cinque passetti rapidi e traballanti mulinando il braccio destro e lasciando penzolare il sinistro, ricade su un fianco, arranca a quattro zampe sul terreno, si rialza con uno sforzo immane e trascinando i piedi riprende a saltellare tra terra e cielo come una farfalla ferita verso il traguardo, mentre suo padre, che con una mano ha preso il girello, lo osserva di spalle, finché superato il traguardo nel tripudio della gente si china ai suoi piedi, lo stringe a sé e si lascia stringere a sé.

La corsa insieme ai 500 bambini «normodotati»

Gli «altri», che hanno gareggiato con lui, sono 500 bambini senza problemi fisici. «Ha sempre fatto fatica per azioni che i suoi coetanei danno per scontato, come vestirsi». O nuotare, pedalare, correre. Sarà banale stare a precisarlo, ma quante cose si possono imparare dalla favola di un bambino che sfida i propri limiti fisici e di un padre che lo vede cadere senza intervenire, lasciando che sia lui a rialzarsi, ma che partecipa della sua fatica, che gli fa sentire la sua vicinanza senza cedere alla tentazione (umana, paterna) di soccorrerlo. Perché ha capito che per aiutarlo non serve accorrere al primo tonfo e neanche al secondo: aiutarlo significa lasciare che ci provi da solo, una volta rotolato per terra, a riprendere il cammino. Non per arrivare primo, ma per raggiungere il proprio obiettivo. Quello che per altri sarebbe il minimo e che per lui è il massimo della felicità. Quando non c’è superbia né viltà o rassegnazione, c’è la consapevolezza dei sogni realizzabili: questo ha insegnato Bailey ai suoi coetanei cosiddetti normodotati.

 


STUDIO ANMIL

“PRENDERSI CURA DI CHI CI CURA”

lavoro femminile in sanità

 

SCHEDA DI SINTESI

Finalità e struttura

 

Il settore sanitario svolge un ruolo cruciale per il raggiungimento degli obiettivi della strategia Europa 2020, contribuendo alla salute e al benessere generale dei lavoratori e della società nel suo complesso. In questo contesto, le politiche internazionali, comunitarie e nazionali in materia di lavoro dedicano una particolare attenzione alle problematiche legate alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori del settore, partendo dalla consapevolezza della grande rilevanza sociale che lo stesso ricopre e della necessità di tutelare la persona che opera in questo ambito e di garantire al tempo stesso un servizio di qualità in grado di preservare la salute e la sicurezza degli utenti finali. Peraltro la molteplicità di compiti e di attività cui i lavoratori del settore si dedicano, data anche la varietà di professionalità presenti, li espone ad una pluralità di rischi, molto spesso concomitanti e compresenti in tutte le aree di lavoro.

Di questi rischi alcuni sono più noti e di conseguenza più ampiamente censiti dalla letteratura internazionale e più dettagliatamente regolamentati a livello normativo: è questo il caso dei rischi riconducibili agli agenti biologici, chimici e fisici nocivi nel cui ambito, ad ogni modo, si vanno comunque delineando ulteriori varianti legate soprattutto all’impiego di nuovi materiali (come i nanomateriali) o alla comparsa di nuove forme batteriche e virali.

Altri rischi sono invece segnalati dalla letteratura e dalle istituzioni internazionali come rischi emergenti e per questo meno conosciuti da un punto di vista scientifico e più allarmanti anche perché più scarsamente regolamentati da una punto di vista giuridico ed organizzativo.

Il riferimento va in particolare ai rischi di natura ergonomica, cui si possono appunto ricondurre i disturbi dell’apparato muscolo-scheletrico, e i rischi di natura psicosociale come lo stress lavoro-correlato, il burnout e la violenza che interessano in modo molto più significativo la popolazione lavorativa femminile; una evidenza che introduce necessariamente una forte componente di genere e di mainstreaming nelle pratiche di prevenzione, valutazione e gestione dei rischi, la cui interazione pare essere particolarmente diffusa nel settore.

Vi è dunque una forte spinta motivazionale ad intervenire soprattutto sui rischi emergenti presenti nella Sanità, considerato che occupa un numero elevato di persone (di cui molte donne) e che è preposta ad erogare servizi posti a presidio di un valore fondamentale - quale appunto la tutela della vita e della salute delle persone – che richiede ai lavoratori del comparto una performance lavorativa di livello sempre più elevato, sia che si tratti di dipendenti di una struttura sanitaria o di cura sia che si faccia riferimento a liberi professionisti qualificati, operanti tanto in un contesto aziendale quanto in ambito domiciliare e domestico. Invero l’altissima qualità del servizio sanitario nei Paesi europei, è un valore che va preservato, tra l’altro, anche attraverso la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e la migliore formazione del personale.

Alla luce di tali evidenze, pur nella consapevolezza della complessità del settore e della molteplicità dei fattori di rischio (vecchi e nuovi) ad esso riconducibili, con il presente studio si è voluto puntare l’attenzione sui profili di maggiore vulnerabilità oggettiva e soggettiva che lo pervadono, in un contesto normativo che a tali fattori non appresta ancora un quadro di tutele e di regole completo e dettagliato, come si avrà modo di vedere nei paragrafi che seguono.

Attraverso l’analisi di tali principali forme di vulnerabilità l’ANMIL intende fornire un contributo all’operato degli stakeholder pubblici e privati nella individuazione di strumenti organizzativi e giuridici e di buone pratiche che aiutino a rendere il settore più sicuro e, al contempo, più produttivo e più funzionale all’obiettivo di tutelare la salute dell’intera popolazione.

Lo studio è diviso in tre parti principali: il quadro statistico a cura del Prof. Franco D’Amico, Coordinatore servizi statistico-informativi di ANMIL Onlus; il quadro medico a cura del Prof. Domenico Della Porta, Docente di Medicina del Lavoro presso l’Università di Salerno e il quadro giuridico a cura della Dott.ssa Maria Giovannone, Responsabile Scientifico di ANMIL Sicurezza.

 

A sottolineare la volontà dell’ANMIL per enfatizzare l’aspetto umano e sociale dello studio, il rapporto è poi stato corredato da un’appendice contenente le testimonianze dirette di quattro donne, socie ANMIL, che, con diverse qualifiche professionali (infermiera, operatrice socio-sanitaria, fisioterapista, tecnica radiologa) hanno lavorato, si sono infortunate e hanno contratto una malattia professionale in Sanità. Con la potenza incredibile del racconto diretto, le testimonianze dipingono il quadro di una Sanità che appassiona molto le donne che ci lavorano, anche a costo di sacrificare la propria salute, e sono storie segnate da molte difficoltà, tanto nella vita personale quanto nell’ottenimento delle adeguate tutele risarcitorie e indennitarie. Tutto questo in un contesto giuridico a cavallo tra la vecchia e la nuova disciplina prevenzionistica e in uno scenario economico non semplice, caratterizzato dalla carenza di personale e dal taglio dei costi nel settore.

Il quadro statistico

La sanità italiana si tinge sempre più di rosa. La presenza femminile nel settore raggiunge, oltre il 70% del personale (circa 850.000 unità su un totale di addetti assicurati pari a circa 1,2 milioni). Inoltre questa preponderanza delle donne, inoltre, non è più circoscritta a categorie storicamente femminili e di supporto, come la professione infermieristica o ausiliaria, ma inizia a incidere anche sui ruoli apicali: negli ultimi venti anni sono quasi raddoppiati i direttori generali donna, mentre i medici in camice rosa hanno nettamente superato gli uomini, salendo dal 40% al 60%.

 

Andamento degli infortuni sul lavoro

Il calo del fenomeno infortunistico, in atto da decenni, si è particolarmente accentuato a partire dal 2008/2009, con l’inizio della grave crisi economica che ha ridotto in misura significativa il monte ore lavorate e conseguentemente l’esposizione al rischio di infortunio.

Nel quinquennio 2009 – 2013, a fronte di una flessione generale del 25% circa, nel settore della Sanità il calo è risultato più contenuto: in particolare per le donne gli infortuni sono scesi dai circa 37.000 del 2009 ai 31.900 del 2013 per una riduzione pari al 13,7%. C’è da ritenere che la Sanità rappresenti uno di quei settori in cui la base occupazionale, data anche la consistente componente di natura pubblica, ha risentito meno degli altri degli effetti negativi della grave crisi economica.

Va segnalato, comunque, che la Sanità è uno di quei settori (pochissimi) in cui l’incidenza infortunistica femminile è superiore a quella maschile sia in termini assoluti che relativi.

 

I comparti lavorativi

La maggior parte degli infortuni sul lavoro, 17.500 circa nel 2013 pari al 55% del totale, si verificano nelle Strutture ospedaliere o nelle Case di cura, veri e propri microcosmi in cui la natura estremamente eterogenea degli ambienti di lavoro, delle lavorazioni, dei ruoli e delle mansioni, presenta una potenziale ed ampia varietà di rischi sul piano infortunistico. Molti infortuni si verificano anche nelle strutture di Assistenza sociale per anziani e disabili (28%).

 

Le professioni a rischio

È l’Infermiera l’operatrice più colpita in assoluto da infortuni tra tutte le innumerevoli figure professionali che operano nella sanità o nell’ambito dell’assistenza sociale: ogni anno le Infermiere subiscono infatti oltre 10.000 infortuni, pari al 32% del totale. In pratica, su tre operatrici sanitarie infortunate una è Infermiera.

Tra le altre figure professionali, incidenze infortunistiche di rilievo si riscontrano per le Operatrice socio-sanitarie (con il 10% del totale), le Ausiliarie ospedaliere (5,3%) e le Portantine (4,1%).

 

Le cause degli infortuni

La prima causa di infortunio per le donne che operano nella Sanità è rappresentata dalla “Caduta di persona” che conta nel 2013 circa 5.500 infortuni, pari al 23% del totale. Si tratta di eventi di natura “generica” dovuti a scivolamenti, urti, perdita di equilibrio, ecc. connessi alle innumerevoli “barriere architettoniche” che si incontrano in ambienti e strutture così complessi e spesso precari.

Una causa “specifica”, connessa al sollevamento o lo spostamento di pazienti, è alla base di gran parte dei circa 4.000 infortuni (17% del totale) dovuti a “Movimenti sotto sforzo fisico”.

Ma esiste anche un altro rischio di natura molto particolare e diffuso soprattutto tra le operatrici di questo settore: “Aggressione o violenza da parte di estranei”. Dei circa 4.000 infortuni indennizzati complessivamente dall’INAIL nel 2013 per questa particolarissima tipologia di eventi, circa 1.200 (quasi un terzo del totale) sono avvenuti nella Sanità e di questi ben il 71% (851 casi) ha interessato la componente femminile. Si tratta in genere di aggressioni da parte di pazienti (per lo più psicolabili), di parenti o di altri utenti per motivi vari o di casi similari.

 

Le conseguenze degli infortuni

Il settore della Sanità presenta una incidenza infortunistica molto diffusa ma, allo stesso tempo, di gravità fortunatamente moderata (alta frequenza – bassa gravità).

Dei 23.530 infortuni indennizzati nel 2013 alle operatrici sanitarie la stragrande maggioranza, ben 22.712 pari al 96,6% del totale, si è risolta con esiti di inabilità temporanea al lavoro; la quota di infortuni con esiti permanenti, pari al 3,4% del totale, è notevolmente inferiore a quella media nazionale (8%) e a quella di settori ad “alto rischio” come le Costruzioni (12%).

Tenendo conto della durata media delle inabilità temporanee indennizzate rilevata dall’INAIL (24 giorni) e dei giorni non indennizzati per i casi in franchigia, si può stimare che ogni anno le operatrici della sanità perdono circa 600.000 giornate di lavoro a causa degli infortuni.

 

La natura e la sede delle lesioni

Le lesioni fisiche di gran lunga più frequenti in caso di infortunio sono Lussazioni, Distorsioni e Distrazioni con 10.000 casi nel 2013 (pari al 43% del totale), diretta conseguenza evidentemente delle frequenti cadute. Tipici e specifici delle attività proprie del personale sanitario sono le Lesioni da sforzo (3,7% del totale) connesse al sollevamento, spostamento di pazienti o di carichi pesanti.

Conseguentemente, la sede anatomica più interessata da questi traumi è la Colonna vertebrale con circa 5.200 infortuni nel 2013, pari quasi a un quarto del totale, seguita dalla Mano (12%).

 

Le operatrici straniere

Anche per le operatrici sanitarie di origine straniera si registra un calo infortunistico di rilievo: da 4.500 infortuni del 2009 ai 4.000 del 2013 per una riduzione del 9,1%. La quota di straniere infortunate si attesta stabilmente intorno al 13% del totale.

La comunità straniera di gran lunga più rappresentata è quella della Romania con oltre 650 infortuni nel 2013, pari al 16,1% del totale. Molto nutrita anche la rappresentanza sudamericana, in particolare del Perù, (12,3% degli infortuni) e Ecuador (5,3%). Seguono, con quote minori, altre comunità dell’est europeo (Albania, Polonia, Ucraina, Moldova), e dell’America centro-meridionale (Brasile, Repubblica Dominicana, Colombia, Argentina).

 

Le malattie professionali

Il 90% di tutte le malattie professionali denunciate dalle operatrici sanitarie riguarda l’Apparato muscolo-scheletrico ed osteo-articolare, ed è dovuto a sovraccarico biomeccanico, posture incongrue, movimenti scoordinati o ripetuti, ecc.

Queste patologie hanno conosciuto una crescita notevolissima a seguito dell’emanazione delle nuove “Tabelle delle malattie professionali” (D.M. 9 aprile 2008) che hanno esteso l’elenco di quelle tecnopatie che godono della cosiddetta “presunzione legale d’origine professionale”, inserendo in “tabella”, appunto, le Patologie muscolo-scheletriche.

Lo status di “tabellate”, esonerando il lavoratore dall’onere della prova del nesso causale, ha certamente favorito un ricorso più massiccio allo strumento assicurativo per il riconoscimento e l’eventuale indennizzo di queste patologie, divenute ormai una vera e propria “emergenza”.

Nell’ultimo quinquennio le patologie muscolo-scheletriche delle operatrici sanitarie sono cresciute di ben il 73%, passando dai 762 casi del 2009 ai 1.319 del 2013. Proprio la "movimentazione" dei pazienti e dei carichi è, secondo i dati dell'INAIL, una delle principali cause oltre che di infortuni anche di malattie professionali: nel 2013 oltre la metà delle patologie muscolo-scheletriche rilevate ha riguardato problemi legati ai dischi intervertebrali; per il resto, per il 30% si tratta di Tendiniti e per il 12% di Sindromi del tunnel carpale.

Per le altre malattie professionali si registrano, invece, numeri molto più ridotti (poche decine di casi l’anno) sia per quelle “tradizionali” (Malattie respiratorie, Malattie cutanee, ecc.) che per quelle “emergenti” come i Disturbi psichici e comportamentali, tra i quali vanno segnalati lo “stress lavoro correlato” e il “burnout”, un malessere lavorativo di natura psico-fisica che colpisce in modo particolare proprio gli operatori della sanità.

Queste tipologie di disturbi di natura psichica si vanno sempre più diffondendo nella nostra società ma, per una serie di fattori legati alle difficoltà di accertamento della causa lavorativa, risultano ampiamente sottostimate nelle statistiche ufficiali.

 

Il quadro delle tutele

 

Le differenze di genere in Sanità

Non tutte le fattispecie di rischio prese in considerazione fino ad ora hanno ricevuto una compiuta regolamentazione nell’ambito della normativa di legge cogente dettata dal d.lgs. n. 81/2008 (cosiddetto Testo Unico della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro). In generale, le disposizioni normative esistenti in materia hanno un ambito di applicazione oggettivo e soggettivo trasversale a tutti i comparti produttivi (non specificamente dettate per il settore sanitario) e alle varie figure professionali, a prescindere dal sesso del lavoratore. Resta dunque in capo a chi applica la norma il compito di articolare le disposizioni in materia in modo adeguato alle specificità organizzative del settore sanitario tenendo conto, in questo ambito, della dimensione di genere. Proprio la prospettiva di genere, infatti, deve fungere da “collante” e da filtro di ogni attività di valutazione e gestione dei rischi qui analizzati, considerato che la loro incidenza è più intensa sulla popolazione lavorativa di sesso femminile.

La valutazione dei rischi connessi alle differenze di genere, di cui all’art. 28 del d.lgs. n. 81/2008, è una operazione molto complessa rispetto alla quale il legislatore non segnala né linee-guida né normative ulteriori. Nella gestione di questo adempimento il datore di lavoro deve partire dalla considerazione del ruolo socio-culturale delle donne e della diversità biologica e fisica esistente tra donne e uomini.

Questa operazione deve tener conto di una strategia articolata volta alla integrazione della dimensione di genere nella pianificazione, nell’amministrazione e nelle lavorazioni aziendali, anche attraverso lo sviluppo di buone pratiche.

Proprio in tema di buone prassi, va segnalato inoltre che l’art. 6, co. 8, lett. l) d.lgs. n. 81/2008 prevede che “La Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha il compito di: promuovere la considerazione della differenza di genere in relazione alla valutazione dei rischi e alla predisposizione delle misure di prevenzione”; questo può farlo anche attraverso la validazione di buone prassi ai sensi dell’art. 2, co. 1, lett. v) del d.lgs. n. 81/2008.

Tali buone pratiche, secondo le indicazioni contenutistiche fornite dal Ministero del lavoro, per essere validate devono poter evidenziare i seguenti aspetti:

  • inserimento della valorizzazione della dimensione di genere all’interno della valutazione dei rischi;
  • prevenzione dello stress lavoro-correlato in ottica di genere;
  • nuove misure a tutela del malato, con particolare riferimento al malato oncologico o affetto da malattie cronico-degenerative, o di suo familiare;
  • programmazione della formazione, informazione e comunicazione in ottica di genere.

Si segnala da ultimo che, in attuazione dell’art. 1, co. 8 e 9 della Legge 10 dicembre 2014, n. 183 (cosiddetto Jobs Act), lo scorso 20 febbraio è stato adottato lo schema di decreto legislativo del Governo Renzi in tema di conciliazione vita-salute-lavoro; il testo normativo è destinato ad avere un impatto positivo anche sulla gestione della dimensione di genere e della sicurezza, nel pubblico e nel privato, di cui potranno certamente beneficiare anche le lavoratrici del comparto Sanità.

 

Stress lavoro-correlato e burnout

Rispetto ai rischi psicosociali riscontriamo oggi una forte disomogeneità nel quadro delle tutele esistenti.

Infatti, mentre l’obbligo di valutazione dello stress lavoro-correlato è disciplinato espressamente dall’art. 28 del d.lgs. n. 81/2008 e la metodologia per la valutazione e la gestione dello stress sul luogo di lavoro è stata dettagliatamente disciplinata la Lettera circolare contenente le indicazioni necessarie alla valutazione del rischio stress lavoro correlato, emanata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il 18 novembre 2010, ancora incompleto è il quadro delle tutele rispetto al fenomeno del burnout che caratterizza in modo del tutto peculiare proprio le professioni sanitarie, a tutti i livelli.

Il burnout, infatti, è ingenerato soprattutto dal contatto prolungato con la sofferenza e la malattia altrui; ciò specie nel caso di coloro che operano nei reparti psichiatrici, nei pronto soccorso, nei reparti di terapia intensiva, nei reparti oncologici o con malati di AIDS e ancora nei reparti e ambulatori per patologie croniche e invalidanti. Da un punto di vista giuridico il burnout non è stato ancora espressamente regolamentato a livello normativo, né tanto meno acquisito espressamente da un punto di vista giurisprudenziale.

Anche da un punto di vista giurisprudenziale la situazione sembra essere ancora controversa. Invero, se in sede di giudizio nei confronti del datore di lavoro la Cassazione tende oggi a riconoscere all’operatore sanitario il risarcimento del danno biologico, del danno morale, del danno esistenziale e di quello patrimoniale, più incerte sembrano essere la prassi amministrativa INAIL e la giurisprudenza rispetto ai profili indennitari ove a questi fenomeni non sia riconducibile causalmente una vera e propria malattia di origine lavorativa.

 

Violenza e aggressioni da parte di soggetti terzi (clienti o pazienti)

Altrettanto in fieri e tutto da definire è il quadro delle tutele cogenti per le donne in Sanità vittime di violenza o aggressioni da parte di soggetti terzi. Questi fenomeni, distinti dalle forme di violenza fisica e morale provenienti da colleghi o superiori, consistono proprio in quelle forme di violenza, perpetrate in danno delle operatrici da parte di terzi, quali pazienti ed utenti del servizio e delle prestazioni sanitarie. Tali comportamenti costituiscono rischi esogeni rispetto all’attività produttiva, ma vanno gestiti e valutati nei contesti lavorativi in cui siano frequenti e prevedibili; di conseguenza il settore sanitario non pare sfuggire all’obbligo di valutazione del rischio riconducibile all’aggressione di un terzo, anche a scopo sessuale, ed ai correlati doveri di informazione e formazione dei lavoratori esposti, ferma restando la necessità di verificare caso per caso le circostanze fattuali in cui la violenza si verifica.

Nell’attesa di una regolamentazione normativa specifica, ad oggi ancora assente, di tale evidenza ha preso atto il Ministero della Salute con la raccomandazione n. 8 del 2007, Raccomandazione per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari.

Tale impostazione trova riscontro in una consolidata giurisprudenza che, nell’applicare l’art. 2087 c.c., ha da tempo affermato che il datore di lavoro è obbligato a tenere conto di tutti i rischi, non solo di quelli connessi alla prestazione lavorativa in senso stretto (c.d. rischi safety), ma anche di quelli derivanti da cause esogene (c.d. rischi security), almeno in tutti i casi in cui questi siano prevedibili. Ciò anche in ragione del rilievo costituzionale attribuito al diritto alla salute (art. 32 cost.), del limite del rispetto della sicurezza umana posto alla libertà di iniziativa economica privata (art. 41 cost.), dei principi di correttezza e buona fede ai quali il rapporto lavorativo si deve informare (artt. 1175 e 1135 c.c.) (si vedano Cass. 6 settembre 1988, n. 5048; Cass. 3 settembre 1997, n. 8422; Cass. 20 aprile 1998, n. 4012). I danni subiti dalle lavoratrici a seguito di tali aggressioni possono dunque dar luogo a diritti di risarcimento e indennizzo, oltre che determinare la responsabilità penale per omicidio o lesioni colpose aggravate dalla inosservanza delle norme infortunistiche dei direttori delle strutture sanitarie, quali datori di lavoro.

 

I disturbi muscolo-scheletrici

I disturbi a carico dell’apparato muscolo-scheletrico sono da tempo oggetto di regolamentazione a livello comunitario e nazionale. Nonostante ciò si rileva ad oggi la carenza di prescrizioni normative specifiche e di dettaglio, di livello nazionale ed unitario, sulle modalità di gestione e prevenzione dei rischi per i singoli settori produttivi (oltre alle più ampie e generali previsioni già presenti nel d.lgs. n. 81/2008) e con specifico riferimento al comparto Sanità. Né può dirsi che tale vuoto possa essere effettivamente colmato dalle cosiddette “linee-guida” o “linee di indirizzo”, elaborate a livello istituzionale, anche per il settore sanitario. In relazione a questa tipologia di rischi, poi, un altro problema è rappresentato dalla disomogeneità delle attività ispettive e di vigilanza, nell’ambito del territorio nazionale, per cui a seconda della Regione si riscontrano prassi diverse di valutazione del rischio e parametri sanzionatori molto differenti tra loro.

E ancora, dal punto di vista prevenzionale le tecniche di valutazione del rischio, risentono della discutibilità sotto il profilo scientifico di molte metodologie di valutazione dei rischi per l’apparato muscolo-scheletrico ad oggi impiegate e degli studi sulle stesse basate.

 

Le buone prassi

Dalla analisi globale, oltre alla necessità di una disciplina giuridica cogente specificamente dedicata ai rischi emergenti nel settore sanitario, emerge la opportunità di sviluppare strumenti di soft law, quali buone prassi per la valutazione e la gestione dei rischi emergenti e per la organizzazione del lavoro. Tale indicazione è la risultante delle principali buone pratiche di gestione che le organizzazioni internazionali, le istituzioni comunitarie e i singoli Stati Membri, compresa l’Italia, hanno messo in campo nel settore e che sono sinteticamente mappate, all’interno del rapporto, in apposite tabelle.

 


 

 

 


LUGLIO  2015

OPERATORI SANITARI E VIOLENZA DI GENERE :

ALCUNE UTILI INDICAZIONI

E’ fondamentale che medici e operatori/trici sanitari, dopo aver ricevuto una formazione adeguata
riconoscano questi segnali e sappiano affrontarli. Tutte queste situazioni potrebbero nascondere
una storia di violenza domestica e/o di violenza sessuale anche pregresso, per cui è necessario
prestare attenzione e approfondire situazioni in cui:
• c’è un ricorso ripetuto al Pronto Soccorso per ferite o traumi,
• c’è un racconto di dolore pelvico cronico, di continue infezioni genito-urinarie, di patologie gastro-intestinali croniche,
• c’è una storia di depressione, abuso di droga o farmaci, tentati suicidi.
Possibili indicatori che dovrebbero indurre medici e ostetriche a sospettare situazioni di violenza di
genere sono: presenza di traumi giustificati con una storia confusa e contraddittoria, continue
preoccupazioni per la salute non definite e uno stato ansioso non sedabile con rassicurazioni sul
piano sanitario, partner sempre presente alle visite e screditante, a cui la donna tende a delegare le decisioni, difficoltà a seguire le prescrizioni sanitarie, mancata risposta ai trattamenti prescritti,
rifiuto di visite domiciliari da parte di assistenti sociali, personale dei consultori familiari o
pediatrici.
Non bisogna temere di fare domande anche dirette su eventuali violenze fisiche o sessuali da parte del partner, evitando però di esprimere giudizi, minimizzare o mettere in dubbio l’attendibilità
della paziente. Soprattutto bisogna cercare di effettuare almeno qualche visita in assenza del
partner. Mai interrogare direttamente il partner nei casi in cui la donna decida di parlare della
violenza subita. E’ importante avere tempo e un ambiente riservato quando si affrontano temi così
delicati, sapere ascoltare con un atteggiamento empatico e non giudicante. Va soprattutto tenuta
presente la tutela della donna da violenze più gravi, compreso il rischio di omicidio.
Quando c’è un racconto esplicito di violenza domestica bisogna essere in grado, oltre che di
occuparsi del problema dal punto di vista sanitario, di attivare una rete di aiuto e sostegno, con la
possibilità di integrazione tra diverse figure professionali, soprattutto psicosociali. Il percorso di
uscita da una situazione familiare o relazione violenta è lungo, comporta ripensamenti da parte
della donna, determina una molteplicità di bisogni che richiedono un intervento complesso, non
affrontabile dal singolo operatore.

L'accoglienza
È il primo momento in cui si costruisce la relazione tra la vittima, quasi sempre donna, e gli/le
operatori/trici del servizio. La caratteristica di questa relazione “di reciprocità” è dal punto di vista
della donna il sentirsi accolta, ascoltata, e dal punto di vista degli/lle operatori/trici l’acquisire
tutte quelle informazioni necessarie a sviluppare una prima risposta competente sul problema.
L'accoglienza costituisce il momento più delicato e complesso: la donna deve percepire che ha
trovato il luogo giusto dove raccontare la propria storia, dove è rassicurata sulla sua non
responsabilità rispetto all’accaduto (è vittima) e che il suo racconto e la sua esperienza sono
ritenuti credibili.
Alla donna deve essere garantita la possibilità di scegliere che cosa dire o non dire, che cosa
accettare o non accettare delle proposte di cura, nonché di proseguire i percorsi senza essere
incalzati dalla fretta e dall’urgenza.
Ma il bisogno della donna non è solo quello di essere ascoltata e rassicurata ma anche quello di
capire che “i tecnici” cui si è affidata sono competenti, non azzardano interpretazioni che
possano giustificare la violenza maschile.
L'accoglienza richiede un approccio centrato sull'ascolto, sull'attenzione a tutto campo dei
problemi, ma anche su una raccolta sistematica ed organizzata dei dati quantificabili che
riguardano l’evento ed il contesto in cui è avvenuto.
La competenza si misura in tutte le fasi, dall’accoglienza, all’attuazione delle procedure
diagnostiche sino all’accompagnamento verso altri servizi.
Per questo motivo l'accoglienza richiede un tempo lungo e un setting ben “costruito”

E’ fondamentale la presa di coscienza da parte dei/lle professionisti/e coinvolti/e, della delicatezza e dell’importanza di questo momento, prestando particolare attenzione ai seguenti aspetti:
• presentarsi e presentare il servizio
• anticipare alla persona, quasi sempre donna, quali saranno i momenti e gli interventi,
spiegando ciò che si fa nel momento in cui viene fatto, anche per “restituirle”, dal punto di
vista psicologico ed emotivo, il controllo di quanto succede;
• richiedere il consenso per ognuno di questi passaggi (è raro che vengano rifiutate alcune o
tutte le procedure proposte, ma la possibilità di dire no consente di porre quei limiti e confini
che la violenza ha annullato;
• raccogliere le informazioni relative alla denuncia (se ha già effettuato querela di parte, se
intende presentarla, se non intende presentarla) e fornire informazioni chiare rispetto al
proprio ruolo professionale ma anche al proprio mandato istituzionale (il/la professionista è
un Pubblico Ufficiale tenuto al segreto professionale, avendo però in alcune fattispecie
degli obblighi di legge circa la denuncia).

Da Una rete in form…azione – percorso formativo per migliorare l’assistenza sanitaria alle vittime di violenza di genere e stalking
Progetto realizzato con il contributo del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri

                                     CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA SULLA
                                 SALUTE DELLE DONNE: RAPPORTO OMS 2013

(“Global and regional estimates of violence against women: prevalence and health effects of intimate partner violence and non-partnersexual violence”, OMS, 2013)
Nuove Linee guida per facilitare il Servizio Sanitario Nazionale a reagire correttamente
Secondo il rapporto pubblicato dall'OMS, in collaborazione con la London School of Hygiene &
Tropical Medicine e la South African Medical Research Council, la violenza fisica e sessuale è un
problema sanitario che colpisce un terzo delle donne nel mondo. Il rapporto, dal titolo “Valutazione
globale e regionale della violenza contro le donne: diffusione e conseguenze sulla salute della violenza da parte di un partner intimo o da sconosciuti”, è il primo studio che analizza sistematicamente i dati sulla diffusione della violenza sulle donne a livello globale, inflitta sia da parte del proprio partner, sia da sconosciuti. La violenza comporta un’esperienza traumatica vissuta da oltre il 35% delle donne in tutto il mondo. Lo studio ha riscontrato che la più comune forma di violenza di genere, che colpisce più del 30% delle donne, viene inflitta da un partner intimo. Lo studio evidenzia, inoltre, il dovere di tutti di lavorare insieme per eliminare ogni forma di tolleranza verso la violenza contro le donne e per favorire il sostegno offerto alle vittime di questa esperienza.
Impatto sulla salute fisica e mentale
Il rapporto descrive l’impatto sulla salute fisica e mentale di donne e bambine vittime di atti di violenza. Le conseguenze variano da fratture a gravidanze problematiche, dai disturbi mentali ai rapporti sociali compromessi.
I dati sulle donne vittime di abusi da parte di un partner intimo evidenziano che:
morte e lesioni: lo studio ha riportato che il 38% di femminicidi nel mondo è causato dal partner
intimo, mentre il 42% delle donne che hanno subito abusi fisici da parte del proprio compagno ha
anche sofferto di lesioni;
depressione: subire un atto di violenza dal proprio partner contribuisce considerevolmente allo
sviluppo di disturbi mentali. Le donne sottoposte ad abusi da parte del proprio compagno hanno,
infatti, quasi il doppio delle probabilità di soffrire di depressione, in confronto a donne che non hanno subito violenze;
abuso di alcol: le donne che subiscono abusi per mano del proprio partner hanno quasi il doppio delle probabilità di sviluppare problemi con l’alcol;
malattie sessualmente trasmissibili: le donne vittime di abusi da parte del proprio partner o di
sconosciuti, hanno l’1,5% di probabilità in più di contrarre infezioni, come la sifilide, la clamidia o la
gonorrea. In alcune regioni (come l’Africa subsahariana) hanno l’1,5% di probabilità in più di
contrarre l’HIV;
gravidanze indesiderate e aborti: sia la violenza subita dal partner, sia quella da parte di sconosciuti porta spesso a gravidanze indesiderate. Lo studio ha dimostrato che le donne che subiscono abusi fisici hanno quasi il doppio delle probabilità di avere un aborto, rispetto alle donne che non hanno subito violenze;
bambini nati sottopeso: le donne che subiscono abusi dal proprio partner hanno il 16% di probabilità in più di partorire bambini sottopeso.
Necessità di riportare dati più precisi e di prestare più attenzione alla prevenzione
Per paura di essere giudicate, molte donne non denunciano abusi sessuali subiti da parte di partner o da sconosciuti. Altri problemi riscontrati nella raccolta dati sono dovuti al fatto che molti Paesi ancora oggi raccolgono informazioni soprattutto su violenze inflitte da un partner e, quando queste vengono analizzate, si tende ad usare degli strumenti non molto sofisticati.
Nonostante questi ostacoli, lo studio ha evidenziato che il 7,2% delle donne nel mondo hanno
denunciato abusi sessuali da parte di sconosciuti. A causa della violenza subita, queste vittime hanno il 2,3% di probabilità in più di cadere nell’alcolismo e il 2,6% di soffrire di depressione o ansia; una probabilità leggermente maggiore rispetto alle donne che hanno subito atti di violenza dal proprio partner.
Il rapporto si appella a tutti i Paesi al fine di affrontare i fattori sociali e culturali associati alla violenza sulle donne per prevenire qualsiasi forma di violenza di genere.

 


DONNE, LAVORO E NUOVI APPRENDIMENTI

Nella mia esperienza lavorativa di formatrice nel campo del comportamento organizzativo nella faculty della migliore business school italiana, il tema dell’assenza femminile è stata la spinta per declinare molta parte della mia attività con l’obiettivo di aiutare le donne ad infrangere il “soffitto di vetro”. Un’assenza visibile non solo nei luoghi di potere, ma anche nelle aule che ho frequentato dagli anni ’90.

Ho iniziato con una ricerca che intendeva mettere a fuoco delle intuizioni e che lavorasse non solo sui noti meccanismi di esclusione messi in campo da una cultura inevitabilmente maschile, ma anche sulle dinamiche proprie del femminile che spesso, da un lato accettano questa esclusione implicita, dall’altro ripercorrono strade che a volte non aiutano nella ascesa al potere.

Da allora sono passati 25 anni di grandissimo impegno personale e di grande soddisfazione lavorativa, a fianco delle donne in seminari, sessioni di coaching, chiacchierate informali, che mi hanno regalato il privilegio di vedere quanto le donne siano cambiate, quanto si siano oramai legittimati il lavoro e la carriera e di quanto siano diventate consapevoli delle proprie potenzialità.

Ma ancora molto resta da fare, come ci dicono i numeri delle assenze e come ci racconta la voce delle donne che continuo a raccogliere.

Nei cambiamenti vi sono alcuni dilemmi che rimangono un impegno preciso nei nostri percorsi di empowerment:

La bravura femminile, ad esempio scolastica, spesso si basa sull’obbedienza all’autorità. Non in modo passivo, certo, ma per ottenere l’approvazione necessaria per proseguire. Un tema che spesso non aiuta a costruire una propria personale visione delle cose, tratto indispensabile per diventare leader. Un consiglio a tutte le donne ricalca un famoso libro della mia generazione, di quel Don Milani che scriveva alle professoresse: l’obbedienza non sempre è una virtù.

La capacità di autovalutazione è sempre un tema presente, anche nelle giovani. Certamente più motivate ed assertive, hanno però in comune con le più mature il rischio di una self confidence troppo legata al giudizio degli altri. Anche in questo caso, come nel punto precedente, si tratta di una virtù che, estremizzata, diventa un rischio. Trovare strumenti obiettivi di autovalutazione, mettere a fuoco le competenze distintive, costruire un piano personale di sviluppo sono tutti elementi che aiutano nella costruzione dell’autostima.

Il fondamentale senso etico, una delle migliori e più studiate virtù femminili, può fare diventare intransigenti rispetto alle attività quotidiane, viste come un “compromesso” inaccettabile. Il compito in questo ambito è di saper costruire dei legami tra il proprio senso etico e la realtà quotidiana, anche quella del mondo degli affari, per portare quel punto di vista femminile di cui c’è tanto bisogno.

La capacità di com-passione è un tratto fondamentale del nostro essere donna. Numerosi studi mettono in luce come l’empatia, elemento declamato dalla ormai famosa intelligenza emotiva, sia una peculiarità che le donne posseggono. Il limite di questa virtù è l’invischiamento, la difficoltà a separare il merito dal legame, procedendo nel lavoro con un maternage che potrebbe diventare un ostacolo, invece che una risorsa.  

Costruire la propria leadership personale è l’ultimo tassello dei pochi che posso condividere in questo spazio necessariamente ristretto. Riprendere i propri valori, quelli unici e personali radicati nella propria vita. Riesaminarli in concreto, confrontarsi con i role model che hanno prodotto nel corso del tempo ispirazione. Leggere il contesto organizzativo in cui si vive per comprendere la compatibilità concreta e lavorare per il cambiamento.  

Nella mia personale visione so che le donne hanno un contributo fondamentale da dare allo sviluppo, perché hanno le capacità cognitive di comprendere e i tratti attitudinali di sentire il disagio degli altri. Lo sguardo femminile è quel “quid” che manca nello sviluppo ipertrofico e insensibile, che privilegia la quantità a scapito della qualità, che insegue la remunerazione finanziaria fine a se stessa, senza entrare nel merito della catena del valore reale.

Per questo continuerò a lavorare a fianco delle donne negli anni a venire, esortandole a una capacità di azione che non riguarda solo la loro carriera, ma che è tema molto più vasto e importante.

Magari, comprendendo che il tema è collettivo, le “mie” donne saranno più motivare a mettersi in gioco.

Maria Cristina Bombelli, fondatrice e presidente di Wise Growth

 


COME CAMBIA IL DOLORE

“Corpo medico e corpo femminile” è il titolo di un mio libro, pubblicato ormai molti anni fa da Angeli, ma che è rimasto un punto di riferimento per quanti pensano che i passaggi fondamentali che riguardano la vita delle donne e il corpo femminile (gravidanza, parto, procreazione assistita, menopausa) siano fenomeni determinati socialmente oltre che biologicamente e che il mancato riconoscimento dell'influenza esercitata dal contesto sociale, culturale e psicologico sulla percezione di questi eventi corporei abbia favorito l'eccessiva medicalizzazione e fatto sì che le definizioni biomediche si imponessero sopravanzando le voci delle donne. Il libro è un punto di arrivo di un lungo percorso di ricerca, iniziato negli anni '70, insieme a ricercatrici di diverse discipline, che hanno messo in discussione la "medicalizzazione" della gravidanza e del parto da un punto di vista femminista e di conseguenza hanno operato una ridefinizione culturale del corpo femminile e del suo rapporto con il corpo medico.

Questo movimento ha coinvolto anche una parte di medici e di padri, in tutti i Paesi industrializzati, dall'Europa agli Stati Uniti, al Canada, dove veniva sentita l'eccessiva invasività della medicina.

Oggi ci interessa capire che cosa è successo in questi ultimi 30 anni.

In Italia, Paese in cui si parla sempre di sostegno alla famiglia, non si sono mai sostenute né le madri né i genitori. La sanità pubblica italiana è quella che meno ha applicato le direttive dell'OMS sul parto, quella che ha il primato europeo per il numero di parti cesarei. Il tutto collegato a uno dei più bassi tassi europei di natalità .

In questi 30 anni ci sono stati molti grandi mutamenti da riferire alle innovazioni tecnologiche e alle scoperte scientifiche e mediche sulla procreazione. Queste novità portano con sé molte domande. Le donne oggi devono confrontarsi con queste innovazioni e anche il loro modo di percepirle è mutato: che cosa è cambiato nella relazione con la medicina?

Ad esempio il modo stesso di percepire il dolore è cambiato e le partorienti sempre più mettono in discussione la sua accettazione. Sempre più pensano che se possono non soffrire, perché lo debbono fare?

Dicevamo già 30 anni fa che anche il dolore è un fatto culturale e la sua percezione dipende dall'ambiente in cui la partoriente è inserita, ma anche dalle sue aspettative e da quelle di chi la circonda durante il travaglio e il parto.

In che modo le nuove frontiere della Procreazione Medica Assistita hanno influenzato il parto e i vissuti corporei, dal momento che la sessualità e la procreazione sono sempre più separate?

Queste e altre domande sono state poste alle relatrici di un convegno organizzato a Milano nel 2011 dalla Fondazione Badaracco dal titolo "Madri senza tempo? Dialogo tra generazioni". Questo "dialogo tra generazioni" è stato un momento molto importante di confronto fra donne che si occupano della maternità da punti di vista diversi, diversi per ottica disciplinare e di ricerca, per posizione politica o impostazione culturale, ma anche per età.

È cambiata l'età delle donne al parto: negli anni '80 il 17% aveva un figlio sopra i 35 anni, adesso più del 30%. Con l'età è cambiato anche il bisogno di intervenire con la Procreazione Medica Assistita appena il progetto-figlio sembra non realizzarsi: le coppie si rivolgono al ginecologo, in certi casi, dopo 3-6 mesi di tentativi mirati al concepimento (quando la diagnosi di infertilità si pone formalmente dopo due anni di tentativi).

Sono cambiate quindi le tecniche mediche e grande importanza si dà alla diagnosi prenatale (nel 2011, 70-75% di adesioni alla diagnosi prenatale), in particolare altissima è la frequenza di ricorso all'ecografia. Il taglio cesareo poi rappresenta forse il più grande cambiamento assistenziale: l'Italia ha il più alto tasso d'Europa (39% nel 2010) ed è il terzo Paese al mondo dopo il Messico e il Brasile, tre volte superiore a quello raccomandato dall'OMS (15%). Ma non c'è un dibattito approfondito su questo e adesso è circa il 10% delle donne stesse a richiedere il cesareo per scelta, senza indicazione medica. Le partorienti hanno assorbito l'idea che la tecnologia garantisce sicurezza e il parto più tecnologico è il cesareo.

Un cambiamento importante è stato portato dall'analgesia peridurale (15% l'uso medio in Italia, con ospedali che non la offrono affatto e altri che la praticano nel 90% dei casi). Spesso il dibattito su questo tema non mette in discussione l'assistenza al parto nel suo complesso, ma si limita all'affermazione che "l'epidurale è un diritto delle donne". Il tema del dolore va affrontato nel suo complesso, mettendo a confronto i diversi tipi di analgesia, anche non farmacologica, dovuta al fatto che la partoriente venga accompagnata durante tutte le fasi del parto, e questo spesso non avviene nei nostri ospedali, mente sono abusate le procedure che aumentano il dolore del travaglio (induzione e uso dell'ossitocina). L'epidurale dovrebbe fornire l'ultima possibilità, dopo che i massaggi dell'ostetrica, l'uso dell'acqua e il movimento non siano stati sufficienti.

Le donne sono state portate ad affidarsi alla tecnologia medica senza poter trovare in sé, nella relazione col personale che assiste, la forza di vivere un'esperienza profonda e sconvolgente, ma normale della vita come il parto.

Franca Pizzini, Fondazione Badaracco

 


 

GIUGNO  2015

 

Ancora una volta……

3 giugno 2015 da femministerie

di Cinzia Guido

Ancora una volta, ad urne chiuse e dati consolidati, ci troviamo a riflettere sullo spazio delle donne in politica.
L’esito consegnatoci dalle regionali (su un totale di 273 consiglieri eletti, 58 sono donne, pari a poco più del 21%) richiede un’analisi approfondita, perché dimostra che neanche le leggi regionali più avanzate riescono a far compiere passi decisivi in favore della democrazia paritaria.
Dobbiamo parlarne, perché vedere che siamo ampiamente sotto il 30% indica che quello messo in campo è insufficiente e che occorre lavorare anche su altro, oltre che sulle leggi elettorali.
Non è una novità, credo nessuna abbia mai pensato che le “quote” o le norme antidiscriminatorie potessero da sole risolvere il problema, ma queste elezioni erano un test importante.
Avevamo esultato per la legge elettorale della Campania, salutando un meccanismo che sembrava garantire una più equa rappresentanza. Cosa ha prodotto? Un misero 3% in più……
In Umbria, regione in cui abbiamo sia la norma antidiscriminatoria nella composizione delle liste che la doppia preferenza di genere, andiamo addirittura indietro rispetto al precedente consiglio regionale (-1,8%).
Al contrario in Liguria, dove non ci sono norme antidiscriminatorie, comunque le donne in Consiglio aumentano (+13,3%).
Dovremmo studiare bene quello che è accaduto nei singoli territori, perché il dato non è assolutamente omogeneo, né da un punto di vista territoriale né tanto meno da quello degli schieramenti: ci sono regioni in cui il centrodestra elegge diverse donne in consiglio, altre dove a farlo è il movimento 5 stelle, altre ancora dove a eleggerne tante (?!!) è la coalizione di centrosinistra (Toscana), coalizione quest’ultima che è quella che elegge in assoluto più donne.
Forse, andando a guardare da vicino, potremmo scoprire cosa funziona veramente, lì dove le donne riescono ad arrivare in consiglio regionale ed anche con ottimi risultati, come ad esempio in Toscana.
Io non ho risposte pronte, sono convinta che questi risultati interroghino anche il nostro modo di fare politica da donne e per le donne e che siano frutto di un Paese dove la cultura patriarcale è ancora lontana dall’essere sconfitta.
Non mi rassegno, voglio capire, perché un Consiglio regionale in cui le donne sono poche o non ci sono, proprio non mi rappresenta!

 


Ma gli uomini italiani non erano cambiati?

L’orario di lavoro casalingo delle donne diminuisce se sono senza coniuge.
Ho dovuto leggere più volte questa notizia, perché volevo proprio esserne sicura. In media, ci racconta l’Istat in una relazione fatta per la Commissione lavoro del Senato, le donne lavorano in casa oltre cinque ore al giorno se hanno figli piccoli, ma sono di più se hanno un coniuge.

E io che ho sempre pensato alle mie amiche che crescono sole i loro figli come a donne felici, ma affaticate dall’impossibilità di condividere il lavoro di cura e il lavoro domestico con il proprio partner.
Ma mi sbagliavo! Perché l’Istat mi spiega che avere un marito, o un compagno, è un ulteriore carico di lavoro. Altro che condivisione! Lo so, ci sono le eccezioni. Io ne conosco uomini che un po’ di lavoro in casa lo fanno. Ma l’Istat mi dice che sono mosche bianche.
“L’Italia è sempre stato un Paese dove l’asimmetria del lavoro familiare è alta. L’indice di asimmetria del lavoro familiare nella coppia in cui lei lavora e ha un figlio fino a sette anni è pari al 70,4%. Quello delle donne che hanno il figlio da 8 a 12 anni il 72,2%”, E se l’asimmetria è diminuita lo si deve più a “una riduzione del lavoro di cura delle donne che a un incremento di quella degli uomini.”

Ben venga che le donne italiane smettano di far trovare il piatto in tavola ai loro partner. Ma a capir bene sembra che la soluzione sia meno cura per tutti. E’ un prezzo alto da pagare. Sicuramente pesa l’assenza di un welfare adeguato, ma questo non giustifica una così radicata permanenza della divisione del lavoro sessuale in Italia. Il lavoro domestico è ancora affare di donne.

Ma gli uomini non erano cambiati? E in ogni caso, perché tante donne continuano a stirar loro le camicie?

 


 

Le fiabe delle donne

 costanzabianchi

image

Nel libro “Le fiabe delle donne” le protagoniste, tutte femminili, si stagliano al centro dell’azione impadronendosi della trama. Le donne qui rappresentate sono figlie, madri, nonne, regine, streghe, principesse, serve. Ognuna pensa, sogna, sperimenta, cerca, indaga, scopre e, quindi, vive una dimensione personale della propria femminilità. Grazie a questo libro si viaggia attraverso le tradizioni di tutti i popoli del mondo, dagli Eschimesi ai Francesi, dai Gaelici della Scozia ai Giamaicani. È una straordinaria raccolta selezionata da Angela Carter, pubblicata da Mondadori nella collana Grandi Classici, di tutti i modi in cui la cultura popolare ha immaginato, dipinto e raccontato le donne. Angela Carter, scrittrice e pensatrice femminista vissuta nella seconda metà del Novecento, nell’introduzione all’opera dichiara di non aver riscritto nemmeno una delle “fole” qui narrate. Anzi precisa di aver espunto quelle narrazioni che erano state “visibilmente abbellite dai raccoglitori o rifinite in forma letteraria”.

Ad oltre vent’anni dalla prima pubblicazione in Italia, a mio parere, questa antologia merita di essere conosciuta e letta: infatti è un modo, soprattutto per le lettrici più giovani come me, per riscoprire le radici profondissime e a volte, quasi, dimenticate della complessa identità femminile. Queste storie prendono forma diversa grazie alle molte voci di tutte e tutti coloro che le hanno narrate:ogni persona che ha ascoltato e poi ripetuto a sua volta una storia non può non aver contribuito anche con un solo elemento a modificare la storia stessa, che poi è stata trasmessa di generazione in generazione fino a noi. È stato bello e sorprendente notare come le donne di queste favole, spesso di condizioni sociali svantaggiate, sono tutte reattive rispetto a quello che succede intorno a loro; Angela Carter scrive: “Ho voluto piuttosto documentare la straordinaria ricchezza e varietà con cui le donne reagiscono alla stessa situazione cruciale – l’essere vive – e la ricchezza e la varietà con cui la cultura “non ufficiale” rappresenta la femminilità: le sue strategie, le sue cospirazioni, il suo duro lavoro”. Ho sinceramente amato questa raccolta perché vi ho ritrovato una gamma infinita di donne diverse: ognuna ha un suo spazio. Ci sono donne coraggiose, caparbie, fiere, sciocche, infelici, buone, curiose, intelligenti, sfortunate, belle, selvagge, forti, decise, e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Ogni donna è diversa, si autodetermina e costruisce la propria storia senza tener conto dei ruoli sociali canonici: la fiaba è una realtà a sé stante, non vincolata dalle leggi della fisica e del realismo. Qui la magia e il non-senso hanno un loro spazio che non viene intaccato dal razionalismo contemporaneo. “La favola, intesa come narrazione trasmessa dalla viva voce, libera dalle costrizioni del principio di realtà – dice ancora Angela Carter- […] è entrata a vele spiegate nel ventesimo secolo nella forma della storiella oscena e, come tale, mostra tutti i segni di voler continuare a prosperare, non riconosciuta, nel Duemila ai margini dell’universo delle comunicazioni di massa e del pubblico spettacolo ventiquattro ore su ventiquattro”.

 


 

MAGGIO  2015

 

Trenitalia, operatore non fa il biglietto al gruppo

di ragazzi disabili: “Troppo lenti”

Trenitalia, operatore non fa il biglietto al gruppo di ragazzi disabili: “Troppo lenti”

Diritti

 

 

 

Il caso alla stazione di Conegliano Veneto: "Ogni volta che i nostri ragazzi si presentano a uno sportello c'è il pregiudizio e tutti vogliono parlare con l'educatore, non tengono conto che loro sono perfettamente in grado di capire", ha detto Eliana Pin, coordinatrice del AIPD Sezione Marca Trevigiana

 

di | 18 maggio 2015

Sabato mattina, stazione di Conegliano Veneto. Un gruppo di autonomia, così sono chiamati i ragazzi dell’Aipd sezione Marca Trevigiana affetti dalla sindrome di down che hanno a disposizione un weekend all’anno per gestirsi una vacanza in completa autonomia con la supervisione di un educatore, ha avuto la spiacevole sorpresa di trovare un addetto di Trenitalia che si è rifiutato di fare loro i biglietti perché la procedura sarebbe troppo lenta e avrebbe fatto perdere tempo alle persone in fila. I portatori di handicap hanno diritto a saltare la fila e in ogni caso, come gli educatori sottolineano, integrazione vuole anche dire mettersi in coda insieme a tutti gli altri e aspettare il proprio turno.

“Ogni volta che i nostri ragazzi si presentano a uno sportello c’è il pregiudizio e tutti vogliono parlare con l’educatore, non tengono conto che loro sono perfettamente in grado di capire. Questo progetto fa si che i ragazzi si possano integrare ed essere autonomi. La cosa che ci ha lasciati a bocca aperta è, oltre la maleducazione dell’operatore, il fatto che le persone in fila sono passate davanti non curanti della grave discriminazione e hanno proseguito facendo i loro biglietti lasciando i nostri ragazzi in disparte facendo perdere loro il treno” afferma la dottoressa Eliana Pin coordinatrice del AIPD Sezione Marca Trevigiana.

Il gruppo di autonomia ha perso il treno delle 9,40 ed è riuscito a partire per Venezia solo alle 11. “Purtroppo per fare i biglietti con la carta blu l’unico modo che Trenitalia ci mette a disposizione è andare allo sportello perché non è possibile né farli online, né dalla biglietteria automatica in quanto richiede la compilazione dei dati. Non è colpa nostra se la procedura è lenta, è un problema solo di Trenitalia che ad oggi nonostante la denuncia su Facebook dell’accaduto non ci ha ancora chiamati per chiederci scusa” continua la coordinatrice Eliana Pin.

Sulla pagina dell’associazione troviamo scritto: “Sabato un operatore di Trenitalia della biglietteria di Conegliano si è rifiutato di emettere i biglietti ai nostri ragazzi, regolarmente in fila, perché secondo lui “lenti”, e ha invitato la gente in coda a passare, facendo perdere loro il treno. A Mestre un altro bigliettaio dice “E’ un bene per la comunità se fanno gli accompagnatori per loro. Ascoltate me che ho esperienza, non sono in grado”. Siamo indignati e ci aspettiamo delle scuse Trenitalia”

I ragazzi hanno trovato infatti lo stesso fare strafottente nella stazione di Mestre dove questa volta l’operatrice che segue il percorso del gruppo di autonomia ha preso in mano la situazione e ha ribadito che il “problema” non è dei ragazzi ma è un problema tecnico che Trenitalia deve risolvere. Avviliti e demoralizzati sono riusciti a completare la loro gita con l’amaro in bocca. Un weekend all’anno hanno a disposizione questi giovani che cercano solo un po’ di normalità in una società ancora piena di pregiudizi e di ignoranza.

 


 

Mi piacerebbe che nelle scuole italiane si leggessero i libri di Gian Antonio Stella “L’Orda” e

Odissee” e si guardasse lo splendido film “Nuovo Mondo” di Crialese...

Gli studenti sicuramente rimarrebbero stupiti nello scoprire le speranze degli emigranti italiani rispetto alle misteriose Americhe o ai paesi del nord Europa. Per esempio il fatto che si facessero ingannare da cartoline che mostravano ortaggi enormi e strade piene di latte. Così mollavano le loro terre e la loro povertà sperando di trovare ricchezza e soldi al di là dell’Oceano oppure semplicemente al di là delle Alpi. Per recuperare i soldi delle traversate facevano collette in famiglia oppure svendevano le loro già povere terre.

Ai nostri figli farebbe proprio bene conoscere la cruda realtà dell’emigrazione italiana. Quando gli italiani venivano schiavizzati e sfruttati come manodopera a bassissimo costo nelle fabbriche statunitensi o nelle piantagioni brasiliane o argentine e truffati da farabutti senza scrupoli. Quando le donne italiane erano cedute ai bordelli di tutto il mondo e i bambini venduti ai pedofili.

Al di là della grande demagogia che guida le battute della maggior parte dei nostri politici, mi pare giusto che i nostri ragazzi e le nostre ragazze sappiano quanta somiglianza ci sia tra i barconi strapieni di migranti che arrivano (o purtroppo non arrivano) sulle coste della Sicilia e le traversate che hanno caratterizzato l’emigrazione italiana fin dalla fine dell’800.

Con punte anche di 500.000 partenze l’anno (a partire dal 1901), i migranti italiani sono stati sottoposti al giogo di armatori senza scrupoli che pensavano solo ai loro sporchi interessi e ai quali non fregava di sporcarsi le mani. Che li ammassavano nelle stive e li stipavano peggio delle bestie. Quei viaggi per mare si trasformarono in un’ecatombe che è costata la vita a migliaia di inermi cittadini che chiedevano solo la possibilità di lavorare per sopravvivere. Guardando le immagini da Lampedusa, i nostri figli dovrebbero sapere che nel momento in cui la schiavitù degli africani è diventata illegale è cominciata quella dei “negri bianchi”, degli italiani praticamente ammassati l’uno sull’altro da armatori avidi e da capitani senza vergogna. In stive dove l’aria era irrespirabile dal fetore del vomito e delle feci, dal puzzo dei carburanti e dalle esalazioni di centinaia di esseri umani. Una tratta che oggi continua con i migranti che arrivano nelle stesse condizioni sulle nostre coste. Situazioni in cui l’essere umano viene considerato solo merce dalla quale ricavare profitto. Anche allora le malattie provocavano vere e proprie stragi (considerato che il viaggio durava dai 10 ai 12 giorni), delle quali armatori e comandanti se ne fregavano.

Forse conoscendo questi fatti i ragazzi e le ragazze imparerebbero quello che non bisogna mai dimenticare. Innanzitutto che siamo tutti essere umani (come ripete alla radio nel suo tormentone Marco Mengoni). Poi che bisogna fare i conti con la storia, in questo caso la nostra storia di emigranti. Comprendendo le ragioni e gli stati d’animo che spingono migliaia di uomini, donne e bambini ad affrontare un viaggio in cui le possibilità di lasciarci la pelle sono superiori a quelle di scamparla. E’ necessario anche informarsi, per sapere che mentre noi cento anni fa fuggivamo solo dalla povertà, oggi i migranti che partono della coste africane sfuggono dalle guerre e le persecuzioni. E chi scappa perché teme per la propria incolumità non è un clandestino ma un profugo e deve essere soccorso e aiutato. Non per spirito umanitario, ma per il diritto d’asilo, sancito da vari trattati, tra i quali:

  • Convenzione Onu relativa allo status dei rifugiati (Ginevra, 1951)
  • Convenzione Oua sui rifugiati (Addis Abeba, 1969)
  • Dichiarazione di Cartagena (Cartagena, 1984)
  • Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 1950)
  • Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti (New York, 1984)

sirioE poi, anche culturalmente, questi ragazzi dovrebbero imparare quel che Alexander Langer, citando Humboldt, ripeteva spesso: si è tante volte uomini quante lingue (e dialetti) si conoscono.

Per chiudere, mi sembra importante ricordare le vittime di quando i clandestini eravamo noi:

24 agosto 1880 – Piroscafo italiano “Ortigia”. Affonda al largo della costa argentina per speronamento accidentale con un mercantile, 149 morti.

17 marzo 1891- Bastimento inglese “Utopia”, partito da Trieste con scalo a Napoli. Urta contro una corazzata nello stretto di Gibilterra e affonda. 576 vittime, in prevalenza italiani provenienti da Campania, Abruzzo e Calabria.

4 luglio 1898 – Nave francese “Bourgogne” affondata al largo della Nuova Scozia 549 morti, per lo più emigranti italiani.

4 agosto 1906 – Piroscafo italiano “Sirio” affondato davanti a Capo Palos (Spagna). Vittime stimate 293, in gran parte italiani, ma la cifra è incerta perché erano molti i clandestini a bordo, per lo più emigrati italiani senza documenti.

25 ottobre 1927 – Piroscafo italiano “Principessa Mafalda”, affondato ad 80 miglia dalla costa del Brasile. 314 morti secondo le autorità fasciste italiane del tempo, 657 secondo dati riportati dai giornali sudamericani, tutti italiani, per lo più piemontesi, liguri e veneti. Fu ricordato come il Titanic italiano. E tanti altri…

Ma l’ecatombe continuò anche a causa della guerra: emigranti italiani morti nell’affondamento di piroscafi durante la prima guerra mondiale ad opera di sottomarini, 446 morti italiani nel 1940 nell’affondamento di un piroscafo inglese davanti alle coste del Brasile, l’Arandora Star (tenete conto che noi eravamo alleati dei tedeschi).

Allora l’idea di sparare sulle barche non era soltanto enunciata: nel 1884, sulla nave italiana “Brazzo” con 1333 passeggeri a bordo, scoppia il colera. Venne respinta a cannonate a Montevideo.

Nel 1888 sulla nave italiana “Carlo Raggio” con 1851 emigranti italiani, ci saranno 18 vittime per fame.

APRILE  2015

McKinsey&Company rivela perché la diversità è importante per le aziende

Da una recente ricerca di McKinsey&Company – società di consulenza di gestione che opera a livello mondiale – relativa alla “Diversity Inclusion” e riferita principalmente al mercato americano, emerge quanto il tema della diversità stia assumendo una certa rilevanza ai fini produttivi.

È emerso che le aziende che promuovono, in ruoli di management, l’inclusione delle categorie generalmente discriminate arricchiscono alcuni aspetti fondamentali della gestione aziendale: incrementano la capacità di orientamento al cliente; elevano la soddisfazione dei dipendenti e migliorano i processi decisionali.

ricerca McKinsey diversità

La ricerca (che trovate nel dettaglio qui) è stata realizzata valutando 366 aziende pubbliche e una vasta gamma di industrie nella zona dal Canada all’America Latina, in particolare negli States, ma anche nel Regno Unito. E guardando i dati che sono emersi, si evince che assumendo personale di diversa etnia, ad esempio, si ha un 35% di possibilità in più di ottenere ritorni finanziari rispetto alla media nazionale dei competitor. Mentre la diversità di genere arricchisce un’azienda del +15% in più sul piano economico. Ma non è solo inserimento, si tratta di lavorare sulle modalità di approccio al management e sulla visione globale dell’azienda in quanto corpo formato da più membri ricchi di particolarità.

Possiamo quindi dire che il tema della diversità è un elemento di differenziazione competitiva e che i brand capaci di reclutare i diversity talent godranno per primi i benefici del loro prezioso contributo. I clienti, infatti, esprimono ogni giorno le loro molteplici necessità alle quali le aziende devono saper rispondere in maniera adeguata. E il modo più semplice per comprendere la varietà di questi bisogni è certamente quello di essere vari all’interno dell’azienda stessa.

DiversityE com’è la situazione in Italia? Purtroppo i dati non ci fanno onore. Secondo un’indagine condotta dal Diversity Management Lab della SDA Bocconi School of Management, tre imprese italiane su dieci (ovvero il 29%) non voglio saperne di diversità. Infatti, troppo spesso nelle nostre aziende vige ancora l’idea di diversity management più come un’attività da svolgere per ottemperare gli obblighi di legge che come come punto di forza per il brand. Le aziende italiane che stanno virando verso un nuovo, più aperto e inclusivo modo di pensare l’organizzazione aziendale e la sua operatività si fermano al 21%. Tale dato pare essere ancora debole se si pensa che in Germania le politiche di inclusione registravano già dieci anni fa un tasso di adozione del 39,4% e del 48% nell’Unione Europea nel suo complesso. Anche se bisogna dire che nelle realtà con un numero più elevato di 1.000 dipendenti il dato sale ad un rassicurante 46%. Resta comunque molto lavoro ancora da fare.

Quindi “includere” piuttosto che “escludere” non è solo eticamente e politicamente corretto ma, a conti fatti, anche conveniente. Lo spiega con cura nel video seguente Andrea Notarnicola – autore del libro “Global Inclusion” e formatore esperto di Newton-Gruppo Sole 24 Ore

 


 

MARZO  2015

IO  L'OTTO  MARZO...

perchè la disuguaglianza è ancora tra noi


Baby spa, centri estetici per bambine dai 2 anni:

manicure e feste di compleanno a tema bellezza

Camilla ha naturali boccoli biondi e occhi blu. Sorride e saltella, avvolta nel suo piumino rosa, mentre entra in un salone di bellezza del centro di Milano. Non sta nella pelle, oggi per lei è un gran giorno: si fa la manicure con mamma Giulia. Le estetiste la conoscono, la accolgono come una cliente affezionata. Lei corre a scegliere il colore dello smalto, si lascia incantare dalle polveri glitterate. Camilla ha 5 anni ed è una delle, tante, bambine che iniziano a frequentare i centri estetici in tenera età. Una moda che sta prendendo piede e arriva dagli Stati Uniti, dove le baby spa sono in costante aumento. Secondo una ricerca della International Spa Association, pubblicata sul New York Times lo scorso gennaio, in America 20.000 esercizi propongo trattamenti per i piccoli. Sono circa il 25% del totale e il 15% in più rispetto al 2009. L’offerta è varia: manicure, pedicure, massaggi viso e corpo, maschere di bellezza profumate. I prezzi oscillano dai 30 dollari, per una limata di unghie e passata di smalto, ai 3000 per una festa di compleanno a tema bellezza.

In Italia il primo centro estetico per bambine “dai 2 ai 12 anni” è stato aperto nel 2012 a Treviso. Il nome, Little Lolas, era ammiccante e l’iniziativa scatenò critiche e polemiche. Telefono Azzurro lanciò addirittura la petizione “No Little Lolas” per chiuderlo. La Spa “baby’s only” è rimasta un caso isolato, ma nelle grandi città prolificano i negozi di estetista che offrono trattamenti per bambini, accanto a quelli per adulti. A Milano uno dei primi è stato Recupero, in zona Navigli. “Chiariamo subito una cosa –puntualizza la titolare Eugenia- da noi non vengono bambine che sognano di fare le veline o le modelle. Non c’è niente di morboso, semplicemente diamo un servizio in più. Lo facciamo per passione, perché il ritorno economico è risibile. Da sempre badavamo alle ragazzine che accompagnavano le mamme. Erano affascinate dai prodotti, dalle creme, che adoravano annusare. Poi la figlia di una nostra affezionata cliente ha chiesto un massaggio come regalo premio per la pagella, da lì abbiamo deciso di prenderci cura anche delle piccole dai 4 anni in su. Offriamo trattamenti che emulano quelli degli adulti, ma fatti con prodotti e tecniche ad hoc”. Scorrendo il listino “kids beauty”, si trovano “massaggi alla mandorla, cioccolato, fragola e zucchero a velo” per 20 euro, “trucco per feste e body painting” a partire da 15 euro, “extensions colorate bicolor e fluo” da 10 euro.

L’ultima novità sono i beauty party. Classiche festicciole in cui tutte le estetiste si dedicano in esclusiva alle bambine e, assieme al taglio della torta e ai brindisi con le bibite, si fanno scrub, manicure, pedicure, trucco, parrucco e tatuaggi ad acqua. “Mi piacerebbe organizzare una festa così a Camilla – racconta Giulia – ma ho paura che la mamma di qualche compagna di asilo storca il naso”.  Brillantini e smalti, ma non solo. Oggi per le bimbe ci sono anche vere e proprie spa. Il Cavallino Bianco, grande albergo di Ortisei (Bolzano), propone trattamenti per “piccole principesse e giovani cavalieri dai 5 ai 15 anni”. Qui le estetiste si chiamano fatine e non fanno magie, ma massaggi profumati su un letto a forma di cuore, dove la principessina di turno potrà stendersi, con la mamma o un’amica, dopo essersi immersa nella vasca idromassaggio con luci colorate.

Il trattamento per due costa 150 euro, per uno 39. “Facciamo anche manicure e pedicure –racconta Petra, fata-estetista del Cavallino Bianco- Mettiamo un po’ di trucco, giusto un velo di fard e rossetto trasparente, il mascara solo se la ragazzina è un po’ più grande. Tante adorano indossare l’abito da principessa che forniamo con il trattamento. Lo usano anche per scendere a cena”. Al Cavallino bianco l’80% della clientela è italiana e il 20% straniera, ma il successo della spa per i piccoli è trasversale. “Le bambine hanno le idee chiare –spiegano- sanno già che colore di smalto vogliono, amano farsi fare i boccoli ai capelli, scelgono le profumazioni delle creme per i massaggi”. Pratiche diseducative? ”Assolutamente no – ribattono le estetiste – è un modo come un altro per divertirsi con la mamma o un’amica e per imparare l’importanza della cura del corpo e del benessere sin da piccole”. “Se oggi una bambina vuole truccarsi – spiega Eugenia del centro Recupero- ha a disposizione internet e tutti i tutorial di YouTube che vuole. Tanto vale imparare a farlo nel modo giusto, con i prodotti adatti, e a considerarlo un’eccezione divertente”. Non è d’accordo però la dottoressa Anna La Guzza, psicologa e direttrice del centro Amamente di Milano: “Nei bambini l’ imitazione delle attività degli adulti è un passaggio di crescita fondamentale. Nel caso di spa e estetica entra in gioco la riproduzione di un modello che vede la bellezza come un bene di consumo imprescindibile. Questo può causare anche distorsioni psicologiche, come sessualità precoce o scarsa autostima, che si possono trascinare fino all’età adulta. L’attenzione dei più piccoli al proprio corpo non è una questione estetica, ma di salute e, a quell’età, è ancora un dovere dei genitori”.

 


da Eretica 21.02.15

Leggo. Una ragazzina viene stuprata da alcuni coetanei che la ricattavano. Minacciavano di mettere online o inviare ai genitori di lei video e foto in cui lei appariva nuda, in pose hard, o non saprei.

Mi chiedo due cose: questi adolescenti si rendono conto del fatto che il semplice possesso di immagini che rappresentano una minorenne è perseguibile per pedopornografia? L’altra cosa: se non esistesse una cultura, pessima, che condanna la ragazzina stuprata, prima che i suoi stupratori, lei avrebbe dovuto subire così a lungo quel ricatto?

Perché mai un’immagine di te nuda, o che, addirittura, mostra te mentre vieni stuprata, dovrebbe consentire ai violentatori di metterti in cattiva luce? Se la mentalità del mondo adulto, non fosse incline a giustificare questi ragazzi e a colpevolizzare lei, questa adolescente avrebbe dovuto subire quel ricatto?

Allora ricordo, giacché non è la prima volta che leggo di fatti del genere, che spesso basta perfino una foto, di lei in mutande, per ricattare una ragazza e farle fare quel che si vuole. Si teme l’opinione della gente, il victim blaming, il gossip dei compagni, le macchie sulla propria reputazione (e perché mai?) più che uno stupro.

Senza tirare conclusioni, mi preme in ogni caso dire alcune cose che penso siano utili a genitori e figli:

– la vulnerabilità delle vostre figlie non dipende dal fatto che la tecnologia è il diavolo. Sarebbe bene si insegnasse ai figli che a tutto c’è comunque un limite. Violare la privacy di qualcuno, una compagna, un compagno, e poi minacciare di mettere online foto equivoche, non è una cosa buona da fare;

– i genitori che temono per le proprie figlie, piuttosto che intimidirle con regole morali che censurano la possibilità che una ragazza venga a raccontarvi, senza vergogna, quel che le succede, dovrebbero prepararle a queste evenienze e rassicurarle che a loro non importa se la figlia appare nuda, in mutande, in atteggiamenti equivoci e chissà che altro;

– le ragazze che subiscono ricatti di questo genere devono sapere che la sessualità è un piacere che corrisponde ai vostri desideri. Avete il sacrosanto diritto di dire no se qualcosa non vi piace. Avete il diritto di scegliere e non c’è ricatto che tenga. Non vi preoccupate del fatto che un po’ di compagni idioti vi chiamino “puttana” perché un bullo ha detto di aver fatto sesso con voi. Non preoccupatevi del fatto di essere giudicate male per una foto e un video di qualunque genere. Sappiate che sono loro, quei compagni, a sbagliare e non voi.

– alcune cose da sapere, utili alle ragazze innanzitutto: inviare la vostra foto seminuda per far piacere al ragazzo che vi piace significa che quel ragazzo potrebbe essere accusato di possesso di immagini pedopornografiche. Se un vostro compagno, per vendicarsi e torturarvi, invia poi la vostra immagine ad altri compagni, tutti potrebbero subire la stessa accusa. Allora il punto è che serve un po’ di prudenza ma dovete sapere che: l’età del consenso per voi è 14 anni e con ragazzi che siano quasi coetanei. Prima di quell’età si parla di stupro. Voi avete un’arma per difendervi, e per quanto i vostri “compagni” dicano che tutto si svolgeva in maniera consensuale, la legge dovrebbe essere comunque dalla vostra parte.

– un’ultima cosa: ricordate che la vendetta porno, ovvero l’azione di un uomo, un ex fidanzato, o una donna, anche un’amica perfida, che mettono online, o tappezzano la città con le vostre foto “porno”, è una faccenda abbastanza comune. In alcuni Paesi è già un reato. Qui si usa ancora questa arma di ricatto per fare in modo che la donna, oggetto di vendetta, sia messa alla gogna a subire slut shaming. Si tratta della pratica di chi ti insulta, in senso sessista, mortificandoti grazie alle immagini diffuse. La migliore arma per combattere questo fenomeno è un diverso approccio culturale.

 


Il maschilismo? Non esiste più!

Altro che scomparso: il maschilismo è vivo e vegeto e, purtroppo, alberga ancora tra di noi. Potente e scarsamente disturbato: è la tesi dell’ultimo libro di Chiara Volpato,Psicosociologia del maschilismo (edizioni Laterza). Dalle immagini dei cardinali riuniti in conclave e del vertice della Banca centrale europea a quelle dei consigli di amministrazione e delle gerarchie militari: basta alzare lo sguardo per accorgersi della perdurante supremazia maschile. “Un’indiscutibile asimmetria di potere, status e risorse” che per lo più, nel discorso pubblico, si presenta come scontata, neutra. Ma che fa sì, sostiene la professoressa di psicologia sociale all’Università Milano Bicocca, che una bambina che nasce in Italia non abbia le stesse “probabilità di esprimere le potenzialità di pensiero e azione”. Mentre tutti i maschi, anche quelli che non si riconoscono nel modello dell’egemonia maschile, “riscuotono la loro parte del dividendo patriarcale”, traggono cioè vantaggio da questa posizione di supremazia.

Mettendo radicalmente in discussione la tesi secondo cui le differenze biologiche si traducano “automaticamente in profonde e persistenti differenze psicologiche e sociali” (cioè l’idea che uomini e donne ragionino e sentano in maniera diversa, prima che le costruzioni culturali e sociali intervengano a modificare ragioni e sentimenti), l’autrice sostiene che quasi tutti i comportamenti maschili e femminili – dal tipo di studi intrapresi alle scelte su lavoro o carriera – siano di fatto governati/generati dagli stereotipi.

Ma la tesi del libro è ancora più forte: esiste un “sessismo benevolo” ancora più pericoloso del maschilismo tradizionale e manifesto. È un’ideologia opaca e ambivalente che, mentre da un lato si esprime nella credenza che l’eguaglianza di genere sia stata raggiunta, dall’altra continua a operare discriminazioni meno riconoscibili, sia dagli uomini che dalle donne stesse. Ad esempio quando un esaminatore crede di giudicare imparzialmente uomini e donne e invece adotti criteri diversi senza saperlo. O quando si tende ad attribuire un fallimento femminile a un’assenza di meriti e quello maschile a una causalità diversa.

Il sessismo benevolo è, anche, quella visione deformata che fa l’uomo sia “indipendente, energico, forte, aggressivo, attivo, dominante, audace”, mentre la donna è definita piuttosto “affettuosa, sognatrice, attraente, dipendente, emotiva, tenera, gentile, dolce, affascinante”. È una sorta di paternalismo che definisce le donne “creature preziose, da proteggere”, e promette loro vantaggi, a patto che “accettino il controllo sociale maschile” e accettino ruoli tutto sommato convenzionali. Positive, ma subalterne: una visione che spesso le donne finiscono per assimilare, anche per avere benefici secondari, ma che finisce per renderle più deboli e insicure.

Il libro parla, molto, anche del maschilismo in politica. Criticando con forza il comportamento di Silvio Berlusconi, un esempio perfetto di mix tra sessismo tradizionale esplicito e sessismo benigno, Chiara Volpato sostiene però, con molte ragioni, che il maschilismo “benigno” è trasversale a destra e sinistra. Un ultimo j’accuse deciso è poi rivolto ai mass media: che non solo non parlano a sufficienza della mai raggiunta parità di genere e utilizzano l’aggettivo “femminista” con accezione negativa. Ma soprattutto continuano a oggettivare la donna, sia attraverso le pubblicità, sia attraverso l’assegnazione di ruoli secondari in trasmissioni o talk show. Una forma di de-umanizzazione, secondo l’autrice, che favorisce forme di violenza, direttamente legate – come dimostrato da numerosi studi – alla riduzione della donna ad accessorio oppure oggetto di consumo.

Il Fatto quotidiano


Stereotipi femminili, monte di Venere:

nuovo erotic-trash da copertina

Di Sport Illustrated, nello specifico la Swimsuit Edition, ricordo vagamente la copertina in cui Elle MacPherson campeggiava in costume intero.

Il magazine ha 23 milioni di lettori a settimana e ogni anno, dal 1964, propone un numero che di sportivo ha poco (da sempre fonte di critiche), nel quale posano modelle in costume.

Come giustamente sottolineato nel brillante e divertente articolo sul Nyt da Jennifer Weiner, con questa edizione si inaugura una nuova parte del corpo femminile sulla quale ossessionarsi, da sbarbare e rinvigorire: il monte di Venere. Ebbene sì ladies, la new-entry in classifica appartenente alla signorina Davis (top model famosa per essere la ex di Derek Jeter degli Yankees) ci guarda tonico, decespugliato, sbarazzino, in quella che sembra la posa di una che sta per chinarsi e fare pipì. L’evanescente modella, puntualizza che “quest’anno il focus dell’edizione è il torace”, esattamente quello che penseranno i circa diciotto milioni di uomini che leggono il giornale.

Il corpo delle donne, ancora nel 2015, resta sconsolatamente un manufatto a sé stante. Perché più bello di quello dell’uomo, per la silente compiacenza delle donne stesse, per il dominio dell’uomo nelle decisioni che contano.

Qualche giorno dopo l’uscita della foto di Cindy Crawford senza ritocchi, ascoltavo la radio in macchina. Gli speakers (uomo e donna) pontificavano tra lo sbalordito e il rispettoso che quando le donne invecchiano “devono tenersi più su rispetto all’uomo”. Si sa, continuavano, l’uomo di mezza età è interessante, mentre la donna – per accedere a ruolo di Milf. conclamata – deve sudare sette camicie. Insomma, siamo alle solite: nell’immaginario collettivo il cinquantenne alla Clooney (post blefaroplastica e sobrio) è fascinoso, la cinquantenne resta invece una tardona. Probabilmente i cinquantenni alla Depardieu bazzicano tutti dalle mie parti.

La cultura social-popolare è piena di stereotipi triti e ritriti che vanno a scapito delle donne, non è una novità. Di nuovo c’è che adesso non si ha più la decenza di pensarlo e non dirlo, ma lo si spiattella sul web o in diretta davanti a milioni di telespettatori.

Di esempi ce ne sono a bizzeffe…

Un uomo può essere divertente e bello mentre una donna con sense of humor perde la carica sexy. Se l’uomo ha la tartaruga è figo, se la donna ha muscoli diventa mascolina, ergo poco femminile. L’uomo che conquista è un casanova, dongiovanni, seduttore, una donna sessualmente libera è una zoccola. E allora va bene solo se a pagamento. Schiere di vacanzieri solcano i cieli per trovare amore a poco prezzo in Thailandia o in Africa, ma se una donna va a Cuba o in Giamaica per ritrovare gli stessi piaceri dell’uomo, diventa una patetica figura da commiserare e sputtanare al Bar Sport.

Se critichi le bellone, è perché sei invidiosa.

Se condanni gli stecchini in Tv, è perché sei grassa e sotto sotto vorresti essere come loro.

Se argomenti e confuti, sei acida (e anche un po’ frigida).

E’ una battaglia persa a tavolino. E’ un po’ come se al torneo di tennis estivo del mio paese, in finale con la talentuosa dilettante, scendesse in campo una delle Williams. Anche Venus, va bene uguale. Ma per vedere in copertina il nero Monte di Venus bisognerà attendere ancora un bel po’

                                                                                                                                                           Erica Vecchione


 

Matrimoni gay, la Slovenia è 13° paese europeo ad approvare una legge ad hoc

La Slovenia approva i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Passa al parlamento di Lubiana un emendamento che equipara le nozze omosessuali a quelli eterosessuali che diventano così per legge “l’unione tra due persone indipendentemente dal loro sesso”.  La Slovenia diventa così il tredicesimo Paese europeo a dire sì ai matrimoni omosessuali. 51 i voti favorevoli (28 contrari) alla proposta della sinistra unita, che adesso deve essere cofirmata dal Presidente della Repubblica. Una legge fortemente osteggiata dal centrodestra – secondo il quale la nuova norma “minaccia la famiglia tradizionale” – e da circa duemila persone che hanno manifestato di fronte al parlamento chiedendo una consultazione referendaria. Intanto la Slovenia diventa il primo Paese dell’ex blocco comunista ad approvare una simile legislazione. Un fatto non da poco se si considera che le vicine Croazia e Ungheria hanno divieti costituzionali sui matrimoni omosessuali.

Fatto sta che Lubiana conferma il trend europeo che negli ultimi anni ha visto ben 12 Paesi (non solo appartenenti all’Ue) dire sì ai matrimoni tra coppie omosessuali: Belgio (2003), Spagna (2005), Norvegia, Svezia (2009), Portogallo, Islanda (2010), Danimarca (2012), Francia (2013), Gran Bretagna (2014), Lussemburgo (2015). L’ultima in ordine cronologico è stata la Finlandia, che a fine 2014 ha approvato la legge sui matrimoni gay – in Finlandia la registrazione delle unioni tra persone dello stesso sesso era possibile già dal 2002 – che adesso entrerà in vigore a partire dal marzo 2017. A Helsinki la nuova legge era partita addirittura da un’iniziativa popolare e aveva incassato subito il sostegno del primo ministro liberal-conservatore Alexander Stubb, che l’aveva definita “una questione di diritti umani, parità di genere e uguaglianza”.

Il prossimo Paese ad approvare i matrimoni gay potrebbe essere la cattolicissima Irlanda, dove il prossimo maggio è previsto un referendum per testare l’opinione popolare sulla questione – nel 2014 Londra lo ha autorizzato in Inghilterra, Scozia, Galles ma non in Irlanda del Nord. Gli ultimi sondaggi danno il 76 per cento della popolazione a favore, ma, secondo Tiernan Brady, direttore del Gay and Lesbian Equality Network (GLESN), la questione è tutta aperta vista anche la forte influenza che hanno sul Paese – e la sua economia – gli Stati Uniti, contrari a questo tipo di matrimoni. In Europa la situazione sui diritti delle coppie omosessuali è piuttosto variegata. Secondo ILGA-Europe, associazione internazionale impegnata sui diritti delle persone LGBT, ad oggi i Paesi che prevedono una qualche forma di unione di fatto legale tra coppie omosessuali sono Austria, Repubblica Ceca, Finlandia (da marzo 2017 il matrimonio), Germania, Ungheria, Irlanda, Liechtenstein, Malta, Paesi Bassi, Svizzera e Gran Bretagna. Più controversa la questione delle adozioni congiunta di bambini da parte di persone dello stesso sesso, ad oggi permessa solo in Belgio, Danimarca, Francia, Islanda, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Gran Bretagna.

Piatta la situazione dell’Italia. Il Rainbow Map aggiornato al maggio 2014 – ovvero la panoramica dell’associazione ILGA-Europe sullo stato di diritto delle persone omosessuali in Europa che considera variabili come le unioni, le adozioni, la libertà di espressione e i casi di violenza – l’Italia riceve un punteggio di 25 su 100, meno di Bulgaria (30) e Romania (28) e leggermente meglio di Paesi come la Moldavia (17) e Georgia (26). Maglia nera è la Russia di Putin (6).

Il fatto quotidiano


FEBBRAIO  2015

Stampa e sessismo: perché intitolare la via ad una donna deve essere occasione di insulto?

Donne di Fatto

Ne La tribù del calcio Desmond Morris, nel 1981, descrisse una partita di calcio con gli occhi di un extraterreste: dall’astronave la creatura aliena avrebbe visto due gruppi ristetti (di un solo genere sessuato) in rappresentanza di due tribù avversarie mentre compivano un rituale legato ad un oggetto rotondo da spingere in un determinato luogo. Lo scienziato antropologo introduceva dunque il discorso sul senso del simbolico delle azioni, individuali e collettive.

Che penserebbe un extraterreste leggendo un articolo di giornale che racconta la proposta, da parte di diverse associazioni di donne, supportate da un lungo lavoro nelle scuole, di intitolare alcune strade e luoghi pubblici ancora senza nome a donne che hanno lasciato un segno nella società, articolo corredato con la foto del nome di una strada scelta con chiaro intento a doppio senso?

Che cosa racconta questa scelta, che a molti sembrerà divertente, arguta, dissacrante, persino una lezione di leggerezza a queste donne, così seriose e incapaci di pensare a questione più serie rispetto alla toponomastica?

Il movimento trasversale di toponomastica femminile, nato nel 2012 per volontà della studiosa Maria Pia Ercolini che lo lanciò su Facebook raccogliendo subito entusiasmo e consenso è un progetto culturale e sociale che ha coinvolto centinaia di associazioni e gruppi, ma anche scuole e istituzioni locali, nella consapevolezza che l’esclusione delle donne e del femminile passa anche attraverso la cancellazione dei nomi, delle storie e delle vite delle donne che raramente sono nominate nelle strade delle città, e che quindi non entrano nel quotidiano del nostro vivere i luoghi.

Quando Lidia Menapace, decana del femminismo, scrive nel 1990 che per esistere socialmente bisogna essere memorabili, e quindi nominate, anticipa l’intento del progetto: posto che nella storia le donne degne di memoria sono davvero un numero esiguo, dai testi scolastici alle strade, è necessaria una riparazione del danno causato dall’invisibilità. Cominciare a chiamare le strade con nomi di donne è già un passo significativo.

Si tratta di una questione, mi pare, di buon senso e di civiltà, che non prevede manifestazioni, turbativa di traffico, urla e disturbo alcuno: in tutte le città le donne che hanno accolto il progetto hanno coinvolto istituzioni e scuole, quindi cosa c’è che non va? Perché il giornale di Imola La voce correda l’articolo che racconta il percorso dell’associazione Perledonne per l’intitolazione di strade e luoghi pubblici a personalità femminili con l’immagine di Via della sega?

Vie-donne-Lanfranco

Una delle risposte possibili (oltre a quella che chi ha preso questa decisione sia un adolescente un po’ immaturo) è che se il direttore del settimanale che pubblica le foto di una ministra che mangia un gelato con commenti esplicitamente di allusione sessuale se la cava con le scuse, applaudite in una trasmissione tv a sfondo culturale (Che tempo che fa) e poi con una lunga intervista nella quale presenta il suo ultimo libro (Le invasione barbariche), ovvio che un piccolo giornale di provincia può farsi una grassa risata alla faccia della toponomastica femminile. Un consiglio alla redazione, da collega: darsi una occhiata al video sulla responsabilità della categoria sull’uso delle parole, ideato dalle rete di giornaliste Gulia.

Magari la visione e la riflessione possono aiutare a migliorare il livello della comunicazione.

 


 

La pubblicità italiana è sessista?

La pubblicità italiana è considerata tra le più sessiste al mondo. Crea, sostiene e promuove stereotipi e modelli discriminanti, relegando la donna a ruoli gregari, decorativi e ipersessualizzati. A sostenerlo è Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (Adci), coordinatore della recente indagine “Come la pubblicità racconta gli italiani” condotta insieme a Nielsen Italia e al Dipar­ti­mento di Filo­so­fia e Comu­ni­ca­zione dell’Università di Bolo­gna. Basato sull’analisi di quasi 20 mila campagne (tv, radio, affissione, stampa e banner web), lo studio ha esaminato il modo in cui uomini e donne sono raccontati nella pubblicità, identificando 12 tipologie narrative femminili e 9 maschili. Le tipologie di donna più utilizzate negli spot, sommate tra di loro, offrono un quadro piuttosto esplicativo. Nell’81,27 per cento dei casi si tratta infatti di “modelle” (ideale di bellezza), “grechine” (elemento decorativo che non dice niente), “disponibili” (in atteggiamenti di esplicita disponibilità o meglio possibile uso sessuale), “manichini” (corpo femminile o parti di esso), “ragazze interrotte” (annullate in quanto persona) e “preorgasmiche” (in espressione di piacere sessuale). Ovviamente, come prevedibile, la somma delle analoghe categorie per i maschi non arriva nemmeno al venti per cento. Così, mentre la donna viene narrata insignificante dal punto di vista della personalità e delle competenze – un oggetto e poco soggetto -, il profilo dell’uomo invece sbilancia verso il lavoro. In più della metà dei casi negli spot pubblicitari il maschio è presentato come un professionista. Ma raramente come padre (solo nel 4,32 per cento dei casi).

Certo, a volte possiamo essere superficiali. E meno male. Sentirci sessualmente disponibili. E va bene. Desiderare di essere belle: la seduzione è un pilastro della femminilità. Però non attraversiamo la vita esclusivamente tra smanie e appetiti sessuali, in genere. Se si parla di emotività poi, non siamo solo isteriche, esagerate, adolescenziali. Davvero ci esaltiamo alla consegna di un paio di scarpe? O per una lavastoviglie sottocosto? Veramente ci eccitiamo se un anticalcare ridona lucentezza al nostro bagno? Può essere, ma probabilmente le nostre emozioni si modulano intensamente anche per altro.
È la ripetizione infinita dello stesso ritratto che stanca e discrimina. Che parla solo di un tipo di donna o solamente di alcuni aspetti possibili in una donna. Una versione unica, inespressiva, passiva, monotona, squallida. Limitante per la nostra affermazione sociale. Tra l’altro, in modo complementare, risulta danneggiata anche l’immagine degli uomini. Professionisti sì, ma con una vita che gravita intorno ad un corpo di donna (non una donna). Possibile che i maschi siano ispirati alla vita solo se stuzzicati eroticamente così come racconta la pubblicità? Che sentano il bisogno di esibire ossessivamente la loro indubbia virilità? Che manchino di coinvolgimento affettivo? Sempre assenti con i figli?

Ma per la donna la pubblicità può essere ancora più subdola. Perché oltre all’ossessione per la bellezza, rivela modelli di genere inquietanti, legati a contenuti più ampi di cultura, identità, violenza e potere. La donna come oggetto. Spesso doppi sensi, giochi di parole. A volte pesanti eppure non censurati. Altri velati da combinazioni ironiche che legittimano immagini discriminatorie. Il sottinteso spesso è più pericoloso, come un certo ammiccamento sessuale collegato a sopraffazione, sottomissione, sfruttamento sessuale.

Se la pubblicità penalizza le donne? Sì, lo fa. La pubblicità è comunicazione, diffonde linguaggi, valori. Contribuisce a costruire l’immaginario collettivo. Orienta opinioni, convinzioni, atteggiamenti. Ci dice come è meglio essere, come è ovvio che le donne e gli uomini si comportino. È piena di modelli appiattiti e passivi. Ci rende tolleranti agli stereotipi. Alle volte propone messaggi che puntano dritto alle nostre fragilità. Parlano ai nostri disagi. Ci dicono “è normale così, devi essere così”, rendendoci poco critiche e lucide su quello che possiamo fare, dobbiamo permettere. Soprattutto nelle età più giovani.

Non siamo bacchettone, la nostra vita sessuale non è carente, non siamo frigide, non ci manca la possibilità di fare sesso con chi vogliamo, se notiamo queste cose. Non si tratta di essere femministe, non facciamo guerra agli uomini, ingabbiati anche loro in cliché sessisti. La dobbiamo fare contro una mentalità che può appartenere ad entrambi i generi.
Se la questione del sessismo nella pubblicità è ultimamente abbastanza discussa, la regolamentazione dei messaggi dal punto di vista legislativo in Italia è purtroppo vaga. Ma non sono gli strumenti legislativi e le autorità, indubbiamente necessari, a tutelarci del tutto. Se il mondo della pubblicità deve prendersi le proprie responsabilità e ai creativi va augurata una più fervida fantasia nella narrazione pubblicitaria dei due generi, a tutti serve fantasia per raccontare se stessi in modo diverso, dismettere certe ideologie, modi di pensare, diventare più critici e consapevoli. Creativi nel modo di essere maschio o femmina. Brunella Gasperini

 


 

GENNAIO  2015

...siamo ancora a questo!

In Toscana, nel comune di Massa, un volantino shock ha suscitato l’indignazione di tutta la comunità. In un studio medico un cartello omofobo avvertiva i pazienti che il dentista era gay.

Massa un cartello omofobo in uno studio dentistico

 

Il sito Gay.it ha diffuso la notizia di una vicenda che riguarda un apprezzato dentista di Massa, (Massa Carrara). Sulla porta dello studio, all’interno del quale il medico collabora, è apparso un cartello dal contenuto omofobo che ha turbato il professionista: “Si porta a conoscenza dei pazienti che qui lavora il dott. X. Essendo questo professionista un omosessuale, si pregano i pazienti di prendere le dovute precauzioni (al fine di tutelare la propria salute)”. Uno dei pazienti ha scattato una foto allo scritto e diffondendo l’immagine ha suscitato l’indignazione generale, non solo nella comunità massese.

Il volantino, sul quale campeggia il nome del medico additato, è firmato da un fantomatico: “Organismo per la tutela del paziente contro le malattie contratte in ambito odontoiatrico“. L’accaduto ha fatto decidere il medico a rivolgersi ad un avvocato, per quest’ultimo: si tratta di “Attentato alla persona, alla vita e all’aspetto professionale di una persona“.

Su Gay.it il compagno del dentista ha rilasciato una laconica dichiarazione:  ”Noi viviamo liberamente, non ci siamo mai nascosti e questo non ci ha mai portato alcun problema. Il mio compagno, pur non avendolo mai detto pubblicamente, non ha mai fatto mistero del fatto di essere gay, quindi è probabile che sia i pazienti che i colleghi lo sapessero“. Mentre il presidente della commissione pari opportunità del comune vicino di Carrara, Alessandro Bandoni, ha dichiarato: “Cercheremo i responsabili e intraprenderemo assieme al professionista azioni legali, un atto indegno senza pari”.   

da Maria Concetta Distefano


 

Stalking, “Il contrario dell’amore”:

se una storia finita diventa persecuzione

“A mio padre, che mi ha insegnato che l’amore inizia dal rispetto”. Parla forte e chiaro, l’epigrafe di questo volume di dolente impianto semi-autobiografico, “Il contrario dell’amore” (Indiana Editore, pag. 272), forse il primo romanzo italiano sul tema dello stalking, scritto, con coraggio e poesia, da Sabrina Rondinelli, insegnante elementare e autrice di libri per ragazzi. Scrivere per ricordare, per non ignorare. La scrittura come catarsi. Ma lo scopo non è la redenzione. È testimoniare. Con penna sincopata e ferma, con un’inquadratura quasi cinematografica, pagina dopo pagina Rondinelli mette a fuoco l’amore rovesciato. “Allora non ti ama. Il suo non è amore. È il contrario dell’amore. È violenza”. L’importante è non sottovalutare. “Da quando ti ho conosciuta, vivo per amarti. Prima di te, non vivevo. Esistevo e basta. Io sono nato per amarti”. Eva lavora in un salone di bellezza, fa la parrucchiera. Vive in un monolocale con sua figlia di sei anni. “La prima volta che ti ho vista, non era la prima volta. Ci eravamo già incontrati, noi due. In un sogno, in qualche vita passata, o in una favola. Biancaneve che mi veniva incontro sui tacchi a spillo”.

La sera o quando può, come tanti, Eva chatta su un sito di incontri, dandosi delle regole. Sogna di incontrarvi l’uomo dei suoi sogni. “Ti ho riconosciuto dalla foto”, e ti sei seduta accanto a me. Rossetto rosso, come gli orecchini. Capelli neri, come gli occhi, pelle bianca, quasi trasparente, come la camicia. “Cosa bevi?”. “Vino bianco, grazie… frizzante. Tu?”. “Ma io ero già ubriaco, senza aver bevuto”. All’inizio, come sempre accade, tutto sembra andare per il meglio. Ma non appena la storia finisce, si accendono, per lei, le luci scarlatte dell’inferno. Perché lui non si rassegna. Perché lui non la abbandona. Comincia a tempestarla di mail, sms, e oggi c’è pure whatsapp. E poi gli appostamenti, i pedinamenti, le blandizie frammiste all’odio. “Rispondi, non avere paura, non sei più sola, adesso. Ci sono io a difenderti. Io ti amo. Ti amo oltre ogni limite”.

La persecuzione cambia progressivamente marcia. Lui ne fa la sua ossessione assoluta. Regali. Richieste di chiarimento. Proposte di ricucire. Perdonami, aiutami, non essere così crudele. Io che non vivo più di dieci minuti senza te. Lei che non sa bene come reagire. Si chiama stalking, questa ridda di vessazioni e attenzioni non richieste che è costretta a patire. Ma tutto questo ancora non lo sa. Non può saperlo. Un giorno Eva si incammina verso la stazione della metropolitana. L’aria è gelida. Per strada c’è poca gente che cammina veloce. Lungo il fiume tira vento . Eva costeggia la riva a passo svelto, sarà mezzo chilometro di strada, finché arriva sotto la scalinata del ponte. Si ferma un attimo per tirare fiato. E lì lo vede. Il contrario dell’amore. Sta lì a guardarla. Il cuore in gola, Eva si rimette in moto. Ma sente lo stillicidio dei passi di lui che la seguono. Devi stare calma, calma, calma; cammina piano, non correre; fai finta che stai camminando normalmente. Guarda davanti. Non ti voltare. Devi stare calma.

“Ascolta, nella vita può capitare: si esce con qualcuno per un periodo, si vive una bella storia, si fa un pezzo di strada insieme, ma poi le strade si dividono”. “Perché oggi non hai risposto alla mia chiamata? Avrei voluto parlarti. A voce. Volevo chiederti scusa per come mi sono comportato ieri. Mi sono reso conto di aver avuto una reazione esagerata”. “Cioè, ci siamo passati tutti, giusto? A volte siamo noi che lasciamo, a volte veniamo lasciati…”. “Io sono venuto da te con una rosa e il cuore in mano, nel giorno degli innamorati, e tu mi hai trattato male, con quella luce negli occhi così fredda, e mi hai risposto in modo così brusco… Non me lo meritavo! Per questo mi sono arrabbiato”. “Ma poi, amen, morto un Papa, se ne fa un altro”. “A volte, quando tiri fuori la parte più spinosa di te, quando fai la dura, è come se indossassi una corazza. Come se volessi difenderti. Da chi ti difendi, Eva? Da cosa? Hai paura di amare?”. Adesso sei in fissa che ti piaccio io”. Non devi difenderti da me. Io vorrei solo farti felice, stupida!”.“Però poi basta uscire un po’, ti diverti, vai a ballare”.“Sei proprio una stupida shampista, e io sono più stupido di te a star dietro a una shampista”. “Perché non mi chiami? Possibile che non hai mai un cazzo di momento per telefonarmi? Non farmi arrabbiare, non ti conviene…”.” Rispondimi! Altrimenti te la faccio pagare, e so già come”. “Sei una bambina cattiva, cattiva, una puffetta capricciosa che non vuole ubbidire!”. “Aspetto ancora fino a domani, capito? Se entro domani non mi chiami, giuro che te la faccio pagare! Che cazzo ti credi, che starò sempre qui ad aspettare te? In eterno? Ad aspettare le tue cazzo di chiamate che non arrivano mai? Ad aspettare che ti degni di concedermi di poterti vedere?”. “Quando l’ho visto sul ponte, affacciato alla ringhiera, che guardava il fiume nero, ho sperato per un attimo che volesse buttarsi di sotto per ammazzarsi. Invece ha alzato la testa, si è girato verso di me ed è venuto a prendermi. Non portava nessuna rosa, non era venuto per corteggiarmi. Per la prima volta in vita mia, ho sentito che cosa voleva dire odiare”.

Maurizio Di Fazio  - 9 gennaio 2015

 


 

DICEMBRE 2014

 

 

 

Media e Stereotipi: a che punto siamo.

Un intervento di Graziella Priulla.

 

Graziella Priulla mezzobusto

Abbiamo avuto il piacere di ascoltarla durante l'evento organizzato dal nostro Cug, Graziella Priulla
sociologa della comunicazione, docente ordinaria dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania. Con Settenove ha pubblicato “Parole Tossiche. Cronache di ordinario sessismo”.

 

Noi siamo i libri che leggiamo, i giornali che seguiamo, i quadri che osserviamo, gli spettacoli cui assistiamo, la musica che ascoltiamo, i film che amiamo. Insomma, i media che frequentiamo.
Essi costituiscono la quotidianità, sono una dimensione essenziale dell’esperienza contemporanea.
Siamo diventati tutti dipendenti dai mezzi di comunicazione, per svago e per informazione, per conforto e per sicurezza. Essi sono fonti credibili e attraenti, e svolgono un ruolo di potente omologazione del costume, della lingua, dei rapporti sociali e delle relazioni tra le persone. In un Paese che legge poco, in particolare la televisione è stata e continua a essere un potente fattore di costruzione dell’immaginario collettivo.

Le questioni di genere nei media vennero sollevate per la prima volta nella Conferenza Mondiale sulle Donne, a Pechino nel 1995. L’obiettivo strategico J.2 lì definito mirava a “Promuovere un’immagine equilibrata e non stereotipata delle donne nei media”. Riguardava ovviamente anche l’Italia, già tristemente nota per la persistenza annosa di stereotipi sessisti.

Chi conosca l‘attenzione dei media italiani per le figure femminili potrebbe essere indotto a immaginare una loro centralità nello scenario. Nulla è più lontano dal vero. La sovrabbondanza di immagini femminili che contraddistingue la nostra cultura mediatica non è una prova di una sua tendenza a valorizzarle, ma è l’ennesima testimonianza di una tradizione che le mette in mostra solo come oggetti di desiderio. Il soggetto maschile è una specie di osservatore implicito, che guarda dall’esterno, valuta, seziona, giudica e svolge il ruolo attivo; ogni donna pertanto viene definita e si autodefinisce come oggetto di questo sguardo. DEVE piacere. E’ oggetto magari inconsapevole di un potere che riguarda  il lavoro simbolico tramite il quale si interpreta il mondo, si costruiscono gerarchie di rilevanza, si riconoscono esperienze di vita come socialmente e umanamente significative.

Il livello intellettuale, la vita professionale, il ruolo sociale non interessano: il 53% delle donne che appaiono sul piccolo schermo (Censis 2013) non proferisce parola. L’interesse riguarda solo l’aspetto fisico – curve sopra e curve sotto, lato A e lato B  – da guardare, concupire, utilizzare. Il binomio donne – politica tocca soltanto gli scandali sessuali. Se si fa un bilancio di genere ci si accorge che le pagine dei giornali e gli schermi delle televisioni sono abitati sistematicamente da parole maschili.

Le percentuali di presenze femminili autorevoli riportate da tutte le analisi di contenuto risultano addirittura inferiori al tasso di rappresentanza politica, che pure colloca l’Italia a livelli bassi.

Ci siamo talmente abituati/e da non accorgerci quasi più della discrepanza tra l’immagine reale e quella somministrata in tv.
Siamo imprenditrici, scienziate, ministre, scrittrici, magistrate e astronaute: ma l’immaginario collettivo che si riflette nella pubblicità ci vuole sempre ed esclusivamente o madri e massaie premurose o oggetti del desiderio maschile. Addirittura spesso vengono rappresentate solo alcune parti del nostro corpo, quelle “sexy”: esposte come lacerti sul banco di una macelleria. Quotidiani, riviste, filmati, siti. Cartelloni per strada. Donne in mutande o in tanga, in topless, in mezzo a uomini vestiti che rappresentano professioni, parlano dell’attualità, fanno arte o sport, governano.

Il primo passo dell’oggettivazione sessuale è lo sguardo oggettivante, deumanizzante. Così gli uomini sono più pronti a pensare alle donne come oggetti sessuali e a trattarle di conseguenza.

La donna-tipo che appare nei media è giovane, sottile, levigata; ogni scarto dal canone è bandito come imperfezione intollerabile. Vietato ingrassare, vietato invecchiare. Ne risulta una compressione che cancella il fluire del tempo; le età si concentrano nella giovinezza; le bambine sono sessualizzate, le donne adulte innaturalmente bloccate. Ne risulta un’omologazione che cancella le differenze. Lo spazio di libertà espressiva sembra soccombere sotto le pressioni all’adeguamento a modelli prestabiliti di femminilità, senza ripensamenti, reinterpretazioni, scarti dalla norma. Donne continuamente inadeguate, continuamente insoddisfatte: così possono alimentare le industrie miliardarie della moda, della cosmesi, del fitness, della chirurgia estetica. Continuamente sotto lo sguardo degli altri, le donne sembrano condannate a provare costantemente lo scarto tra il corpo reale, cui sono incatenate, e un fantasma di corpo ideale cui si sforzano senza sosta di avvicinarsi.

A distanza di più di dieci anni dalla Conferenza di Pechino, una delle poche indagini comparative che ha analizzato l’immagine diffusa dai mass media in dieci paesi europei (per noi i dati sono stati raccolti dal CENSIS nel 2006), Women and media in Europe, ha posto l’Italia nelle ultime posizioni, insieme con la Grecia, per quanto riguarda la presenza di una cultura sessista. Il rapporto definisce l’Italia un paese “in resistenza”, in cui la rappresentazione stereotipata delle donne è considerata un tratto antropologico così radicato e diffuso che addirittura si teme che non valga la pena di contrastarlo con politiche evolutive.

“In Italia le donne sono rappresentate come oggetti sessuali”. Questa è una delle principali critiche sollevate dal Comitato delle Nazioni Unite che ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) negli Stati che l’hanno ratificata.

Oggi però anche da noi è aumentato il livello di non accettazione di un’immagine femminile distorta. In Italia stanno nascendo molti gruppi che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di anomalia presente nel Paese e che reagiscono con forza, non solo con la denuncia ma proponendo modelli alternativi fin dall’educazione dell’infanzia.

Anche alcuni uomini finalmente si sono accorti che gli stereotipi sono lesivi anche della dignità dell’uomo, umiliato e confinato in una rappresentazione animale e machista.

Nuovi uomini e nuove donne? La transizione in corso sta ridisegnando i confini. I ruoli sono trasformabili. Si può essere soggetti attivi del proprio progetto di vita anche pretendendo che le nostre fonti di informazioni siano migliori.

 


Aidan, il bimbo con la mano di Lego

che ha progettato da solo

Stufo di non poter fare alcuni movimenti, ha studiato una mano che potesse giocare ai videogiochi, mangiare e cambiare forma con i mattoncini

di Redazione Salute Online

 

 

foto Matthew Kramer
foto Matthew Kramer

 

Aidan è nato con il braccio sinistro lungo solo fino a sotto il gomito e quasi fino all’età di 9 anni ha indossato una protesi, di quelle “normali” che però non gli permetteva di fare movimenti complessi, come girare un polso e contemporaneamente aprire una mano. Allora con l’aiuto di alcuni esperti ha progettato una mano di Lego, composta da mattoncini e con varie curiose funzionalità, come la possibilità di stringere un telecomando per i videogiochi.

Aidan ha deciso quali funzionalità avere

“The Atlantic” ha raccontato la sua storia: da due anni Aidan, deluso e impedito nei movimenti, aveva deciso di non indossare più la protesi del tutto, anche perché senza era comunque in grado di giocare con il computer, nuotare, fare karate (è cintura verde). Questo fino a luglio scorso, quando insieme ad altri 9 bambini privi degli arti superiori ha partecipato al “Superhero Cyborg Camp”, un laboratorio dove ha imparato i rudimenti della progettazione e della prototipizzazione insieme a KIDmob, un’organizzazione no-profit di San Francisco. Dopo il campo, utilizzando vecchi giocattoli e pezzi donati da un negozio di ferramenta, ha plasmato insieme ad alcuni esperti un prototipo di protesi composta da un’asta metallica filettata su cui poter avvitare diverse parti: il suo telecomando Wii, una forchetta e una versione a grandezza naturale delle mani dei personaggi della Lego. La sua idea aveva convinto gli ingegneri che hanno voluto testarla. Ora la protesi progettata da Aidan aiuterà anche altri bambini: sarà disponibile online per chiunque abbia una stampante 3d e la possibilità di costruirla a partire dal disegno. La tecnologia più sofisticata delle protesi non è ancora disponibile su larga scala per i bambini. Braccia e mani, con le dita che articolano, spesso non vengono prodotte in taglie “mini” e spesso è un problema di costi: arti artificiali che possono arrivare a valere dai 5mila ai 15mila euro dopo circa un anno andrebbero rimpiazzati da altri modelli, per seguire la crescita dei bambini. La protesi di Aidan è un primo passo per risolvere in parte anche questo problema.

 


 

il nuovo Report di WeWorld Intervita sui costi della violenza sulle donne  

PER 1 ITALIANO SU 3 LA VIOLENZA DOMESTICA SULLE DONNE E’ UN FATTO PRIVATO.
WEWORLD INTERVITA PRESENTA “ROSA SHOCKING. VIOLENZA, STEREOTIPI… E ALTRE QUESTIONI DEL GENERE”
Sotto l’egida della Campagna “Le Parole non Bastano Più”, WeWorld Intervita ha presentato alla Camera dei Deputati, alla presenza della Presidente Laura Boldrini, il report “Rosa Shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere” per fare luce sul quello che gli Italiani pensano della violenza sulle donne.

Quasi 1 Italiano su 5 considera accettabile la denigrazione di una donna tra¬mite uno sfottò a sfondo sessuale. Inoltre, 1 italiano su 10 è ancora convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza e, a questa stessa domanda, quasi 1 italiano su 5 sceglie di non prendere posizione. Minimizzata anche la violenza domestica da 1 italiano su 3 che pensa che questi abusi dovrebbero prima di tutto essere risolti in famiglia ed è convinzione di un intervistato su 4 che, se una donna resta con un marito che la picchia, diventa lei stessa colpevole.

E’ il quadro che emerge dal Report “ROSA SHOCKING. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”, per fare luce su cosa pensano gli Italiani della violenza, presentato, con il Patrocinio della Camera dei Deputati alla presenza, tra gli altri, della Presidente Laura Boldrini e di Giovanna Martelli, Consigliera del Presidente del Consiglio dei Ministri in materia di Pari Opportunità, realizzato da WeWorld Intervita, sotto l’egida della campagna “Le Parole non Bastano Più”.

Nonostante la nuova Legge varata un anno fa, ogni 3 giorni in Italia una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare. Di chi subisce violenza, solo il 7,2% denuncia l’accaduto. In un anno più di 1 milione di donne finiscono nella rete dei soprusi al maschile, che si ripetono più volte arrivando alla vergognosa cifra di 14 milioni di atti di violenza (dallo schiaffo allo stupro). Oltre 25 casi al giorno di stalking.

“È un’Italia che ha ancora molta strada da fare per contrastare gli stereotipi quella in cui viviamo. Per quasi 6 italiani su 10 è tutto sommato normale utilizzare un bel corpo di donna a fini commerciali. Proprio per questo motivo continuiamo nella direzione che abbiamo intrapreso lo scorso anno con la campagna “Le Parole non Bastano Più” – dichiara Marco Chiesara, Presidente WeWorld Intervita. Dal nostro sondaggio emerge la necessità di parlarne di più e in un modo più corretto, continuando ad indirizzare tutto il nostro impegno sulla prevenzione”.

A fronte di quasi 17 miliardi di Euro a carico dalla collettività per gli effetti devastanti della violenza sulle donne  e dei 30 miliardi di euro  che ogni mese in Italia si spendono per campagne pubblicitarie che divulgano un’immagine distorta della donna, dal report ROSA SHOCKING emerge un aumento degli investimenti in prevenzione – anche grazie al sostegno dei Media e delle campagne di sensibilizzazione – che passano da 6,3 milioni di euro del 2012 a 16,1 milioni di euro nel 2013.

UN’ITALIA ANCORATA A STEREOTIPI E LUOGHI COMUNI

Dal sondaggio Ipsos contenuto nel report ROSA SHOCKING emerge un’Italia ferma ai luoghi comuni, specie in relazione ai rapporti tra uomini e donne. Se da un lato, infatti, l’85% del campione ritiene che anche gli uomini debbano occuparsi delle faccende domestiche, che l’istruzione sia importante indipendentemente dal genere e che la guida della famiglia non sia prerogativa esclusiva degli uomini, dall’altro i dati mostrano il permanere di un’immagine stereotipata della figura femminile soprattutto per quanto riguarda il matrimonio (considerato “il sogno di tutte le donne” per circa 1 uomo su 2), la famiglia (per cui è – per quasi 7 intervistati su 10 – più facile per una donna fare dei sacrifici), la casa e i figli (1 intervistato su 3 ritiene che la maternità sia l’unica esperienza che consente ad una donna di realizzarsi completamente) e con una posizione subordinata rispetto agli uomini.

LA VIOLENZA SULLE DONNE

Il numero degli omicidi volontari nel periodo 2012-13 è in lieve calo (passano da 528 a 501). Stazionari gli omicidi volontari in ambito familiare e affettivo (che passano da 173 a 172 nel 2013). Vi è un incremento della quota di vittime di sesso femminile, sia sul totale dei decessi (passa dal 64% al 70% nel 2013) sia sul totale degli omicidi commessi in ambito familiare e affettivo (dal 30 al 35%). Come a dire, si uccide di meno, ma quando si uccide, la vittima è più spesso donna.

 


‘Feminist': don’t say (this) word!

Monica Lanfranco

Da qualche tempo la rivista Time lancia, verso la fine dell’anno, un divertissment semiserio, proposto dalla giornalista californiana Katy Steinmetz che collabora con la prestigiosa testata. La collega, tra l’altro appassionata di linguistica (nelle sue note biografiche risulta che spesso si diletta a organizzare gare di spelling, molto in voga negli Usa) propone di votare una a scelta tra 15 parole da ‘bannare’ (parola non italiana di nuovo conio per ‘cancellare’) nell’anno successivo.

La lista scelta dall’autrice esperta di linguaggio ‘giusto’ (una special edition della sua rubrica le parole del mercoledì) annovera tra le pessime espressioni: yassss, il modo strascinato di rispondere affermativamente, poi bossy, obvi, e basic. In parte quello che accade nel linguaggio è uno dei frutti della mutazione antropologica indotta dalla velocità richiesta nella comunicazione digitale, social network Facebook e Twitter in testa, e quindi, anche se è ancora presto per dire se e come ci stiamo arricchendo o impoverendo nella lingua, le opinioni e gli scambi sul cambiamento linguistico e cognitivo sono interessanti. Ma tra le parole da ‘bannare’ c’è una nota stonata, perché non attiene alla storpiatura, alla semplificazione o al ridimensionamento per motivi di fretta.

Non ne scriverei, visto che si tratta comunque di un gioco culturale e intellettuale più diffuso nella cultura anglosassone piuttosto che in Italia, ma tra le 15 parole c’è “feminist”. Per giustificare l’immissione nella lista la Steinmetz scrive: “Niente contro il femminismo stesso, ma da quando è diventato un must per le celebrità doversi dichiarare sulla questione, come un politico che dichiara un partito? Restiamo ai problemi e usciamo da questa etichetta”.

Quello della cancellazione della parola femminismo, per poi affermare che comunque i problemi ci sono, e che quindi dovremmo ragionarne sì, ma senza avere un nome per dirli, è una vecchia storia, così come il tentativo costante di ricacciare la parolaccia perché indicativa di un ghetto, di un’epoca ormai tramontata, evocativa solo di polvere e di nostalgia. Uno sport davvero globale, a quanto pare.

Le parole sono pietre: non le penso come armi da scagliare ma, al contrario, come strumenti per costruire immaginario che a sua volta è necessario e indispensabile nella pratica. Come potrebbe essere altrimenti?

Per fortuna la non certo vetusta Emma Watson ha smentito questa tendenza omissiva, nel suo discorso di presentazione della campagna Onu contro la violenza sulle donne Heforshe, affermando con grande tranquillità ed equilibrio di essere femminista, e di volersi persino impegnare contro la violenza di genere.

La rivista Ms Magazine si sta muovendo nel mondo dell’attivismo e della comunicazione con una newsletter nella quale chiede di scrivere a Time per aprire una discussione.

“Femminista è una parola importante, scrive Ms. Milioni di donne e uomini di tutto il mondo credono nell’uguaglianza sociale, economica e politica e si identificano nella parola femminista: tra loro anche Taylor Swift , attualmente in copertina di Time . Non importa se la parola fa ‘rabbrividire’, o se le ‘celebrities’ che si autodefiniscono così danno fastidio. Pensiamo che sia giunto il momento che quante più persone possibile parlino di femminismo e di come raggiungere la parità. Se Time è seccato con una parola che riassume la lotta per salvare la vita delle donne, la lotta per l’uguaglianza e la fine della violenza contro le donne, allora c’è qualcosa che non va con Time, e non con la parola femminista”.

 


 

NOVEMBRE  2014

Il 25 novembre, Giornata internazionale per

l'eliminazione della violenza contro le donne,

 

 

Iran: impiccata Reyhaneh, condannata per aver ucciso l'uomo che voleva stuprarla

 

 

 

 

(ansa)

 

ROMA - L'Iran ha giustiziato Reyhaneh Jabbari, la ragazza condannata a morte nel 2009 per aver ucciso il suo stupratore, un ex agente dei servizi segreti iracheni. Nonostante gli appelli internazionali rivolti alle autorità, Jabbari, che aveva 26 anni, è stata impiccata nella prigione di Teheran dove era rinchiusa. La notizia è stata data dalla madre della donna e dall'ufficio del procuratore. "Mia figlia con la febbre ha ballato sulla forca", ha detto la madre, Shole Pakravan.

Cinque anni nel braccio della morte. La giovane era da cinque anni nel braccio della morte e a suo favore c'erano stati numerosi appelli internazionali, tra cui quelli di Papa Francesco, di Amnesty International, del ministro degli Esteri Federica Mogherini e di tantissimi intellettuali iraniani. Ora la pagina Facebook della campagna per salvare la giovane arredatrice d'interni ha pubblicato la scritta "Riposa in pace".

Il rinvio e la speranza. L'esecuzione era stata fissata per il 30 settembre, quindi era stata rinviata. E questo aveva fatto sperare in un atto di clemenza. Ieri le speranze erano state soffocate dalla notizia che la madre della giovane aveva ricevuto il permesso di vedere la figlia per un'ora, un segnale che l'impiccagione era imminente.

Processo viziato. Il relatore dell'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu aveva denunciato che il processo del 2009 era stato viziato da molte irregolarità e non aveva tenuto conto del fatto che si era trattato di legittima difesa di fronte a un tentativo di stupro. Reyhaneh Jabbari era stata arrestata nel 2007, quando aveva 19 anni, per aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi, che l'avrebbe attirata nel suo appartamento con la scusa di offrirle un incarico e poi avrebbe tentato di abusare di lei. Il perdono della famiglia della vittima avrebbe salvato Reyhaneh dalla forca, ma il figlio dell'uomo ha chiesto che la donna negasse di aver subito un tentativo di stupro e lei si è sempre rifiutata di farlo. Secondo l'Onu dall'inizio dell'anno in Iran sono già state giustiziate 250 persone.

 


 

LE PARI OPPORTUNITÀ NEL MONDO

È uscito in questi giorni il rapporto Global Gender Gap 2014, attraverso il quale il World Economic Forum, come ogni anno, ci aggiorna sul divario di genere nel mondo. I cambiamenti in positivo ci sono, ma sono molto lenti. Il confronto con il 2006 – il primo anno in cui il rapporto è stato pubblicato – mostra che il divario complessivo è diminuito solo del 4 per cento (dal 60 al 56 per cento).Il rapporto ne conclude che se i cambiamenti avranno in futuro la stessa portata, ci vorranno altri 81 anni per arrivare a una situazione di parità. Il ranking internazionale mostra che ai primi posti restano i paesi leader delle pari opportunità: Islanda, Finlandia, Svezia e Danimarca. Sempre tra i primi dieci ci sono, però, anche paesi in via di sviluppo, come il Nicaragua e le Filippine. Nel nostro paese, che si situa al 69esimo posto su 142 paesi, c’è stato un miglioramento rispetto all’anno precedente, ma un peggioramento rispetto al periodo pre-crisi, che dimostra l’effetto negativo della crisi economica e lo stallo delle riforme a favore della conciliazione famiglia lavoro e della parità di genere nel mercato del lavoro. Altri paesi simili al nostro, come Germania e Francia, hanno visto un miglioramento netto delle loro posizioni come conseguenza di politiche più favorevoli alle donne e alla loro posizione nell’economia e nella politica.

Figura 1 - Evoluzione del Gender Gap Index. Ranking dei paesi a confronto

delboca1

Nota: Il report analizza 142 paesi classificati in base alle loro performance per ridurre il divario di genere.
Fonte: Global Gender Gap World Report 2014

Figura 2 – Evoluzione dello score di disuguaglianza. Paesi a confronto

delboca2

Nota: 1.00 è il livello di massima uguaglianza. Più l’indicatore è prossimo allo 0 e più c’è disuguaglianza.
Fonte: Global Gender Gap Report 2014

IL PARADOSSO DELLE DONNE ITALIANE

Se guardiamo ai diversi aspetti che il rapporto include nel suo ranking, vediamo che l’Italia ha registrato un netto miglioramento solo nell’indicatore del potere politico (dal 72 esimo posto nel 2006 al 37esimo posto di oggi). Le scelte del Governo Renzi di una compagine “paritaria” con un 50 per cento di ministri donne è tra i fattori del cambiamento. Un altro lieve miglioramento si riscontra nella salute e durata della vita, che però si è registrato nella maggior parte dei paesi.

Figura 3 - Italia, quadro generale

delboca3

delboca4

 

Se in queste due dimensioni ci sono miglioramenti, in altri aspetti cruciali che riguardano la maggior parte delle donne si riscontrano invece peggioramenti: nella partecipazione economica e nelle retribuzioni, come nell’istruzione. Per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità occupazionali,dall’inizio del periodo il peggioramento è notevole e mette oggi l’Italia all’ultimo posto tra i paesi europei, mentre il confronto sull’uguaglianza salariale per lo stesso lavoro vede il nostro paese al 129 posto. Le donne italiane guadagnano solo il 48 per cento del salario di un uomo con le stesse mansioni, mentre in Danimarca si arriva al 71 per cento e in Canada al 72 per cento.

Figura 4 - Differenze salariali tra uomini e donne

delboca5

Come avevano già rilevato i dati della ricerca Istat sul capitale umano, le donne italiane sono ancora penalizzate da salari inferiori, precarietà di lavoro, meno continuità lavorativa nell’arco della vita, e sempre maggiori responsabilità di lavoro in famiglia e, di conseguenza, la loro capacità di generare reddito ha un valore di neanche la metà di quello maschile. Infine, anche i dati sull’istruzione mostrano che la situazione dell’Italia è peggiorata dal 2006, sia per il più basso tasso di alfabetizzazione sia per il calo nelle iscrizioni di bambine alla scuola primaria, mentre per la scuola secondaria e l’università l’Italia si conferma, come molti altri paesi, al primo posto. Questi confronti internazionali evidenziano come in Italia negli ultimi anni gli unici cambiamenti abbiano riguardato le presenza femminile nelle posizioni apicali grazie alla legge Golfo-Mosca, in conseguenza della quale la percentuale di donne nei consigli di amministrazione è cresciuta di quasi tre volte, e nelle scelte di parità di genere nella composizione dell’attuale governo. Per il resto delle donne, la maggioranza, la situazione non è cambiata, anzi è peggiorata in assenza di riforme e politiche mirate.

 


OTTOBRE  2014

 

“Nei film donne silenziose, sexy e magre”:

‘bocciata’ la parità di genere al cinema

“Le ricerche rivelano che la percentuale delle donne che hanno battute, significative o meno, non è cambiato in mezzo secolo”, spiega Stacey L. Smith, professoressa specializzata in studi di genere. E mostra i dati: nel 70% dei film analizzati sono gli uomini a parlare mentre le donne per lo più restano mute, limitandosi a fungere da scenografia attorno ai colleghi maschi, restando a guardarli prendere in mano la situazione. Tra i paesi in cui va meno peggio Gran Bretagna (le donne parlano nel 38% dei casi) e Brasile (37%). La motivazione è semplice: solo nel 23% dei film usciti le protagoniste sono donne e si tratta per lo più drammi, film di animazione e commedie. Niente azione. Meglio per le comprimarie, che raggiungono quota 30%. E le altre? Tacciono e fungono riempi-inquadratura.

I paesi con cast più al femminile sono l’Australia, con il 40%, seguita da Brasile, Cina e Francia, mentre le pellicole al femminile sono prodotte soprattutto in Korea, Australia e Giappone, seguiti a metà classifica da Uk (il 30% del totale), con Francia e Usa in fondo. “Ci si aspetterebbe che i ruoli femminili fossero migliori e un po’ di più, visto che le donne rappresentano il 50% della popolazione del pianeta”, prosegue Tracy L. Smith facendo notare come l’origine del problema sia chi sta dietro la macchina da presa, chi investe su una storia, chi la scrive e la dirige. Insomma, produttori, registi e sceneggiatori, la colonna portante del business dell’intrattenimento per cui un film con protagoniste donne equivale a scarsi incassi.

Il cinema continua a essere un mondo maschile. Solo il 7% delle pellicole uscite sono dirette da donne, anche se giovani produttrici (22%) e sceneggiatrici (20%) crescono, incentivate in particolare da Cina, Uk, Brasile. E il Female directors in European film productions, l’ ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo dell’audiovisivo curato da Julio Talavera Milla, che ha preso a campione 9072 film europei tra il 2003 e il 2012, conferma questi dati. A dispetto dei successi internazionali come Bridget Jones 2, Iron Lady e Nanny McPhee -Tata Matilda, solo il 16% dei film europei ad alto budget negli ultimi dieci anni è stato affidato a registe donne.

Inoltre le donne nei film, quando ci sono, nel 25% dei casi sono in déshabillé (contro il 11% degli uomini) o troppo impegnate a sedurre il maschio di turno (25%) per occuparsi di risolvere la trama (22%). E questo avviene nei film tedeschi come i quelli made in Usa. Unico paese a discostarsi: la Corea del Sud. Dunque una donna muta, nuda, sexy. Sì, ma anche magrissima (39%), a differenza dei colleghi attori che, nel 70% dei casi, sfoggiano la “pancetta” e apprezzano anche le forme delle comprimarie con battute sessiste (13%). Forse i registi vivono in un altro mondo.


 

Favorire l'adozione del bilancio di genere

 Favorire le pari opportunità attraverso la lettura del bilancio in chiave di genere. Anche questa è una strada che riduce le disuguaglianze e promuove l'equità, uno strumento che alcune amministrazioni locali e regionali stanno applicando attraverso la sperimentazione del bilancio di genere. Se ne è parlato in un convegno organizzato dall'Aiccre a Roma, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini.

La giornata è stata l'occasione per riproporre l’applicazione della Carta Europea per l’uguaglianza di donne e uomini nella vita locale e regionale, un documento elaborato e promosso dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa che invita gli enti territoriali a utilizzare i loro poteri e i loro partenariati a favore di una maggiore uguaglianza delle donne e degli uomini. Nel suo intervento Tindara Addabbo, docente dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, ha sottolineato che “il nostro Paese, caratterizzato ancora da forti disuguaglianze, ha nel bilancio di genere una grossa opportunità. Occorre quindi estenderne l'applicazione poiché è impossibile pensare che le politiche da intraprendere siano indifferenti rispetto al genere”. Infatti, coerentemente con la normativa comunitaria e nazionale, la realizzazione del bilancio di genere favorisce una maggiore trasparenza delle procedure di programmazione e rendicontazione economico-finanziaria al fine di garantire forme più eque di distribuzione delle risorse tra donne e uomini e assicurare l’applicazione del gender mainstreaming nelle fasi di programmazione e attuazione della spesa pubblica.

 


Il diritto all'educazione ai diritti umani

13 ottobre 2014

Il Diritto all’educazione ai diritti umani (The Right to Human Rights Education): questo il titolo di una nuova iniziativa sul web per promuovere e per sostenere a livello mondiale l’educazione ai diritti umani, presentata dall'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nel corso di un evento parallelo alla 27° sessione del Consiglio diritti umani (8-26 settembre 2014).

Il Progetto prevede un'unica raccolta online tutti i documenti e gli strumenti internazionali e regionali, di carattere vincolante e non vincolante, che sono stati adottati fino ad ora dalla Comunità internazionale in materia: convenzioni, patti e trattati, carte, protocolli, raccomandazioni, decisioni, dichiarazioni, linee guida, osservazioni generali, documenti finali, comunicati congiunti di conferenze e di incontri intergovernativi e conclusioni che definiscono gli impegni assunti dagli Stati Membri delle Nazioni Unite e/o di altre organizzazioni regionali nel campo dell’educazione ai diritti umani e costituiscono il punto di partenza per diffondere la cultura dei diritti umani.

La raccolta è il frutto di un lavoro coordinato dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, per conto del Gruppo di contatto internazionale sulla cittadinanza e sull’educazione ai diritti umani ed è destinata a governi, istituzioni nazionali per i diritti umani, organizzazioni intergovernative ed esponenti della società civile come strumento di orientamento e di sensibilizzazione nell’ambito dell’educazione ai diritti umani.


 

Quote di genere: aumentano donne in cda

25 settembre 2014

Cresce il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società europee quotate in borsa: secondo i nuovi dati pubblicati ieri dalla Commissione europea, lo scorso aprile la quota media è salita al 18,6%, dal 17,8% dell'ottobre 2013.

L'Italia è esattamente sulla media europea, al 18,6%, ma con un incremento del 14% rispetto a ottobre dello scorso anno: il secondo aumento più elevato dopo quello registrato dalla Francia.

Al momento sono cinque i Paesi Ue che contano almeno il 25% delle donne nei board delle società quotate: Lettonia, Francia, Finlandia, Svezia e Olanda.

La Commissaria europea alla Giustizia Martine Reicherts ha sottolineato: "questi numeri dimostrano che la pressione regolatoria funziona. Il Consiglio dovrebbe accettare la sfida e fare rapidi progressi sulla proposta di legge, che mette al centro la qualifica e il merito".

 


SETTEMBRE  2014

 

Non è un paese per single: il mobbing sulle donne "senza famiglia"

Costrette a prendere le ferie nei periodi più scomodi e spesso molestate psicologicamente e/o sessualmente: in Italia, così come in molti altri Paesi, il fatto di essere "libera" non paga, e diventa spesso un'arma a doppio taglio per donne che, paradossalmente, hanno investito energie proprio per garantirsi il massimo dell'indipendenza. Ne abbiamo parlato con Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto Mobbing&Stalking della Uil, e con Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta e psicoanalista di Roma. Scoprendo che l'Italia, oltre a non essere un Paese per mamme, non è neanche un Paese per single

di Sara Ficocelli

Si parla spesso di mobbing ai danni delle donne e, in particolare, di lavoratrici che sono anche madri, ed è certamente questa la forma più violenta, subdola e dolorosa di porre in atto questa forma di maltrattamento psicofisico sul lavoro.
Esiste però anche un altro tipo di mobbing, meno appariscente, forse anche meno conosciuto e codificato, figlio di evoluzioni sociali sviluppatesi negli ultimi 10-15 anni e quindi non ancora ben riconoscibili e riconosciute: il mobbing a danno delle donne single.
Lavoratrici, cioè, che non hanno figli e in molti casi neanche un compagno e che quindi, per il solo fatto di essere considerate totalmente "libere", sono costrette a sopportare un sovraccarico lavorativo e psicologico che da colleghi e superiori viene talvolta sottovalutato se non completamente ignorato.

Ferie scomode e molestie sessuali
"Le ferie sul lavoro -  spiega Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto Mobbing&Stalking della Uil - sono organizzate sulla base di scelte organizzative che, talvolta, possono essere influenzate anche dal fattore "singletudine", favorendo le donne con i figli. Questo è un fenomeno che si verifica molto spesso nei luoghi di lavoro privati. Le donne single subiscono, inoltre, il mobbing sessuale, ovvero molestie messe in atto da colleghi e superiori, finalizzate a danneggiare immagine e carriera della persona in questione".
"Ogni giovane donna - spiega Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta e psicoanalista di Roma - si è trovata a dover affrontare le forche caudine degli ammiccamenti o delle battute a sfondo sessuale, o tentativi di seduzione e inviti, almeno una volta nella propria vita professionale. Ma questa è un'evenienza meno frequente di quello che si pensi, soprattutto dopo la regolamentazione dal punto di vista legislativo delle molestie sul posto di lavoro. Da una single sul posto di lavoro ci si aspetta, inoltre, maggiore flessibilità negli orari, maggiore disponibilità di tempo e flessibilità nell'accettare trasferte esterne o spostamenti in altre sedi. Di fatto, anche queste donne subiscono una sorta di discriminazione che le porta a rinunciare, all'inizio magari volontariamente, in seguito per non perdere le posizioni professionali acquisite, a una vita privata, sia con un compagno che con dei figli".
Le ferie sono un punto critico e, spiega Lucattini, anche se ufficialmente questo non è riconosciuto né viene ammesso, i turni più scomodi, i ponti, i periodi in cui ci sono vacanze scolastiche, vengono solitamente dati a donne che non hanno famiglia. "Tutti i single, nell'ambito del mondo del lavoro, ricevono in realtà un trattamento diverso rispetto alle persone che hanno una famiglia propria, ma alle donne viene spesso riservato un trattamento "speciale", discriminante, figlio di un retroterra culturale che non concepisce o non accetta la lavoratrice come libera e indipendente", precisa la psichiatra.

Pressioni psicologiche
Le pressioni, su queste donne, vengono esercitate in vari modi, dalla richiesta fatta come "favore personale" da parte di superiori o o colleghi, a situazioni di cattiva redistribuzione dei carichi di lavoro, in cambio di prospettive di avanzamento di carriera e ferie future. "Spesso questo tipo di "violenze" vengono esercitate in modo formalmente corretto e legalmente inattaccabile  -  continua Lucattini  -  e si tratta principalmente di pressioni psicologiche o di forme di "captatio benevolentiae" che presuppongono o garantiscono gratificazioni future. Purtroppo, l'esperienza mostra che non sempre questi sacrifici vengono ripagati in modo equilibrato, né con un mutuo scambio di favori tra colleghi, né con la garanzia che la serietà personale e la disponibilità vengano interpretate correttamente come "merito", aprendo reali prospettive di riconoscimento personale o eventuali avanzamenti professionali".
È necessario precisare, continua Lucattini, che in alcuni ambienti professionali, soprattutto dirigenziali, viene esplicitamente chiesto alle donne single non tanto di non sposarsi o non avere un compagno, ma di non avere figli per un certo periodo, di solito pari a due anni, e spesso vengono favorite le donne che hanno un compagno nella stessa azienda. "Questo tipo di situazione, spesso riscontrata parlando con pazienti, costituisce di per sé un condizionamento psicologico importante, perché una donna che ha fatto un grande investimento su se stessa dal punto di vista degli studi, della formazione e della professione, può vivere più o meno consapevolmente come un "danno" il fatto di perdere lo status di single. Da questo condizionamento possono derivare conseguenze diverse: alcune donne si sentono costrette a nascondere di avere una relazione e a comportarsi sul luogo di lavoro come se fossero single o non riuscissero a ingaggiare e a impegnarsi in relazioni che potrebbero essere vissute come un ostacolo rispetto alla propria realizzazione personale, favorendo così una dissociazione tra gli aspetti affettivi, emotivi, sentimentali della vita e quelli intellettuali e lavorativi".

Rapporto problematico con i colleghi
I colleghi, spiega Menelao, raramente testimoniano a favore della lavoratrice single quando questa denuncia le molestie subìte e i superiori difficilmente credono alle denunce delle donne single, né lottano affinché venga dato loro adeguato supporto da parte dell'azienda. La donna single, sul luogo di lavoro, può infatti essere vissuta come un'avversaria o una "preda" potenziale. "Questo  -  spiega Lucattini - comporta una certa aggressività da parte dei colleghi uomini ma anche delle colleghe coniugate".
Le madri hanno, d'altro canto, delle esigenze molto particolari, in quanto costrette a dividersi tra lavoro, casa e famiglia. "Accade che si appoggino o scarichino le proprie tensioni, le proprie necessità sulle colleghe single  -  spiega Lucattini - a cui possono rivolgersi chiedendo aiuto, favori, premure. Se ci sono asperità tra donne con figlie e donne senza figli, queste dipendono quasi sempre da rapporti di lavoro. Più frequente invece è la solidarietà tra donne con figli, che tendono a fare gruppo nei confronti delle colleghe single, erroneamente viste come delle "privilegiate", con più tempo a disposizione per se stesse e anche per il lavoro".

Eccessive pretese dei capi ufficio
Per quanto riguarda, invece, i capi ufficio, ci sono dei superiori che hanno l'attitudine paterna e che vivono le giovani dipendenti single come delle figlie, da cui pretendono e che magari mettono anche sotto pressione ma con un'attenzione particolare, finalizzata alla loro crescita professionale e talvolta anche personale. "Ci sono però altre situazioni  -  continua Lucattini - in cui i superiori, in virtù del loro ruolo, mostrano un atteggiamento di pretesa nei confronti delle donne single soprattutto se giovane o ai primi incarichi. Pretesa sia sul versante professionale, in termini di disponibilità di orario, flessibilità, mansioni extracontrattuali, talvolta anche di livello inferiore rispetto alla qualifica per cui la donna è stata assunta, sia sul piano personale, attraverso la seduzione e il corteggiamento".

Un problema culturale
"Le politiche che si fanno in Italia -  precisa Menelao - non tengono conto del fatto che una persona single ha costi di vita fissi e mensili che deve per forza sostenere da sola. Per queste donne, manca totalmente una progettazione politica dei diritti e del lavoro".
L'Italia non è insomma un paese per donne "sole". Da noi vige ancora una cultura tradizionalista che vede i soggetti femminili come madri e mogli, relegando ai padri i ruoli inessenziali nella gestione della famiglia. "Alle donne single  -  conclude Menelao - non viene perdonata la libertà di scelta, di autodeterminazione e di autosufficienza. Fortunatamente, queste donne sono meno scisse degli uomini e riescono spesso a trovare molteplici interessi capaci di riempir loro la vita".

L'equivoco di fondo
Questo fenomeno così complesso nasce, spiega Lucattini, da un equivoco di fondo in base al quale il tempo personale non viene pienamente considerato come un valore, e vi può essere inoltre un altro tipo fraintendimento per cui il tempo della donna single può essere considerato maggiore dal punto di vista quantitativo o di minor valore rispetto a quello della donna con figli, "circostanza  -  precisa Lucattini - che non è necessariamente vera, poiché le donne single per esempio possono avere genitori, fratelli, nipoti, amici e desiderare occuparsi di loro o dei loro figli, o voler dedicarsi al volontariato, indipendentemente dal proprio status anagrafico".
Nel breve periodo e nelle prime fasi lavorative, conclude la psichiatra, le donne single sono sicuramente favorite in Italia rispetto a quelle con una famiglia, ma nel giro di pochi anni il rischio è quello della sclerotizzazione di situazioni professionali in cui queste non trovano più una propria strada personale da percorrere agevolmente e con naturalezza, impossibilitate cioè a poter scegliere se continuare a vivere da sole, in coppia, o se diventare madre o moglie.
Esistono però anche donne felicemente single che sono arrivate a questa scelta attraverso un percorso personale che le ha portate a operare una serie di scelte con maturità e consapevolezza e che quindi vivono con serenità e con piacere la propria condizione, donne, cioè, che hanno saputo impostare la propria vita personale, professionale e sociale in modo gradevole, circondate da amici e conoscenti, con o senza la propria famiglia di origine, organizzando in modo libero il proprio tempo suddiviso tra lavoro, divertimento e impegni. Sarebbe questa la condizione ideale in cui vivere, in Italia, lo status di single sul luogo di lavoro, per una donna. Una condizione che, per maturare a pieno, ha però naturalmente bisogno della collaborazione di tutta la società.

 

Pari opportunità, de Cesare: “Illogica ripartizione finanziamenti ai centri antiviolenza ”

“Riteniamo illogica e inammissibile la modalità di riparto dei fondi da assegnare ai centri antiviolenza da ripartire su tutto il territorio italiano”.
Lo dichiara in una nota la responsabile dell’Ufficio Politiche di Genere dell’Ugl, Margherita de Cesare, in merito alla decisione, presa dopo la conferenza Stato-Regioni, che prevede l’assegnazione di 17 milioni di euro stanziati dalla L. 119/2013 contro il femminicidio per gli anni 2013/14.
Per la sindacalista “è da considerarsi assolutamente inconcepibile la ripartizione dei fondi: dei 17 milioni di euro previsti solo poco più di 2 milioni vengono assegnati ai 352 centri antiviolenza e case rifugio presenti sul territorio nazionale, il che vorrebbe dire circa 6.000 euro per ciascun centro, cifra del tutto insufficiente. Inoltre – aggiunge– la scelta del Governo disattende chiaramente i contenuti della Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne che l’Italia ha ratificato”.
“In un momento come questo che vede diffondersi in maniera fin troppo vigorosa il fenomeno della violenza contro le donne – aggiunge de Cesare – tale emergenza non sembra essere una necessità al centro dell’ agenda politica del Governo, soprattutto se si considera che sino ad oggi non è stata neppure assegnata la delega alle Pari Opportunità. Pertanto – conclude – non ci resta che auspicare un maggiore impegno da parte del Governo nella promozione e nel rispetto della cultura di genere, affinchè diventi concretamente una priorità”.

2 luglio, 2014


GIOCONDA  BELLI

Gioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948) è una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense. Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti, come le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista, il femminismo e l'emancipazione della donna, il rapporto tra l'America precolombiana e il Sudamerica attuale, e un certo livello di misticismo. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile.

E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

Con curve

e pieghe

e dolci avvallamenti

e mi ha scavato dentro,

mi ha reso fabbrica di esseri umani.

Ha intessuto delicatamente i miei nervi

e bilanciato con cura

il numero dei miei ormoni.

Ha composto il mio sangue

e lo ha iniettato in me

perché irrigasse tutto il mio corpo;

nacquero così le idee,

i sogni,

l’istinto

Tutto quel che ha creato soavemente

a colpi di mantice

e di trapano d’amore,

le mille e una cosa che mi fanno donna

ogni giorno

per cui mi alzo orgogliosa

tutte le mattine

e benedico il mio sesso.

 

 Non mi pento di niente

Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perchè
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”,
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
- loro contro di me che sono me stessa -
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perchè non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perchè oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose
Perchè, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita
e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.

 

Quando sarò vecchia
– se mai lo sarò -
e mi guarderò allo specchio
e mi conterò le rughe
come delicata orografia
di pelle distesa.
Quando potrò contare i segni
lasciati dalle lacrime
e dalle preoccupazioni
e il mio corpo risponderà lentamente
ai desideri,
quando vedrò la mia vita avvolta
in vene azzurre
in occhiaie profonde
e scioglierò i miei capelli bianchi
per andare a dormire presto
– come si deve -
quando verranno i nipotini
a sedersi sulle mie ginocchia
fiaccate dal passare di molti inverni,

so che il mio cuore – ribelle -
starà ancora ticchettando
e i dubbi e i vasti orizzonti
saluteranno ancora
i miei mattini.

 


AGOSTO  2014

“Io, Madiba e il mio Sudafrica”
Addio al Nobel Nadine Gordimer
la scrittrice che sfidò l’apartheid

Era malata da tempo di cancro al pancreas. Si è spenta nella casa che aveva offerto a Mandela
per negoziare il post-segregazione. L’inviato de La Stampa Paolo Mastrolilli
racconta i due ultimi colloqui con lei, come un testamento politico e spirituale

 

 

Aveva un livido in faccia, Nadine Gordimer, quando a luglio dell’anno scorso l’avevo incontrata nella sua casa coloniale di Johannesburg: aveva sbattuto andando in macchina, perché nonostante avesse quasi novant’anni, andava sempre in giro e restava attivissima. Lucida, vivace, e costantemente impegnata per costruire un futuro migliore al suo Sudafrica. Un po’ delusa, perché riteneva che gli ideali di Mandela e suoi fossero stati traditi, ma per nulla rassegnata. Ci avevo riparlato al telefono a dicembre, il giorno dopo la morte di Nelson, e aveva detto: «Lo hanno tradito. Però il suo spirito resterà con noi, e ci aiuterà a superare le difficili sfide che ci aspettano».  

Ora anche lei se n’è andata. Era malata da tempo, e si è spenta proprio in quella casa che aveva offerto a Mandela e DeKlerk per negoziare il post-apartheid, dopo che Madiba era stato liberato. La maniera migliore per onorarla è ricordare le cose che ci disse in quei due ultimi colloqui, come un testamento politico e spirituale: «Ormai in Sudafrica viviamo in una cultura della corruzione, che minaccia l’intero tessuto sociale e nazionale. I responsabili, purtroppo, sono proprio i leader che hanno preso il posto di Mandela. Basti pensare al presidente Zuma, e al palazzo imperiale che si è fatto costruire con i soldi dei contribuenti, per la residenza personale nel proprio stato. Questa avidità per certi versi è comprensibile, perché è ovvio che dopo tanti decenni di repressione e privazioni, la gente voglia togliersi qualche soddisfazione. Però una simile corsa ai posti di potere, e al loro sfruttamento attraverso la corruzione, mi ha sorpreso e ha certamente deluso Madiba».

Ecco alcuni passaggi di quelle due interviste:

Il suo sogno non è stato realizzato?

«Quello della libertà sì. L’apartheid non esiste più e il paese è diventato per la prima volta democratico. Tutto il resto, però, manca. Abbiamo fallito soprattutto nell’obiettivo di garantire a tutti la possibilità di affermarsi, e avere una vita decente. Le differenze sociali, il gap crescente tra i ricchi e i poveri, resta l’emergenza principale a cui il paese deve necessariamente rispondere». 

L’Anc non ha raggiunto i suoi obiettivi?

«No. Allora eravamo troppo indaffarati ad eliminare il regime dell’apartheid, e pensavamo che una volta liberi tutto sarebbe stato facile. Eravamo ingenui e non ci concentrammo sul futuro, sui problemi in arrivo, e su come ricostruire il Paese». 

Gli insegnamenti di Mandela sono stati seguiti?

«Mi pare ovvio di no. La liberazione c’è stata, ma la giustizia manca ancora. Oggi vige una cultura incentrata sulla corruzione, di cui sono responsabili anche l’Anc e lo stesso presidente Jacob Zuma. Questo fenomeno però va capito, senza giustificarlo». 

In che senso?

«E’ un’eredità del colonialismo. Per secoli i neri non hanno avuto nulla: da quando hanno ottenuto la libertà e il potere politico vogliono tutto, ed in parte è comprensibile. Ma Zuma non ha seguito gli insegnamenti di Mandela ed è un pessimo esempio per i suoi ministri e per il popolo sudafricano».  

Teme che il Sudafrica precipiti nell’instabilità sociale?

«Certo. C’è già instabilità, basti pensare alle industrie minerarie e agli scioperi dei lavoratori, che chiedono una vita migliore e salari più appropriati. Poi la disoccupazione giovanile, in particolare tra la popolazione nera, è una vera bomba sociale. Tutto questo provoca risentimento, e il risentimento genera la violenza. Ma sprattutto c’è criminalità, che nasce dalla povertà e dalla diseguaglianza. Il pericolo di una disgregazione del paese esiste, e dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per impedirla». 

Vede anche il rischio di scontri razziali?

«Questa mi sembra una minaccia meno pressante. E’ vero che le tensioni razziali esistono ancora, ma non penso che rischiamo di tornare alle violenze dell’epoca dell’apartheid. La vera emergenza sta nella diseguaglianza economica e sociale, un problema che non ha colore. Gli abusi vengono commessi tanto dai bianchi, quanto dai neri, e in questo settore colpiscono tanto i bianchi, quanto i neri». 

Cosa bisognerebbe fare per affrontare i problemi più gravi?

«Per cambiare queste dinamiche serve riformare il sistema dell’istruzione. Nelle scuole delle township e delle zone rurali non arrivano neanche i testi scolastici. In realtà l’educazione per la popolazione nera non è cambiata dai tempi dell’apartheid. Abbiamo persone intelligenti, ma quando si arriva a certi livelli servono conoscenze appropriate, che oggi ancora mancano. Io sono solo una semplice cittadina, e non ho programmi politici da offrire. Però mi sembra che il primo settore su cui dovremmo intervenire poi è quello del lavoro. Le grandi risorse minerarie del Sudafrica, ad esempio, vengono ancora sfruttate in maniera non equilibrata. Le proteste esplodono a ragione, perché i lavoratori sono vessati e pagati male. Cominciamo a trattarli meglio, alzare i loro salari, e costruire su questo primo passo un programma che offra davvero a tutti la possibilità di riscattare le loro esistenze».

 


Premio speciale per la lotta alla discriminazione

 La Locanda alla Mano nel Parco Sempione, in viale Gadio, in piazza del Cannone, Milano

26 maggio 2014.

Repower riceve oggi il Premio speciale per la lotta alla discriminazione, per il contributo dato allo startup di Locanda alla Mano, un luogo di ristoro che offre lavoro a persone con sindrome di Down.

Ritirato da Fabio Bocchiola country manager Repower Italia, il riconoscimento viene assegnato nell’ambito del Sodalitas Social Award 2014 che ha ad oggetto “Il ruolo delle imprese per rilanciare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.

Il Sodalitas Social Award è il premio che ogni anno dal 2002 viene assegnato a imprese, associazioni imprenditoriali, distretti industriali e organizzazioni che si siano concretamente impegnate in progetti di sostenibilità d'impresa. Dal suo avvio, l'iniziativa ha registrato la partecipazione di oltre 1.600 imprese con più di 2.000 progetti.

 


RETE REGIONALE APERTA

 

La Regione Sicilia- Assessorato della Famiglia, delle Politiche Sociali e del Lavoro, in partenariato con  la Croce Rossa Italiana,  e l'UNAR ha attivato il Progetto Rete Regionale Aperta. Dal mese di Luglio si apriranno al pubblico presso le sedi provinciali della CRI gli sportelli sociali Antidiscriminazione che sono strumento di ascolto e consulenza legale a disposizione dei cittadini stranieri e italiani, vittime o testimoni di forme di discriminazione.

Lo sportello delle “antenne” può essere considerato, dunque, a tutti gli effetti un’attività che ha lo scopo di prevenire, mitigare e rispondere ai differenti meccanismi di esclusione sociale che, in quanto tali, precludono e/o ostacolano il pieno sviluppo degli individui e della comunità nel suo complesso.

Lo sportello gestisce la pratica a livello locale oppure segnala telematicamente la situazione all’ U.N.A.R. (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) che opera attraverso un servizio di consulenza legale che prevede, anche, l’esercizio di strategie di moral suasion.

L'assessorato ha comunicato il numero verde dedicato   800901010

e il sito www.unar.it

oltre ai recapiti dello sportello catanese:

via Etnea  353       tel.  095- 434129                   

                                                  Martedì                    15.00 - 19.00

                                            Giovedì e Sabato            9.00 - 13.00

In calce è possibile scaricare  pdf dell'Assessorato con i contatti per gli sportelli regionali.



LUGLIO  2014

 

 Roberta Buscherini
 

 

Anche in un settore notoriamente privilegiato, mai in crisi e dalle retribuzioni tra le più alte del paese, non esiste la parità tra i sessi. A confermarlo è l’annuario statistico dell’ENPAM, l’ente di previdenza sociale dei medici che anche per lo scorso anno ha attestato un guadagno del 30% inferiore per le donne medico rispetto ai loro colleghi uomini. Non solo, ma tra 10 primari, solo uno è di sesso femminile.

 

Insomma una disfatta completa che si ripete non solo in Italia, ma anche negli avanzati Stati Uniti, seppure in tono minore.

Già nel cosiddetto Rapporto Ombra, reso pubblico lo scorso gennaio, un documento che ha lo scopo di fotografare la situazione reale circa la parità dei sessi alla luce della Convenzione ONU per l’eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei Confronti della Donna” adottata dall’Assemblea Generale nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985, la realtà che emerge non era affatto paritaria e il gap a livello professionale, remunerativo e sociale sono ancora troppe rispetto all’avanzamento della società.

Dunque anche la realtà medica non si distacca da questo quadro e si cala perfettamente all’interno di una situazione stantia che a distanza di oltre 30 anni dalla convenzione ONU non ha fatto registrare grandi passi avanti.

Sembra quasi che la storia si prenda gioco di quel sesso considerato debole ma che in pratica ha sempre raggiunto tetti di eccellenza in tutti i ruoli, per poi cadere rovinosamente per  mano maschile.

Già nella lontana Mesopotamia, passando per l’Africa e l’Asia, le donne erano riconosciute soggetti capaci di donare sollievo equilibrio e salute. Fu così fino all’Inquisizione, quando si decise di riservare le conoscenze mediche solo agli uomini. Ma anche in un periodo storico drammatico come questo, alcune donne non si arrese e perseverarono imperterrite, sprezzanti del pericolo a esercitare la loro professione. È il caso della scuola di Salerno di Trotula, guarda caso italiana.

Per ritrovare le donne all’interno del settore medico bisognerà poi aspettare diversi secoli. Il nostro bel paese ha dato i natali a diverse donne medico che si sono distinti per ricerche, metodi e studi all’avanguardia. Due esempi su tutti: Maria Montessori a cui si deve il suo omonimo metodo educativo; Rita Levi Montalcini, premio Nobel nel 1986.

Proprio a tutela del ruolo e della professione, le donne medico nel lontano 1921 fondarono l’Associazione Italia Donne Medico – AIDM tutt’oggi attiva e ben radicata e che ha lo scopo di promuovere le attitudini professionali al di là dell’aurea romantica e poetica che da sempre circonda il ruolo della donna/mamma. Le donne hanno dimostrato, in tutti i ruoli, compreso quello medico, di poter eccellere anche ben oltre i propri colleghi uomini.

E allora perché non riconoscerlo?

La verità forse sta in poco posto e si chiama paura. Paura di vedersi spodestati al secondo posto. Terrore di perdere il controllo e dover lasciare il comando al sesso debole. Beh, cari uomini, medici e non, mi dispiace dirlo, ma accadrà comunque: se anche non ci riconoscete a livello remunerativo il valore che abbiamo, lo stesso non diminuirà. Anzi, il nostro valore aggiunto è racchiuso proprio qui: nell’essere già davanti a voi e darvi la convinzione invece di avere ancora la pole position. Certo, la nostra speranza è che prima o poi riconosciate il nostro vero valore e che ce lo paghiate come si deve.


 

LIVING LIBRARY

L'idea è nata nel 2000, lanciata dall'Associazione danese "Stop alla Violenza" e ripresa dal Consiglio d'Europa durante campagna "Tutti uguali e tutti diversi" contro le discriminazione; la Biblioteca Vivente è un nuovo modo di vivere i libri. L'idea è promuovere il dialogo senza stereotipi e diffidenze... "Non giudicare un libro dalla sua copertina" (in inglese Don't Judge a Book by its Cover ! ) è il titolo del manuale di riferimento per tutti coloro che volessero realizzare una Living Library! Ma vediamo cosa è effettivamente una biblioteca vivente. Un libro nella Biblioteca Vivente è una persona, disposta a "far girare le pagine della propria vita", a narrare la sua esperienza di vita vissuta, a condividere, disposta a rispondere alle domande del lettore-pubblico. Come si legge dal sito della Biblioteca Vivente di Bologna, gli *obiettivi* di questa iniziativa sono: - informare e sensibilizzare sulle tematiche connesse alle identità multiple, agli stereotipi e pregiudizi, alle discriminazioni; - educare alla realtà interculturale, promuovendo una convivenza basata sulla conoscenza ed il rispetto delle diversità; - presentare e far vivere la diversità come un valore aggiunto ed un arricchimento della comunità locale". I *libri-persona* nelle varie iniziative in giro per l'Italia (Bologna, Modena, Ferrara, Verona, Torino… solo per citarne alcune…) sono spesso reclutati dalle *associazioni*. Di norma viene anche predisposto una sorta di catalogo con un riassunto che viene consegnato ai lettori in modo che loro possano scegliere il libro da leggere.  Quindi una Biblioteca Vivente funziona un po' come una vera biblioteca: ecco i libri-persona da prendere in prestito, il catalogo dei titoli, i bibliotecari e una sala dove poter leggere, con sedie e tavoli per la consultazione, a volte anche uno spuntino… e poi i lettori. I *libri * però *si attribuiscono un titolo* a seconda  delle proprie esperienze, che a volte purtroppo le ha portate a subire pregiudizi e discriminazioni. Il lettore può prenotare un libro per una lettura-conversazione di circa mezz'ora: i libri allora si raccontano, rispondono alle domande, trasmettono le proprie emozioni… Il bibliotecario è sempre presente nella sala lettura e si occupa dell'iniziativa. Alla fine del tempo stabilito avverte i lettori, gestisce il libro e se il lettore vuole più tempo per leggere il libro, gestisce il nuovo prestito. Le letture di norma avvengono all'interno di festival, convegni, ma possono anche essere organizzate in scuole o essere individuali. Chi le organizza recluta i libri e li incontra prima per definire il titolo e la trama del libro. Il contenuto del libro può spaziare dall'arte culinaria, alla propria esperienza di omosessuale, alle discriminazioni subite come immigrato etc. Al libro vengono di norma rilasciati anche dei consigli, basati sulle esperienze pregresse di chi ha già partecipato a queste iniziative, su cosa rispondere quando le domande sono troppo incalzanti o personali, ma ogni libro ha la possibilità di aprirsi finché vuole. Dal vademecum sopra citato riprendiamo alcune idee su come organizzare questo evento (se si cerca su Youtube /Biblioteca Parlante/ vengono comunque fuori molti video interessanti…): - organizzazione fisica della biblioteca e collegamento con il festival che la ospiterà. In questa fase è necessario reclutare dei volontari e controllare il luogo dove si svolgerà l'iniziativa per organizzare il tutto al meglio. Servono anche oltre i bibliotecari, eventuali traduttori, accompagnatori alla Biblioteca etc. - preparare il contenuto della biblioteca, definendo anche i tempi in cui ogni libro può parlare, l'ordine etc. Questa fase è in genere eseguita da 3 o 4 persone che contattano i libri sulla base di telefonate, incontri, chiacchierate, attraverso contatti diretti oppure associazioni. È importante organizzare sempre un breve incontro di formazione con i /libri/ per spiegare loro l'iniziativa; - promozione dell'iniziativa. Sul sito dedicato alla Rete italiana delle Biblioteche Viventi è possibile consultare dove si tengono le iniziative e i vari progetti e altre informazioni utili.

 



GIUGNO  2014

Tatù, il braccialetto contro la violenza di genere:

può veramente aiutare?

di Alessia Schiavon

Fa discutere la nuova iniziativa contro la violenza di genere lanciata da due giovani imprenditori milanesi, Luca Zafarana e Manuel Giannini, che hanno deciso di lanciare nel mercato, sotto lo slogan “Niente Paura, c’è Tatù, mai più sola!”, un nuovo prodotto che dovrebbe sostenere le donne vittime di violenza.

Tatù è un braccialetto, molto simile a un tatuaggio, che, nelle intenzioni degli ideatori, dovrebbe essere un messaggio e insieme una causa civile, un simbolo di rivalsa verso ciò che nega la libertà personale di una donna, che la opprime psicologicamente e fisicamente.

L’impresa commerciale nasce, infatti, con un proposito solidale, grazie anche alla collaborazione della saggista e attivista per i diritti delle Vittime Barbara Benedettelli, che si occupa della gestione del conto Destinazione Sociale, in cui confluiscono parte degli utili di ogni prodotto, facilmente acquistabile sul sito www.nientepaura.net alla cifra di 25 euro.

«I proventi così raccolti saranno poi destinati a dare un supporto di ordine economico al terzo settore, per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, come espressione di partecipazione e solidarietà», chiarisce l’azienda. Ne avrebbero già beneficiato SOS Vittima Onlus, per l’attivazione di una serie di sportelli per la tutela e l’accompagnamento delle donne Vittime della violenza, e l’Associazione Tamara Monti, che si occupa di sensibilizzazione verso il fenomeno della violenza contro le donne e tutela dei bambini.

Questa apertura verso l’altro, secondo gli ideatori, traspare proprio dallo stesso bracciale, la cui realizzazione sarebbe frutto di un preciso intento. I fiori, infatti, dovrebbero rappresentare la vita che fiorisce, mentre un cuore, tra questi nascosto, batte per un amore che non distrugge, ma ama soltanto. Dietro questa simbologia dovrebbe leggersi il richiamo a un cambiamento interiore che delinea un confine tra la sottomissione e la libertà, tra l’incapacità di camminare da sole e l’autonomia, tra la violenza dell’uno sull’altro e l’amore incondizionato.

Anche la sua somiglianza al tatuaggio non è casuale, sarebbe legata al bisogno di mostrare al mondo una direzione intrapresa in modo irreversibile, una trasformazione dell’Io o il desiderio di raggiungerla.

L’iniziativa commerciale sta spopolando, soprattutto tra i vip di casa nostra che non hanno tardato a mostrarsi come testimonial per questo nuovo prodotto.

C’è da chiedersi se questa attenzione vada veramente oltre il trend del momento e la lotta alla violenza di genere possa quindi, nel bene o nel male, trarre beneficio da tutto ciò o se questa nuova iniziativa commerciale non rischi di discriminare doppiamente questo tema così importante, divenendo una nuova forma di marketing.


L'amore ai tempi dello Tsunami

 

Da ViL'amore ai tempi dello Tsunami

L'amore ai tempi dello Tsunami. Affetti, sessualità e modelli di genere in mutamento, a cura di Gaia Giuliani, Manuela Galetto e Chiara Martucci (Ombre corte, 2014), e con saggi di Porpora Marcasciano, Laura Fantone, Alessia Acquistapace, Elisa A.G Arfini, Giulia Selmi, Krizia Nardini, Chiara Bassetti, Daniela Crocetti, Laura Schettini, Cristian Lo Iacono, Mino Degli Atti, Liana Borghi. Dalla quarta di copertina: " Da tempo è in atto uno tsunami che travolge i modelli tradizionali di coppia, sessualità e ruoli di genere. Anziché attendere la quiete per contare le vittime, le autrici e gli autori di questo volume ne cavalcano le onde, restituendo racconti di esperienze eccentriche, fluide, molteplici e in continuo mutamento. pur diversi per collocazione disciplinare e forma narrativa, i contributi qui raccolti sono tuttavia accomunati da un esplicito posizionamento autoriflessivo, sullo sfondo delle grandi contraddizioni e trasformazioni del nostro tempo. Ne risulta ina polifonia di voci che restituisce una visione originale e articolata degli affetti, del desiderio e dei modelli di genere e sessualità vissuti in un contesto di precarietà, non solo economica e lavorativa ma fondamentalmente esistenziale. Riflessioni e ricerche di un lavoro corale che non si limita a fotografare e analizzare l'esistente, ma indica le strategie necessarie per mettere in discussione l'ordine delle cose, evocando una dimensione del pensare e dell'agire che da individuale diventa collettiva, assumendo così rilevanza sociale e politica". 
// L'immagine è un particolare di Seven in Bed di Louise Bourgeois (2001) 
 

LE MODERNE FORME DI SCHIAVITÙ

articolo di Amnesty International  

Il fenomeno La schiavitù purtroppo non è un ricordo di un barbaro passato, ancor oggi milioni di persone vivono questa in condizione anche se ufficialmente la schiavitù è condannata e vietata da tutti gli Stati. Non si conosce il loro numero esatto di questi moderni schiavi, alcuni parlano qualche decina di milioni altri di centinaia e molti sono bambini. Questo perché la schiavitù è un fenomeno sommerso, vietato e ciò non di meno possibile proprio grazie alla connivenza di quelle autorità che dovrebbero combatterlo. Le moderne forme di schiavitù prendono nomi diversi, schiavitù per debiti, servitù della gleba, lavoro coatto, sfruttamento sessuale, matrimonio forzato precoce, schiavitù per motivi rituali o religiosi, ma hanno tutte un comune denominatore: si tratta di costrizione al lavoro di esseri umani che sono diventati in qualche modo "proprietà" di un’altra persona. Gli schiavi fanno sempre parte dei settori più poveri e vulnerabili della società. Si tratta in genere di appartenenti a gruppi con uno status sociale inferiore, a minoranze etniche o religiose, a popolazioni indigene o a gruppi nomadi, molto spesso donne e bambini. Essi però non diventano schiavi a causa della loro appartenenza, ma è questa che li predispone alla povertà e allo sfruttamento e quindi alla schiavitù.

Vecchia e nuova schiavitù In passato il proprietario possedeva ‘legalmente’ gli schiavi che aveva spesso comprato ad un alto costo d’acquisto. Era quindi nel suo interesse ‘conservarlo’ nel miglior stato possibile, in modo da poter rifarsi del suo investimento. Ora gli schiavi, anche se sono resi e mantenuti tali sotto la minaccia costante della violenza, e spesso fisicamente imprigionati, non sono ‘proprietà legale’ di nessuno, ma sono costretti a lavorare senza per qualcuno compenso fino allo sfinimento. Sono schiavi ‘usa e getta’: costano poco, c’è ne sono in abbondanza, e quando non ‘funzionano’ più si abbandonano a se stessi. Altri li sostituiranno .

Le forme più comuni di schiavitù: Schiavitù per debiti - E’ forse la forma di schiavitù più diffusa. Essa è legata ad un modello di prestito ad usura, sviluppato soprattutto in ambito rurale, secondo il quale quando le famiglie più povere ricevono prestiti da un proprietario terriero devono dare in cambio il lavoro gratuito di uno o due dei suoi membri.

Cos'è la schiavitù? Si distingue la schiavitù da altre forme di violazione dei diritti umani per alcune caratteristiche: - costrizione al lavoro mediante minacce e violenze fisiche e psicologiche; - appartenenza ad un 'datore di lavoro' che ha completo controllo sul lavoro (tipo e durata) dello schiavo; - essere comprati/venduti come 'proprietà'; - subire restrizioni fisiche e non avere più libertà di movimento.  sono costretti a lavorare a vita per il proprietario terriero. Esse sono tenute sotto sorveglianza, anche armata, e possono subire violenze fisiche e sessuali. A volte la famiglia non riesce a pagare il debito e la condizione di schiavitù si tramanda di padre in figlio. Oggi sono 20 milioni in tutto il mondo le persone schiave per debiti, distribuite tra le piantagioni in Africa, nei Caraibi e nel sud-est asiatico. Anche se questa forma di schiavitù è vietata per legge, essa è difficile da sconfiggere perché radicata nella povertà e nelle tradizioni locali. Servitù della gleba - Esistono ancor oggi delle forme di schiavitù che legano i braccianti ai loro proprietari terrieri. In questo caso non si tratta di debiti, ma di consuetudini radicate nelle tradizioni locali per cui individui, famiglie o interi gruppi sociali sono costretti a lavorare senza salario. I braccianti, infatti, non hanno l’effettiva proprietà della terra e possono coltivarla, solo se accettano di lavorare, su base permanente, per i proprietari terrieri. Nelle tenute più grandi vi possono essere anche 100-200 lavoranti agricoli. Il compenso per il lavoro svolto non è in denaro, ma in buoni acquisto, che possono essere spesi solo in spacci che appartengono agli stessi proprietari.

Lavoro coatto - Secondo questa pratica persone sono reclutate illegalmente da governi, movimenti politici o privati e costrette a lavorare sotto la minaccia di violenze o altre punizioni. Anche questa forma di schiavitù colpisce soprattutto gli individui più deboli o svantaggiati - rifugiati, appartenenti a minoranze etniche, donne e bambini. In Myanmar, ad esempio, è pratica frequente che nelle regioni militarizzate che sono state teatro di combattimento con i gruppi di opposizione, l’esercito costringa gli appartenenti a minoranze etniche a lavorare gratuitamente per "progetti di sviluppo" quali la ricostruzione di strade, la costruzione o riparazione di accampamenti oppure in lavori agricoli per i militari. I capi villaggio sono tenuti a fornire settimanalmente all’esercito un certo numero di lavoratori e ne viene escluso solamente chi è in grado di pagare la propria esenzione. Il periodo lavorativo può andare da pochi giorni alla settimana ad una quindicina di giorni al mese, rendendo così impossibile ai lavoratori di guadagnarsi il sostentamento. Trasportare forniture militari è un altro tipo di lavoro coatto nei paesi colpiti da conflitti interni. I portatori sono spesso oggetto di maltrattamenti e crudeltà. La gravosità dei carichi da trasportare e l’alimentazione insufficiente, li possono sfinire a morte, specie se ragazzi. Si sono verificati casi in cui le persone forzate a lavorare per l’esercito sono state costretti ad entrare nei campi minati, usati come "detector umani di mine", o siano state uccise, terminato l’incarico.
Traffico di schiavi Le Nazioni Unite stimano che ogni anno circa 4 milioni di individui siano trasportati e venduti, conla forza o con l’inganno, per essere impiegati come schiavi in diverse forme di lavoro forzato, nel lavoro domestico, nell’accattonaggio o nella prostituzione. La maggior parte di loro sono donne e bambini. Nell’Africa Occidentale vi è di un’alta domanda di bambini, soprattutto ragazze, che dal Togo, il Benin e il Camerun, vengono instradati in Gabon o in Nigeria per lavorare nei mercati o per lavori domestici in aree benestanti intorno a Lagos (Nigeria) e a Libreville (Gabon). Bambini sottoposti alla brutalità della schiavitù domestica si ritrovano anche nei paesi industrializzati: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, ecc. Dal Sud Asia al Golfo Persico la tratta serve a fornire bambini per le corse di cammelli. Nel sud est asiatico, le ragazze vengono vendute e comprate perla prostituzione. Le vie del traffico passano attraverso percorsi disagevoli e pericolosi. Non di rado i bambini possono morire durante il viaggio.
Uganda Nel nord dell'Uganda è attivo un movimento armato, l'Esercito di Resistenza del Signore (LRA) che rapisce bambini e ragazzi d'ambo i sessi per costringerli a combattere. I ragazzi più giovani sono spesso impiegati come portatori. Sono costretti a lavori faticosi e turni massacranti; in cambio ricevono cibo a volte insufficiente a sfamarli come testimoniato, da ragazzini che erano fuggiti, ad inviati di Amnesty International. "Una volta al mese gli arabi portavano sorgo e mais, ma bastava solo per i comandanti. Noi mangiavamo le foglie di patata.." (O.J, dicembre 1996) "Io raccoglievo acqua. L'area era sabbiosa e dovevo percorrere circa sei miglia. Per prendere acqua impiegavo tre ore. Una volta vidi un ragazzo morto. Era sotto un albero. Pensavo stesse riposando, ma era morto. Io cucinavo il sorgo degli arabi...A noi lasciavano le foglie." (J., 1996) "A O. c'era molta gente così il cibo era poco. C'erano nove ragazze che dovevano dividersi cibo molto scarso... La gente moriva di sete perché c'era poca acqua. Si doveva scavare il terreno per trovarla." (V., 1997) Le ragazze oltre che al lavoro coatto sono costrette al matrimonio forzato e alla schiavitù sessuale. Salome, domestica bambina in Togo, testimonianza raccolta da WAO-Afrique, partner di Antislavery in Togo. "Lasciammo Cotonou in febbraio... eravamo in 6 del Benin. A Sémé prendemmo due bus insieme ad altre persone che erano arrivate al confine in taxi per lo stesso motivo... per tutto marzo aspettammo la barca. [...] Durante tutto il tempo dovemmo trovarci il cibo e lavorare nel villaggio. All'inizio di aprile ci imbarcammo e venimmo trasportati in Gabon. Durante il viaggio perdemmo l'acqua. Dovemmo bere l'acqua di mare ed eravamo tutti molto deboli [...] ma Sèvérin non bevve. Egli divenne sempre più debole. Quando arrivammo a Libreville fummo fermati dalla Guardia Costiera. Gli scafisti si gettarono in acqua e scomparvero [...] arrivati a riva ci fu data dell'acqua da bere. Lui [Sèvérin] era molto debole... stava male. Quando la polizia se ne rese conto parlò di chiamare un'ambulanza, ma l'ambulanza non arrivò mai e lui morì"
Commercio sessuale di minori La componente più importante del traffico di esseri umani è quella legata alla prostituzione e alla pornografia. Il commercio sessuale di minori è sempre esistito, anche se in gradi diversi in quasi tutte le società, tuttavia negli ultimi decenni si è assistito al nascere e al consolidarsi di una fiorente industria del sesso in alcuni paesi di Asia, Africa e America Latina. Le cifre dell’Unicef parlano di almeno un milione tra bambine e ragazze nella sola Asia. L’età delle vittime del traffico tende sempre di più ad abbassarsi nell’errata convinzione che i bambini trasmettano meno facilmente malattie sessuali, quali HIV/AIDS. Eppure sono proprio le ragazze più giovani ad essere più a rischio di contagio. Una volta ammalate esse vengono abbandonate a se stesse. Trattate come appestate molto difficilmente verranno accolte nei loro villaggi di origine.
La legislazione internazionale " Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma" (art. 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) La schiavitù è proibita dalla legislazione internazionale. Esistono due Convenzioni contro la schiavitù, la prima del 1926 e la seconda del 1956. La prima Convenzione, adottata dalla Società delle Nazioni, venne successivamente fatta propria dall’Organizzazione delle Nazioni Unite ed emendata con un protocollo nel 1953. Altri trattati internazionali specifici sono: la Convenzione sul lavoro forzato, del 1932, la Convenzione per l’abolizione del lavoro forzato, del 1957, la Convenzione per la soppressione del traffico di persone e il commercio della prostituzione, del 1949 ed infine la Dichiarazione di Stoccolma del 1996, adottata durante il primo Congresso Mondiale contro il commercio sessuale e lo sfruttamento dei minori

 



MAGGIO 2014

Internet, “poche donne online”. Nasce ‘Ragazze digitali’ vs Gender digital divide

Il divario di genere si accentua con l’avanzare dell’età. "L’altra metà del cielo tecnologico è ancora troppo poco abitata: uno spreco di talenti, idee, capacità" per la presidentessa della delegazione di Reggio Emilia dell’European women's management development che insieme alla facoltà di ingegneria dell’Università di Modena promuove il progetto

Il 90,4% dei giovani italiani si connette a internet, il 71% usa Facebook, il 65,2% Google e il 52,7%YouTube. Questa la fotografia scattata dal Censis che evidenzia come i giovani siano i più assidui internauti e utilizzatori del computer. Secondo l’Istat, infatti, la quota di utenti decresce proporzionalmente con l’età, così come con l’avanzare dell’età si accentua il divario di genere che, anche se si sta attenuando nel corso degli ultimi anni – le donne internaute erano poco più di un quarto (26,9%) nel 2005 per arrivare al 47% nel 2012 – evidenzia comunque una diversa familiarità con pc e tecnologie digitali tra uomini e donne. Divario tecnologico che se è pressoché nullo tra gli adolescenti, comincia a farsi sentire tra gli under 35 e raggiunge il picco tra i sessantenni.

“Insomma, l’altra metà del cielo digitale è ancora troppo poco abitata: uno spreco di talenti, idee, capacità, ma anche di opportunità non colte, se le donne rimangono ai margini della cultura high-tech che oggi pervade la nostra quotidianità”, commenta Nadia Caraffi, presidentessa della delegazione di Reggio Emilia dell’European women’s management development (Ewmd), che insieme alla facoltà di ingegneria dell’Università di Modena e Reggio promuove il progetto Ragazze digitali: idee per un futuro smart!‘. Un’iniziativa che vuole favorire il ruolo attivo delle donne nei settori legati all’innovazione tecnologica e contrastare lo stereotipo secondo il quale le donne davanti a un pc non possono far altro che mettersi le mani fra i capelli, perché la tecnologia non è pane per i loro denti.

“Ewdm è un network internazionale che sostiene la formazione femminile con l’obiettivo di promuovere la parità di genere, in particolare nel mondo del lavoro. E il fatto che le donne utilizzino meno degli uomini le Ict ha dirette conseguenze sulla loro competitività in diversi ambiti professionali”, aggiunge. Per questo, dunque, hanno dato vita al progetto ‘Ragazze digitali’, per riflettere insieme alle studentesse sull’importanza strategica di acquisire competenze digitali, per sensibilizzarle sulle potenziali prospettive di carriera nei settori legati all’innovazione tecnologica e incoraggiarle a varcare la soglia delle facoltà scientifiche, sradicando quegli stereotipi di genere che anche in maniera inconsapevole condizionano le scelte dei percorsi di studio universitari. “Intendiamo insomma promuovere a piccoli passi un cambiamento culturale”, dice ancora Nadia Caraffi. Come? Con la summer school ‘Un’ingegnere con l’apostrofo‘ – quattro settimane, a partire dal 16 giugno 2014, per avvicinare gradualmente le ragazze degli ultimi anni delle scuole superiori alle nuove tecnologie – e un ciclo di incontri per andare oltre gli stereotipi e conoscere modelli femminili diversi da quelli che la società quotidianamente veicola.

“Il Gender digital divide – ribadisce Flavia Marzano, docente di tecnologie per l’amministrazione digitale alla Sapienza di Roma è intervenuta al primo incontro per illustrare il ruolo pervasivo della tecnologia e sottolineare l’urgenza, in Italia, di una maggiore educazione scientifica – rappresenta una mancata opportunità per le donne di crescere e fare carriera. Se è vero infatti che gli adolescenti, maschi e femmine, usano più o meno allo stesso modo pc, smartphone, tablet e internet, poi però intraprendono strade diverse e poche ragazze si iscrivono alle facoltà di ingegneria o di informatica, privandosi così della possibilità di essere protagoniste dell’innovazione tecnologica”.

A livello europeo, per esempio, 7 milioni di persone lavorano nel settore dell’Information and communications technology, ma solo il 30% sono donne. “Per questo anche la vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroes, ricordando come l’economia digitale sia in crescita, ha ribadito l’importanza di coltivare il talento femminile incoraggiando le ragazze a “dedicarsi a studi scientifici e all’informatica in particolare”.


 

Autismo: Temple Grandin, la donna che parla alle mucche

Temple Grandin è l’autistica più famosa del mondo. Ha inventato «la macchina degli abbracci», scrive saggi, capisce in modo stupefacente la mente degli animali, riprogetta i grandi allevamenti di bovini.

Autismo: Temple Grandin, la donna che parla alle mucche

 

di Marco De Martino

Si veste quasi sempre allo stesso modo, con un foulard al collo sopra una camicia da cowboy decorata con i disegni degli esseri viventi ai quali si sente più vicina: le mucche.

Fin da bambina Temple Grandin ha sempre avuto più facilità di rapporto con loro che con le persone, che a fatica accettavano la grave forma di autismo di cui soffre. Quando sua madre la teneva in braccio, Temple si irrigidiva e la graffiava cercando di divincolarsi. Solo a 4 anni ha pronunciato le prime parole: poche, sporadiche e intervallate da urla. Invece di fare puzzle masticava le tessere e le sputava, al posto della plastilina per le sue sculture usava le proprie feci. Ma con le mucche era diverso: da ragazzina nel ranch di sua zia in Arizona passava ore sdraiata tra questi animali. Le accarezzava, ne percepiva gli umori, ne capiva le paure.

Il senso di Temple Grandin per le mucche gli americani lo hanno appena capito in un film per la tv che racconta la straordinaria evoluzione della sua vita. Da bambina destinata, secondo i medici, a finire i suoi giorni in una casa di cura a professoressa di scienze animali all’Università del Colorado (oggi ha 63 anni). Da adolescente incapace di gestire anche la più elementare emozione a luminare dell’ingegneria che ha disegnato circa metà degli allevamenti di bestiame negli Stati Uniti, con l’obiettivo di ridurre al minimo lo stress cui sono sottoposti gli animali. Dall’imbarazzo all’orgoglio per la propria condizione, come racconta a Panorama: «Senza l’autismo non avremmo forse avuto Albert Einstein o Wolfgang Amadeus Mozart. Chi pensa che abbia inventato il registratore che sta usando? Probabilmente un signore affetto da una forma più o meno lieve di autismo che invece di perdere tempo ha passato ore a cercare di risolvere il problema della riproduzione del suono».

«Durante la pubertà avevo in continuazione attacchi di panico» ricorda. «Un giorno ho visto che quando una mucca veniva stretta fra le grate per la vaccinazione, si calmava. Allora ho provato a mettermi anch’io in quel recinto, e la pressione ha calmato anche me».

Grandin aveva 18 anni quando, con due tavole di legno controllate da un cilindro ad aria compressa, costruì la prima «macchina degli abbracci», che per anni ha usato svariate volte alla settimana per calmarsi (La macchina degli abbracci è il titolo di un altro suo famoso libro). «Le persone autistiche e gli animali ragionano nello stesso modo, non usano le parole ma il linguaggio sensoriale di suoni, odori, tatto. E soprattutto immagini».

Grandin ricorda che ci sono diverse forme di autismo (gli esperti non a caso parlano di «spettro autistico»). Alcune persone ricordano ogni parola che hanno letto, come accadeva a Kim Peek, l’«idiot savant» appena morto che era stato preso a modello da Dustin Hoffman nel celebre film Rain Man. Per la loro facilità a pensare in sagome, altri invece sono fenomeni nella matematica: l’inglese Daniel Tammet recita oltre 21 mila decimali del pi greco. Grandin ha un’incredibile memoria visiva: «È come se nel mio cervello ci fosse una gigantesca scheda grafica: ho memorie vividissime che posso riportare alla mente come videoclip, prima appare l’immagine, poi, se voglio, faccio partire il file audio».

Durante la chiacchierata  Grandin talvolta esclama: «Perché mi fai domande così astratte? Io non ragiono così. Googlami!». In che senso? «Usami come Google: di’ una parola e io traduco in immagini cosa mi viene in mente». Va bene: responsabilità... «Vedo persone che hanno fatto cose sbagliate e ne hanno pagato le conseguenze: Tiger Woods, Bill Clinton». Amore... «Herbie, la Volkswagen del Maggiolino tutto matto. Mia madre che si prende cura di me...».

L’amore romantico è qualcosa che Temple dice di non avere mai sperimentato: «Le mie emozioni non sono complesse, non riuscirò mai a capire come si possa provare gelosia e amare qualcuno allo stesso tempo. Ma non rimpiango di non avere relazioni amorose. Ho molte amicizie basate su interessi comuni. E poi penso di avere altri talenti e le emozioni che provo sono quelle di base, come la paura e la curiosità, che mi rendono più vicina agli animali».

Per dominare i suoi attacchi di panico, che per anni hanno provocato crisi colitiche che le permettevano di mangiare solo yogurt, Grandin da 30 anni prende una dose minima di antidepressivi. Ma per domare le paure delle mucche ha disegnato allevamenti che prendono spunto dal comportamento naturale degli animali. «Le mucche hanno un ampio spettro visivo e tendono a essere spaventate da suoni e ombre, che vanno tenuti al minimo. Anche una piccola catena fuori posto può turbarle, perché da quel che non è al suo posto in natura deriva una sensazione di pericolo. Inoltre sono più tranquille quando si muovono dentro il loro gruppo in circoli, perciò ho disegnato percorsi costellati da curve che impediscono alla mandria di vedere gli uomini che danno loro ansia».

Che poi questi percorsi portino al macello per Grandin è solo inevitabile. «Molte delle mucche per la produzione di carne non sarebbero neppure in vita se non fossero state cresciute per questo scopo. Ma non significa che debbano essere trattate in modo disumano, e non solo negli ultimi cinque minuti della loro vita, quando il livello di stress può alterare la qualità della carne».

Quest’ultimo tratto di strada Grandin lo chiama «stairway to heaven», la scalinata verso il paradiso, dalla canzone dei Led Zeppelin che tiene sempre in auto quando va di ranch in ranch: «Anche negli allevamenti meglio progettati può esserci un trattamento disumano, se chi li gestisce non segue le regole, se c’è gente che urla, che produce rumori violenti. Così ho creato un sistema per misurare proprio questi fattori». Sarà per questo che Grandin è forse l’unica persona al mondo che ha ricevuto riconoscimenti sia dalle associazioni animaliste sia dagli allevatori di bestiame di ogni continente, che la considerano un mito.

Una volta, negli anni descritti dal film della rete Hbo, Grandin non avrebbe mai immaginato di parlare a una vasta platea. Al famoso neurologo Oliver Sacks ha detto di sentirsi, quando interagisce con le persone «normali», come un antropologo su Marte (definizione che diede origine al titolo di uno dei più noti saggi di Sacks). «Adesso va molto meglio. Nei casi di autismo, così come nella vita, più cose nuove fai più impari». Ora può persino avere contatti fisici con altre persone, ma solo se le conosce bene: «Non vado certo in giro ad abbracciare estranei» dice. E la macchina degli abbracci? «Si è rotta due anni fa. Il fatto di non avere trovato il tempo di ripararla mi dice che forse non ne ho più bisogno»

 



APRILE 2014

 

articolo pubblicato in " Donne di fatto"

“In Europa una ‘segregazione di genere’. Alle donne assistenza, istruzione e pulizie”

La denuncia arriva dal report di 'Eurofound' "Women, men and working conditions in Europe" che offre una panoramica sulle disparità di condizioni lavorative in 34 paesi dell'Unione. Solo cinque gruppi professionali (dei 20 considerati numericamente più rilevanti) sono caratterizzati da una distribuzione più equilibrata, ma in ogni caso le mansioni domestiche rimangono tipicamente femminili

di
 
Lavoro Uomini e donne

 

Trovano impiego in settori differenti, con tipi di contratto diversi, la loro retribuzione spesso è inferiore, mentre superiore è la quantità di tempo che dedicano al lavoro non retribuito: faccende domestiche e cura dei familiari. Per non parlare della crisi economica che sembra averle colpite maggiormente. Parliamo di donne e mondo del lavoro. Perché a quanto pare, nonostante i passi avanti raggiunti negli ultimi 40 anni in campo legislativo per favorire la parità tra uomini e donne, c’è ancora molta strada da fare per colmare il divario di genere e arginare quei fattori che tuttora ostacolano l’occupazione femminile e ne condizionano i livelli retributivi.

La denuncia arriva dal report di ‘Eurofound’ “Women, men and working conditions in Europe che offre una panoramica sulle condizioni lavorative di uomini e donne in 34 paesi europei. Il report, appena pubblicato, è stato realizzato sulla base dei risultati della quinta indagine europea sulle condizioni di lavoro in Europa condotta nel 2010, che ha coinvolto circa 44.000 lavoratrici e lavoratori.

Ebbene, in Europa ancora si assiste a una sorta di “segregazione di genere”: ambiti professionali spiccatamente femminili, quelli per esempio relativi ad assistenza, istruzione e pulizie, mentre solo cinque gruppi professionali (dei venti considerati numericamente più rilevanti) sono caratterizzati da una distribuzione più equilibrata della forza lavoro tra uomini e donne: nel campo della ristorazione, dell’industria del legno e dell’abbigliamento; tra gli impiegati nel campo della contabilità e tra gli operatori in ambito giuridico, socio-culturale e nei servizi alla persona.

In ogni caso, tuttora le donne continuano a farsi maggiormente carico dei lavori domestici: se le donne vi dedicano in media 26 ore settimanali, gli uomini solo 9 ore, sono più attivi invece fuori casa, sul fronte del lavoro retribuito (vi dedicano 41 ore rispetto alle 34 delle donne). Anche se, in fin dei conti, tra ore di lavoro pagate, quelle impiegate per andare e tornare dall’ufficio e il tempo di lavoro non remunerato, secondo ‘l’European working conditions datale donne lavorano in media 64 ore a settimana rispetto alle 53 degli uomini. In ogni caso, per scelta, obbligo o necessità, sono per lo più le donne a lavorare in regime di part-time: lo fa per esempio in Italia il 38% delle lavoratrici mamme con figli con meno di sette anni, il 31% delle donne con figli di 7-12 anni e l’81% delle donne anziane.

Sul fronte retribuzione Eurofound conferma l’esistenza di un gap salariale tra uomini e donne: gli stipendi mensili medi degli uomini sono più alti in tutte le attività lavorative, anche se il divario è maggiore in quelle a prevalenza maschile, come per esempio tra i colletti bianchi, e man mano che si avanza a livello gerarchico. Ciononostante, in generale le donne si dichiarano più soddisfatte del proprio lavoro rispetto agli uomini che, però, riferiscono di avere migliori prospettive per il futuro.

Del resto, nascere maschio o femmina tuttora condiziona le opportunità economiche e di carriera, e a quanto pare nel nostro Paese più che altrove, visto che l’ultimo Global gender gap report del World economic forum colloca l’Italia al 124° posto per quanto riguarda la parità di stipendi tra uomini e donne su 136 Paesi (siamo al 71esimo posto nella classifica generale).

Infine l’indagine “Women, men and working conditions in Europe” sottolinea come la crisi economica in corso rischia di accentuare ancor di più le disparità di genere a medio e lungo termine. In particolare – denunciano gli autori – è possibile che le misure di austerità annullino i progressi raggiunti grazie a politiche sociali di sostegno all’infanzia, finalizzate proprio ad agevolare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro. Nel complesso, quindi, sottolineano l’utilità di un monitoraggio continuo del mercato di lavoro, per valutare i cambiamenti, anche in relazione al genere, associati all’ormai prolungata crisi che pesa sull’Europa, di cui il report ha potuto valutare solo l’impatto iniziale.

 


articolo pubblicato in "Donne di Fatto"

Altro che quote rosa, il mondo è ai loro piedi: ecco chi sono le ‘donne alfa’

Ai vertici della società, potenti, con lavori importati, redditi da capogiro, un passato in scuole esclusive sono le protagoniste dell'ultimo libro edito da Garzanti di Alison Wolf. Uno spaccato frutto di un mix tra saggio, excursus storico e raccolta di storie personali che racconta l'ascesa delle upper class e la risalita delle middle

di
 
Altro che quote rosa, il mondo è ai loro piedi: ecco chi sono le ‘donne alfa’

 

Per le donne ai vertici della società, potenti, con lavori importati, redditi da capogiro, un passato in scuole dalle rette incredibili, il divario di genere si sta azzerando. In alcuni ambiti, come ad esempio nel marketing, addirittura è un divario al contrario: le donne sono la maggioranza. Questo gruppo di privilegiate e instancabili lavoratrici in tutto il mondo raggiunge i 70 milioni. Sono donne che non devono chiedere il permesso di arrivare ancora più in altro, se vogliono, ben oltre il soffitto di cristallo in frantumi che calpestano con tacco 12 e suola Manolo Blahnik. Altro che quote rosa: il mondo è ai loro piedi. Quando vogliono trovano mariti degni della propria estrazione sociale, desiderosi di sposarle e di diventare i padri di una prole pronta per essere lanciata nel gotha della gente che conta già dall’asilo. E’ da lì, infatti, che inizia il percorso verso il successo delle piccole bimbe alfa, con monitoraggio costante dei genitori perché lo spettro del fallimento, a causa della competitività globalizzata, è comunque in agguato.

Può essere riassunto così il libro di Alison Wolf, Donne Alfa, pubblicato a inizio marzo in Italia dopo avere fatto discutere negli Stati Uniti e in Inghilterra dove è uscito lo scorso anno col titolo “Il fattore XX”. Uno spaccato frutto di un’analisi trasversale e accurata– con ripetute scivolate nel determinismo culturale e biologico – sui motivi e sui metodi che hanno portato all’ascesa delle donne di potere che stanno conquistando il mondo, insieme agli uomini loro simili. Perché le ricche e potenti hanno molto più da spartire con gli uomini loro pari che con le altre donne.

La sorellanza e la solidarietà femminile è morta e sepolta con buona pace delle femministe, ci ricorda più volte la Wolf, economista e docente al King’s College di Londra, dove dirige il Centro di ricerca internazionale per le politiche universitarie. Le donne ai vertici possono continuare nell’avanzata verso potere e ricchezza grazie alla manodopera e alla dedizione di altre donne che curano i loro pupilli, le loro case in città, al mare, in montagna e che stirano i loro vestiti firmati. Mentre le Alfa dominano, le donne della working class di quelli che Wolf chiama “i Paesi sviluppati”, con particolare insistenza su Inghilterra e Stati Uniti, sono in affanno perché guadagnano poco e non rinunciano al progetto di avere figli, che sono il vero senso delle loro vite. Per queste donne continuano ad esserci a disposizione quasi esclusivamente occupazioni “femminili”, che vanno dai lavori di cura retribuiti in casa, strutture pubbliche e private al fare le segretarie, in quella che viene chiamata una vera e propria “segregazione di genere”, funzionale alle donne ricche.

Tra queste due categorie c’è la fascia della middle-class, delle non così Alfa ma nemmeno così working class, che dalla loro parte hanno il fatto di aver studiato – anche se non nelle scuole più in del pianeta – di essere in grado di procurarsi un reddito con un lavoro gratificante e di essere libere di decidere se e quando fare uno o più figli. La Wolf sottolinea che farne troppi non conviene perché nella società dominata dal libero mercato in cui viviamo si rischia di finire col condurre una vita di fatiche e rinunce.

Nel tentativo di farcela col lavoro, le donne middle class spesso ritardano la gravidanza dopo i 35 anni ma così facendo, nonostante i prodigi della scienza, spesso non riescono ad avere figli. Si tratta di un rischio serio da mettere in conto, ci dice la Wolf, in uno dei tanti moniti che pervadono il testo a metà tra saggio, excursus storico e raccolta di storie personali che fungono da esperienze universali. Poco male, comunque, perché se è vero che a metà del secolo arriveremo a quota 10 miliardi di esseri umani sulla terra, quando il comportamento delle donne della middle class diventerà dominante, inizierà un periodo di decrescita della popolazione.

Tra quelle che finiscono per fare meno figli ci sono le italiane. Wolf cita spesso l’Italia, inserendola tra “i Paesi sviluppati” nonostante le percentuali, in termini di gender gap, siano penose rispetto agli Stati che dominano l’economia mondiale. Le italiane, sottolinea l’economista, rappresentano ancora soltanto il 41% della forza lavoro (contro il 48% della Svezia e il 46% dell’Inghilterra) e in casa fanno molto, troppo, più degli uomini. Dovrebbero smetterla di pulire così tanto e di viziare i figli e i mariti, dedicandosi con più impegno alla propria realizzazione professionale.

 

 

 

un po di ricordo...  sul diritto allo studio.

Soltanto nel 1874 le donne poterono accedere  alle università, anche se nella pratica
continuavano ad essere scoraggiate le iscrizioni femminili.
Nel 1900 risultavano comunque iscritte
•250 donne all’università
•287 ai licei
•267 alle scuole di magistero superiore
•1178 ai ginnasi
•quasi 10.000 alle scuole professionali e commerciali.
 
Quattordici anni dopo le iscritte agli istituti di istruzione media (compresi
gli istituti tecnici) saranno circa 100.000.
 
Nel 1994 il numero delle laureate superò quello dei maschi.
 
Nella fascia di popolazione tra 25 e 44 anni le donne con un titolo di studio
superiore sono oggi più numerose degli uomini.
 
Fino alla seconda guerra mondiale fu  vietato alle donne di insegnare lettere e filosofia nei licei e alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie; inoltre fu vietato loro di essere presidi di istituto.
 

 

un po di ricordo... sul sesso

1980: con una grande manifestazione a Roma il movimento femminista consegna le 300.000 firme raccolte per la legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, promossa da Mld, Udi, Collettivo Pompeo Magno, coordinamenti sindacali femminili e collettivi in tutt’Italia. Uno slogan cementa l’intesa, ed ha un grande significato politico: Le donne con le donne possono.
1996: dopo il triste record di vent’anni di raccolte di firme, di mobilitazioni e di lotte, è approvata la legge n.66 contro la violenza sessuale, che la inserisce entro i “reati contro la persona”. In sostanza, il concetto di libertà sessuale non può più essere considerato come interesse collettivo al “decoro” o al “buon costume”, bensì come aspetto significativo dell’autonomia personale.
Nel codice precedente i reati di violenza sessuale erano parte “dei delitti contro la moralità pubblica”: dunque la violenza non offendeva principalmente la persona, e il bene da tutelare non era tanto la donna quanto il costume secondo cui ella non era libera di disporre di alcuna libertà nel campo sessuale.
1981: è approvata la legge n. 442, che abroga la rilevanza penale della “causa d’onore” come attenuante nell’omicidio del coniuge infedele, o della figlia o della sorella colta in relazione illegittima.
Che l’onore della famiglia sia custodito nel corpo delle donne, e in particolare nel loro imene, è un concetto assai diffuso, un valore fondamentale per molte comunità e una pratica ancora in vigore in molte parti del mondo.
Nella concezione premoderna l’onore maschile dipendeva dalla capacità di salvaguardare la reputazione della famiglia; tale reputazione si fondava a sua volta sull’onore femminile, legato esclusivamente alla sfera sessuale. Esso dipendeva dalla verginità prima del matrimonio, dalla fedeltà dopo.
Fino al 1981, per l’articolo 544 del Codice penale italiano, lo stupro di una nubile da parte di un celibe era considerato non perseguibile nell’eventualità che la donna acconsentisse a sposare il proprio violentatore; il matrimonio in questo caso veniva definito riparatore, in quanto ristabiliva l’onore “perduto” della ragazza.
Il peso del verdetto della comunità era tale da trasformare padri, mariti, fratelli e zii in assassini.
 
un po di ricordo ...sul diritto dei figli