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Vaccini, un successo della civiltà

"Ci diffidarono dall'usare i bagni pubblici, dal bere alle fontane, dal dare un sorso alla bibita di un compagno, dal prendere freddo, dal giocare con estranei, dal procurarci libri in biblioteca, dal parlare ai telefoni pubblici, dal comprare cibo per strada e dal mangiare senza esserci prima puliti a fondo le mani con acqua e sapone".

Con queste parole, nel suo romanzo, Philip Roth descrive il clima che si respirava a Newark, nel New Jersey, durante l'epidemia di poliomielite del 1944. In un crescendo di paura, le strade si svuotavano, i campi giochi restavano deserti, le persone smettevano di spostarsi da un quartiere all'altro.

In quel periodo nei soli Stati Uniti si verificavano decine di migliaia di casi di polio all'anno, con migliaia di morti e migliaia di persone, soprattutto bambini, costrette nei polmoni artificiali o rese permanentemente invalide.

Lo stesso presidente Franklin Delano Roosevelt aveva contratto nel 1921 la malattia, che lo paralizzò dal bacino in giù. A partire dal 1955, con l'introduzione del vaccino, i casi di poliomielite si ridussero fino a scomparire nel giro di 10 anni. Oggi la poliomielite è quasi sparita in tutto il mondo, con appena 37 casi nel 2016 tra Nigeria, Pakistan e Afghanistan.

E meglio ancora è andata con il vaiolo, il cui ultimo caso si è registrato in Somalia nel 1977: un successo che ha permesso di sospendere la vaccinazione in tutto il mondo già dagli anni Ottanta. Non è difficile capire perché i vaccini sono un presidio medico preventivo irrinunciabile.

In mezzo secolo hanno salvato milioni di vite, e altrettante potranno salvarne negli anni a venire. I vaccini sono uno dei più eccezionali successi della civiltà umana.

Vaccinazioni contro il morbillo nella Repubblica Democratica del Congo.