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L’ITALIA CHE NON VA, E PEGGIO LA SICILIA
Dobbiamo cambiare noi stessi
In un dibattito televisivo sulla ricerca doverosa di responsabilità di prevenzione, a cascata ed a rimpallo, nell’ultima tragedia nazionale di Rigopiano, un giornalista ha affermato: “dobbiamo cambiare noi stessi”riferendosi alla condizione civica nazionale media, all’uomo comune, che viene blandito dall’insincera retorica politica anziché richiamato alla responsabilità individuale nel degrado civile delle comunità, dai condomini allo stato. E’ giusto costituzionalmente, come esaltante  moralmente, affermare “lo Stato siamo Noi, i Cittadini”. Ma questo vale se c’è equilibrio tra i diritti ed i doveri. In Italia e peggio in Sicilia questo equilibrio, che possiamo chiamare coscienza civica, non c’è. Cresciuta abbastanza da farci uscire da miseria e sottosviluppo, dagli anni cinquanta agli settanta del secolo scorso, la coscienza civica è andata alla deriva verso la comodità individuale del privilegio da svincolare al massimo dal dovere, nel mercato dello scambio voto/favore. Non è casuale che le politiche sociali rimangano in mano alle burocrazie. Attraverso la burocrazia si coltiva il bisogno del favore, si media il consenso, si alimenta la corruzione. Sta risultando poi evidente che burocratizzare l’ anticorruzione peggiora il male. Si rimane incastrati nel pendolo dell’eccesso, troppe regole/niente regole.

Per cambiare davvero il sistema bisogna prima cambiare i comportamenti di ciascuno di noi.
Il sindaco di Rigopiano che aveva firmato l’ampliamento dell’albergo e che ha perso un fratello sotto le macerie, a caldo ha affermato “mi sarei dovuto tagliare il braccio prima di firmare”. Poi, chissà cosa pensa adesso la funzionaria della prefettura che giudicò una bufala la richiesta d’aiuto. Ma anche cosa pensa il dirigente che l’ha preposta, e sopra ed accanto e sotto, per ciascuna area di responsabilità, area di amministrazione e livelli di comando fino all’ultimo esecutivo di contatto con il pubblico, di solito scelto tra i “migliori” (sic !).  Si vede come non si cambia un sistema senza ripartire dal singolo, sia operatore che utente del sistema stesso.

Come nella Protezione Civile, in cui occorre distinguere carenza e valore nelle diverse funzioni e risposte,  anche nella Sanità, che ci riguarda direttamente, si presentano situazioni e criticità analoghe e valgono le stesse considerazioni. I programmi di empowerment, le linee d’intervento sull’umanizzazione dei servizi assistenziali, il progetto della Rete Civica della Salute sono attività rivolte all’inclusione sociale sopratutto per sviluppare la responsabilità individuale dell’utente e dell’operatore. Solo il modo di pensare burocratico, nella gestione del SSR, lascia ripiegati sugli adempimenti formali con consueto scaricabarile, sempre rintracciabile dietro ogni ritardo o mancata risposta. Troppi vertici sanitari ed amministrativi, per quieto vivere o scarsa capacità dirigenziale convivono con la sciatteria e trascurano la priorità di occuparsi del cambiamento dei comportamenti individuali attraverso la valutazione effettiva di merito e demerito.

Da dove dovrebbe venire la spinta al cambiamento? Dalla politica e dalla cittadinanza, parimenti.

Peccato che si preferisce la conservazione, in attesa più comoda che cambino gli altri …. .

                                                                                                                              Pieremilio Vasta 


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